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"La Vicìnia"
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Il bosco collettivo “Ronc di Sass” a Villanova di San Giorgio di Nogaro (foto Luîs dal Piçul)

Gestione pubblica di una proprietà sociale
BENI COMUNI

[Marco Bersani]
La riflessione su una corretta e moderna gestione delle Proprietà collettive può arricchire ed arricchirsi in un confronto aperto e serrato nell’ambito dell’attuale dibattito sui Beni comuni naturali e i Beni comuni sociali?
Questi beni appartengono insieme alla categoria della Proprietà collettiva, che tanto stenta a trovare un vero riconoscimento, schiacciata com’è fra Proprietà pubblica e Proprietà privata? Oppure sono categorie distinte?
Per sollecitare il confronto su tale problematica si ripropone un articolo di Marco Bersani, apparso lunedì 30 maggio 2005 sul sito www.italia.attac.org/.


La lotta per la difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, a partire dall’acqua – il primo e il più importante fra questi – è una battaglia planetaria, che coinvolge intere popolazioni e chiama in causa le possibilità stesse di futuro per la vita sulla Terra. È bene avere in mente questa dimensione, per non rischiare di considerare la messa sul mercato del servizio idrico di un territorio specifico come un problema meramente tecnico-gestionale. Il modo di produzione capitalistico, nella sua fase neoliberista, si trova immerso in due contraddizioni insuperabili.
La prima ha a che fare con il nodo delle risorse energetiche, rispetto alle quali ci troviamo di fronte ad una svolta epocale. L’epoca delle materie prime fossili (petrolio, carbone etc.) è in prossimità della propria curva discendente e nel giro di non più di mezzo secolo occorrerà organizzare la produzione mondiale sulla base di nuove fonti energetiche e materie prime. Lo scatenamento della guerra globale permanente è il feroce tentativo di risposta a questa finitezza delle materie prime fossili, attraverso l’occupazione militare dei territori nel cui sottosuolo si trovano le ricchezze residue.
La seconda contraddizione ha a che fare con l’economia al tempo del “pensiero unico del mercato”. Lungi dall’aver prodotto, grazie all’esponenziale aumento della produttività dovuto alle scoperte tecnologiche che hanno reso attuale la globalizzazone dei mercati, una qualche forma di redistribuzione delle ricchezze prodotte, il modello neoliberista ha prodotto un aumento della forbice della disuguaglianza sociale, al punto che oggi si trova ad affrontare una crisi economica strutturale. Il sistema soffre di sovrapproduzione di beni materiali conseguente alla mancata allocazione degli stessi su nuovi mercati.
Su entrambe le contraddizioni di cui sopra, aleggia il vero nodo del dilemma: la contraddizione capitale/natura, che, a fronte della limitatezza e del degrado delle risorse naturali obbliga a una scelta di fondo: la dichiarazione di insostenibilità di questo modello economico o l’ulteriore esproprio di beni comuni e servizi allo scopo di valorizzazione del profitto. A questo servono le grandi istituzioni finanziarie internazionali, Fmi, Bn e Wto: mentre con la guerra militare le grandi corporations mettono le mani sulle materie prime fossili residue, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio preparano, attraverso accordi generali, l’accaparramento delle future materie prime (acqua, suolo, semi, specie viventi, menoma etc.).
La domanda a cui dobbiamo rispondere sul piano concreto è la seguente: come può un modello economico che si trova di fronte al doppio problema di una sovrapproduzione di beni materiali e di una mancata espansione su nuovi mercati perpetuare la propria persistenza e la propria ragion d’essere, ovvero la valorizzazione del capitale? Trasformando i beni comuni naturali e i beni comuni sociali, di cui i servizi pubblici rappresentano la garanzia di universalità, in beni economici da sottoporre alle leggi di mercato. A questo risponde il negoziato Gats all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, a questo rispondono le politiche europee incentrate sulla dittatura monetaria della Bce, sui vincoli di Maastricht ed ora sulla Direttiva Bolkestein per il mercato interno. Le lotte per la difesa dell’acqua e dei beni comuni hanno dunque questa dimensione e questa importanza: si tratta di decidere se la vita delle persone può essere considerata mercificabile e se l’unico orizzonte esistenziale per ciascuno di noi debba essere la solitudine competitiva. O al contrario, se si tratta di costruire collettivamente un altro modello sociale a partire dal riconoscimento universale e non negoziabile dei beni comuni naturali e sociali. I beni comuni naturali sono necessari alla sopravvivenza stessa di ciascuna persona e della stessa vita sul pianeta. Come tali devono essere gestiti garantendo l’accesso universale agli stessi e la conservazione alle generazioni future. I beni comuni sociali sono il portato delle lotte in favore dell’emancipazione e sono necessari alla dignità della vita delle persone e alla convivenza comunitaria e solidale. Come tali devono essere gestiti garantendo l’accesso universale agli stessi. Ne scaturisce di conseguenza la necessità di una loro sottrazione alla logica del mercato e di un superamento della loro caratteristica di variabile dipendente dai profitti e dai vincoli monetaristi.
Beni comuni naturali e beni comuni sociali sono gli elementi che designano una comunità umana in quanto tale, sono il centro del contratto sociale fra le persone. La loro non-negoziabilità ed indisponibilità al mercato deve arrivare sino a considerarli anche giuridicamente qualcosa di “altro” dalla proprietà statale o privata: essi sono più compiutamente beni di proprietà sociale, la cui gestione deve essere non solo necessariamente pubblica, ma deve altresì comportare obbligatoriamente la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori. Perché la gestione sarà affidata al “pubblico”, ma la proprietà rimarrà condivisa da tutti i cittadini di una data comunità. Non dovrà di conseguenza più succedere che un Sindaco, solo per il fatto di esser stato eletto, ritenga sufficiente il consenso ricevuto al momento dell’elezione per sentirsi automaticamente legittimato a prendere qualsiasi successiva decisione: i beni comuni sostanziano il contratto per vivere insieme che ciascuna comunità umana si dà; non è possibile di conseguenza alcuna decisione di alienazione degli stessi e diventa necessaria una loro gestione partecipata. Perché in definitiva si tratta di riappropriarsi del bene comune più importante di tutti: la democrazia.