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"La Vicìnia"
Lui dal 2007
 

Dalla rivista “Tischlbongara piachlan - Quaderni di cultura timavese” (dicembre 2000)
LE TERRE COLLETTIVE IN COMUNE DI PALUZZA TRA PASSATO E PRESENTE
Il loro significato originario e lo sviluppo nel corso dei secoli

[Stefano Barbacetto]
I Quaderni di cultura timavese sono un supplemento della rivista “asou geats.. unt cka taivl varschteats!”. La redazione è curata dall’Istituto di Cultura Timavese di Tischlbong/Timau (www.taicinvriaul.org - tembil@libero.it)

L’argomento delle proprietà collettive (siano esse gestite dai Comuni o dalle Amministrazioni frazionali, come beni di uso civico; ovvero da organizzazioni autonome degli utenti, come comunioni familiari montane), sta tornando attuale anche in Carnia, ove, a differenza di molte regioni contermini (Cadore, Trentino-Alto Adige), queste realtà, pur se giuridicamente in vita, parevano in massima parte destinate all’oblio.
Scopo del presente articolo sarà, dunque, la riscoperta delle terre collettive site nel territorio dell’odierno Comune di Paluzza, nonché una sintetica descrizione (1) della loro storia, della loro natura giuridica, e delle prospettive che esse, pur nelle mutate condizioni, possono tuttora offrire alle popolazioni della montagna, loro legittime titolari.
Nello studio dei diritti di proprietà od uso collettivo delle terre, presenti, in forme talvolta assai diversificate, nell’intero continente europeo, non si può prescindere da un esame di natura storica. Regolate in massima parte, almeno nelle età più antiche, da leggi non scritte, queste manifestazioni giuridiche, frutto dell’antica simbiosi tra popolazioni ed ambiente naturale, non possono essere pienamente comprese se non dopo un accurato esame del loro significato originario e del loro sviluppo nel corso della storia.
Le terre di uso comune della Carnia, chiamate nei documenti comugne, o beni communali (friulano comugnis, comunâi; tedesco sappadino gemandlan (2), cominciano ad essere documentate nel secolo XIII. Ciò non significa, naturalmente, che non esistessero anche in epoca precedente; ma soltanto che la documentazione sulla Carnia, assai scarsa per le epoche precedenti, non ne conserva testimonianze più antiche.
Da tempo immemorabile le comunità rustiche di Carnia godevano in comune di amplissime estensioni di terre caratterizzate dalla vegetazione spontanea: boschi, pascoli, saletti (incolti produttivi negli alvei fluviali), montagne. Si trattava di terre amministrate dalle vicinie (assemblee dei capifamiglia originari di ciascun villaggio, ad esclusione dei capifamiglia di origine forestiera, non esplicitamente ammessi nella comunità) in piena autonomia, e destinate all’uso comune dei membri delle comunità, attraverso il taglio della legna da ardere e del legname da costruzione, il pascolo degli animali, lo sfruttamento agricolo di appezzamenti di terreno periodicamente assegnati ai singoli nuclei familiari; ovvero affittate a privati, dividendo il reddito monetario fra le famiglie, o destinandolo all’acquisto di granaglie ed alla costruzione di argini a protezione degli abitati.
Alcuni boschi collettivi (boschi communali banditi, da non confondersi coi boschi banditi di San Marco) erano assoggettati dalle comunità ad un particolare regime di protezione, che comportava il divieto parziale o totale di taglio, per incrementarne il valore economico o, più frequentemente, per la protezione idrogeologica dei pendii a monte dei villaggi.
Da un punto di vista giuridico, il godimento delle comugne da parte dei Communi rustici di Carnia poteva essere ricondotto ad una varietà di situazioni.
Una parte di quelle terre (specialmente alcune malghe) era soggetta ad oneri, in denaro od in natura, a favore di istituzioni ecclesiastiche (conventi, capitoli di Chiese) od a signori feudali, generalmente residenti nella pianura o nella collina friulana. Si trattava con ogni probabilità di antiche concessioni, con le quali i titolari di simili beni si erano affidati, per la loro coltivazione, ad intere comunità, ritenute più affidabili dei singoli, e maggiormente in grado di portare a termine le impegnative opere richieste (decespugliamento, cura del bestiame, produzione casearia). Si trattava di concessioni a lungo termine, od addirittura perpetue; e le comunità concessionarie, secondo il diritto medievale, finirono col vantare il dominio utile dei beni in questione: una vera e propria proprietà, limitata solo dall’obbligo della periodica corresponsione dell’onere pattuito (denaro, formaggio) ai titolari del dominio eminente.
Nella massima parte dei casi, tuttavia, eccettuando rari esempi di acquisto per compravendita, le comunità godevano tali beni da tempo immemorabile, senza che vi fosse memoria contraria, e senza essere tenute ad alcun pagamento nei confronti di terzi. Tale stato di fatto, riscontrabile fin dalle epoche più antiche, apre la porta ad ogni genere di ipotesi sull’origine longobarda, romana, preromana di tale istituto; fino a sconfinare nelle speculazioni filosofiche, incentrate sul diritto del primo occupante, ovvero sul diritto naturale delle popolazioni alla terra da cui trarre il sostentamento.
Tale situazione perdurò anche dopo l’annessione della Carnia alla Repubblica Veneta, le cui autorità si impegnarono solennemente, in cambio della fedeltà dei Carnici, a rispettarne “omnia jura, statuta et consuetudines” (3): a mantenere cioè in vigore quel diritto in gran parte consuetudinario secondo il quale i Carnici si erano retti nelle epoche precedenti.
Una documentazione completa sulle terre comuni di Carnia risale agli inizi del XVII secolo. In quell’epoca le autorità veneziane, nell’ambito di una politica di maggiore ingerenza nelle questioni del Dominio da Terra, decisero un più intenso impegno nella questione dei communali. Da più di cent’anni, infatti, il diritto veneto considerava le terre godute ab immemorabili dalle comunità soggette come beni appartenenti alla Signoria, “paternamente” concessi in godimento gratuito alle popolazioni (4).
Elementi fondamentali di tale disciplina erano l’incommerciabilità ed il vincolo di destinazione (divieto di disboscamento e di riduzione a coltura) dei communali stessi. Il decreto del Senato Veneto 9 gennaio 1602 more Veneto (cioè 1603) prevedeva nuovamente la difesa di tali terre, accostando, ai Proveditori sopra beni communali già esistenti in Venezia ed incaricati della loro conservazione, la figura dei Proveditori sopra la revisione dei beni communali in Terra Ferma, col compito di redigerne un accurato Catastico, e di inquisire e reprimere il fenomeno degli usurpi. Chi aveva occupato terre communali doveva infatti essere costretto o a pagarne il prezzo (nel caso di piccoli sconfinamenti, con un occhio di riguardo per i contadini poveri), od a restituire il maltolto in uso comune.
Nel quadro delle operazioni dirette dai Proveditori Luca Falier e Bernardo Marcello, tra l’autunno 1606 e l’estate 1608 tutti i villaggi di Carnia furono visitati dai pubblici periti catasticatori Peretti, Banderini e Griffo, che, previo giuramento dei merighi (5) delle varie comunità e di altri testimoni vechj et pratici, redassero oltre novanta relazioni, che furono rilegate nei volumi dei Catastici tuttora conservati nell’Archivio di Stato di Venezia (6).
Dall’esame dei Catastici risulta che di regola, ancora nel 1606-1608, le terre comuni di Carnia possedute ab immemorabili erano soggette a diritti concomitanti (promiscuità), variamente configurati, di gruppi di villaggi corrispondenti alle circoscrizioni ecclesiastiche più antiche, o Pievi, in cui la Carnia era divisa. Solo gradualmente, con un processo storico di estrema lentezza, si identificarono zone di sfruttamento esclusivo per ciascuna comunità (o Commune, corrispondente in genere all’attuale Frazione). Si tratta di un fatto di estremo interesse, giacché l’istituzione plebanale risale almeno all’Alto Medioevo e, secondo una dibattuta ma affascinante teoria storicogiuridica, i limiti di queste circoscrizioni, in area montana, potrebbero ricalcare quelli degli antichissimi pagi di età preromana, conservati dai Romani come suddivisioni interne dei municipia (in Carnia, di quello di Zuglio); confermando così anche l’origine antichissima dei diritti collettivi sulle terre.
Sulla base delle descrizioni dei Catastici (e con l’ausilio di alcune mappe o vedute del secolo XVIII) si è abbozzata una carta delle comugne nel territorio di Paluzza nel Seicento. Si precisa fin d’ora che, trattandosi di un’epoca di più di due secoli anteriore alla realizzazione del primo catasto geometrico particellare, i confini delle comugne sono resi in maniera forzatamente approssimativa, ed in alcuni punti in via meramente indiziaria.
Rispetto al resto della Carnia, caratterizzata da grandi comunioni di Pieve, l’area di Paluzza non faceva eccezione. Sebbene il processo di sfaldamento dell’originaria promiscuità riferita all’antica Pieve di Zuglio fosse, almeno per quanto riguarda la parte settentrionale della sua circoscrizione, giunto alle sue estreme conseguenze, permaneva, all’interno dell’area, una comunità di godimento di pascoli e boschi formata da ben cinque villaggi: Paluzza, Englaro, Naunina, Casteóns, Cleulis (a nulla rilevando che questa villa, al pari di Timau, da più di duecento anni non facesse più parte del Quartiere di San Pietro, essendo stata annessa alla Comunità di Tolmezzo (7), autodefinitasi come Pieve di San Daniele (sebbene, a rigore, la Chiesa di San Daniele di Casteons non fosse una Pieve), godeva un unico, vasto, territorio comune, ancor oggi identificabile sulla scorta della relazione del perito catasticatore Hercole Peretti datata 4 ottobre 1607 (8) (vedi appendice, documento n° 2), di cui seguiremo la descrizione.
Le cinque comunità dichiaravano di possedere:
1) i Saletti del Moscardo, nella regione pianeggiante posta ai lati della strada per Timau (nella stessa area, cinque giorni prima, dichiaravano di poter portare il proprio bestiame anche gli uomini di Sutrio (9),
2) alcune comugne (per sotto Fontana, Costa Secha, Pian del Zocho, Ronchlum; e la comugna di Chiaula) site a sud-est del centro di Paluzza;
3) un vasto territorio sulla destra del Fiume (10) dal Rio del Merlo a sud fino ai beni di Timau a settentrione. La relazione non si dilunga nella descrizione dei terreni posti sulla sinistra del Fiume, che però, come si vedrà, sono citati nella relazione di Timau (e che sono stati inseriti nella cartina n° 1 perché, come si vedrà, essi esistono tuttora).
Gli abitanti delle cinque ville consorti, inoltre, lamentavano di aver subìto l’usurpazione di un loro bene collettivo nientemeno che da parte del Gastaldo di Tolmezzo. Si trattava del lago sito un tempo di fronte a Cleulis, e colmato, nei secoli successivi, dalle colate di ghiaia e di fango (muses) provenienti dalle erosioni del monte Moscardo; lago allora assai pescoso, che fruttava un reddito non trascurabile al Gastaldo che, a detta degli abitanti, se ne era impadronito. La dichiarazione giurata di costoro ebbe il suo effetto. Secondo le norme del diritto veneto, il Proveditore sopra la revisione dei beni communali in Terra Ferma Luca Falier emise un mandato ex officio che ingiungeva al Gastaldo di restituire il bene alle comunità, o, in alternativa, di presentarsi di fronte al magistrato per esibire i propri titoli. Il 22 agosto del seguente anno 1608, lo stesso Luca Falier, atteso invano che il Gastaldo si presentasse in giudizio, nonostante gli fossero state concesse varie proroghe, decise (con terminazione 22 agosto 1608) la definitiva relassazione (che nel linguaggio giuridico odierno si direbbe reintegrazione) del Lago alle cinque comunità promiscuanti (11).
Gli abitanti di Englaro, infine, insieme a quelli di Zenodis, ma senza ingerenze dei Paluzzani, godevano anche una comugna nel versante del riu Orteglas, estesa a est ed a sud fino al riu di Maestrin ed al bosco di San Marco ancor oggi detto di Cuc-Peceit.
Anche la villa di Rivo, in epoca precedente, aveva fatto parte della comunità della “Pieve” di San Daniele, ed i suoi rappresentanti lamentavano la propria attuale esclusione dai pascoli goduti dalle altre ville: notazione interessante, che dimostra come il processo di sfaldamento delle comunità di vallata fosse ancora in corso agli inizi del XVII secolo. Ad ogni modo i vicini di Rivo indicavano al perito catasticatore (12) le comugne di proprio godimento, site tutte a breve distanza dalla villa, e che corrispondono (né questo può stupire) agli odierni beni frazionali di Rivo amministrati dal Comune di Paluzza. Nel 1607, tuttavia, l’area in questione doveva essere più vasta di quella odierna, poiché, nell’indicare gli appezzamenti confinanti col loro bene, gli uomini di Rivo accennavano alla comugna di Chiaula (appartenente a Paluzza) a nord, ed al bosco di San Marco ad est; che oggi non confinano più coi beni in questione.
Oltre alle comugne citate, situate nei dintorni del villaggio, Rivo godeva, in promiscuità con Sutrio e Cercivento di Sotto, del Saletto di grave lungo il Fiume, compreso tra le torri del Moscardo, e le confluenze di Pontaiba e Gladegna nel Fiume stesso. La storia di questo vasto terreno è fra le meglio documentate di Carnia: si trattava di un bene arimannico, già del fisco regio, assegnato in epoca longobarda ad un gruppo di militi di schiatta germanica, obbligati al servizio militare. Nel XIV secolo il Patriarca aveva acquistato i diritti su quel bene e lo aveva livellato alle tre comunità che, oltre due secoli dopo, continuavano a goderlo, pagando il relativo canone livellario nella cassa del Gastaldo di Tolmezzo (13).
Gli abitanti di Rivo, infine, segnalavano la presenza di una minuscola usurpazione perpetrata da un privato ai danni della loro comugna.
Peculiare era invece la situazione di Timau: se si eccettua un’area promiscua con Paluzza e ville consorti, risultato di compromesso che aveva posto fine ad antiche liti confinarie (14), questa villa di lingua tedesca godeva un vasto territorio a titolo esclusivo. Si tratta di un fatto interessante, per le somiglianze con la situazione delle altre due comunità germanofone di Carnia. Neppure Sappada e Sauris, infatti, paiono coinvolte nei complicati rapporti di promiscuità che legavano fra di loro i villaggi del Quartiere o Pieve di Gorto, e della Pieve di Socchieve, cui appartenevano in spiritualibus (e, prima dell’annessione alla Comunità di Tolmezzo avvenuta nel 1392, anche dal punto di vista civile). Nel caso di Sappada e Sauris, la mancanza di legami con le altre ville di lingua friulana può essere spiegata con la data, e la modalità, dello stanziamento. È infatti ipotizzabile (per Sappada con forti indizi a conferma (15) che lo stanziamento dei coloni tedeschi a Sauris e Sappada sia stato organizzato da soggetti (nel caso di Sappada, dal Patriarca di Aquileia) interessati a ricavare un reddito da territori d’alta quota allora non abitati in modo permanente. L’epoca relativamente tarda (1100-1200) della fondazione di Sauris e Sappada spiegherebbe così la scarsa integrazione di queste due comunità nei complessi rapporti relativi alle preesistenti comunità di vallata. L’ipotesi si presta a descrivere anche la situazione di Timau, sebbene la sua posizione, nei pressi dell’allora importante e trafficato valico di Monte Croce, sia piuttosto diversa da quella decisamente marginale delle altre due comunità germanofone. Ad ogni modo Meriga ed huomini di Timau (ser Zuan Antonio Degan, messer Anzolo di Mento, ser Salvestro Viz, ser Piero Primis e ser Zorzi Mento), dichiaravano (16) al pubblico perito Hercole Peretti di utilizzare le seguenti commugne:
1) la vasta area a monte del villaggio, sulla destra del corso del Fiume, dalla malga di Collinetta (bene di ragione della famiglia Savorgnan) ad ovest fino alla località Alpo (timavese Alp, friulano Aip) presso Cleulis e alle rive del Lago ad est (gli altri confini: il Fiume a nord, il monte Terzo e i beni di Tolmezzo a sud);
2) l’area sulla sinistra del Fiume, compresa tra Monte Croce ad ovest, la Creta di Timau ed altre pareti rocciose a nord, il riu di Sileit ad est, ed il Fiume a sud;
3) il già citato terreno detto Carbonaria, compreso tra il riu di Sileit ed il riu Lavò, goduto in comune tra Timau e Paluzza-Englaro-Naunina-Casteóns-Cleulis;
4) la comugna detta del Monte di Croce, estesa a Nord della Creta e sita tra la località Gaiernesto (in timavese Gaiareist) ad est, ed il rio di Collinetta ad ovest, usurpata da tale Zuanne di Piazza (17).
All’interno delle citate comugne esistevano però anche delle isole di proprietà di particolari, regolarmente citate nel Catastico; come pure il bosco di San Marco detto in Luchies.
Va notato inoltre che nel Catastico tutte le indicazioni alla villa di Timau sono riferite alla vecchia posizione dell’abitato, che come è noto, prima della disastrosa alluvione del 28-29 ottobre 1729, sorgeva sulla riva destra del Fiume, nei pressi del santuario del Cristo (Oltar Got, oggi Tempio Ossario).
Non era, né è infrequente, in varie zone di Carnia (18) il caso di comunità in possesso di terre site al di fuori delle proprie circoscrizioni. Nell’attuale territorio del Comune di Paluzza i Catastici registrano vari esempi al riguardo. Si trattava in genere di beni soggetti a diritti eminenti di Signori o Chiese, ma soggetti ai concorrenti, plurisecolari diritti di dominio utile delle comunità di villaggio.
Un primo esempio riguarda la villa di Piano d’Arta, che, fin dal XIV secolo, possedeva il vasto comprensorio boschivo e malghivo del monte Pramosio (che per un terzo, però, apparteneva alla Chiesa di Piano). Nel 1606 i vicini di quella villa, però, denunciavano che il loro bene era stato usurpato da tale ser Agustin di Salverio di Paluzza (19): A questa figura storica deve essere ricondotta la figura leggendaria del Dannato del Moscardo (cui la tradizione attribuisce proprio il nome di Ser Silverio), lo spergiuro costretto per l’eternità a demolire col proprio piccone la montagna usurpata.
I Communi di Terzo e Lorenzaso rivendicavano la titolarità del monte detto di Terzo; in possesso almeno dal XVI secolo da un consorzio controllato dai membri dell’influente famiglia Veritti di Terzo. Le comunità di Terzo e Lorenzaso, approfittando della legislazione veneziana per la repressione degli usurpi, ottennero pieno soddisfacimento delle proprie pretese con la sentenza d’appello 5 settembre 1761 del Collegio dei XX Savj del Corpo del Senato. Fra gli strascichi di questa vittoriosa lite vi fu anche una controversia confinaria con Timau per il bosco di Lavareit, insistentemente rivendicato da Terzo e Lorenzaso (20).
Un altro alpeggio che nell’odierno territorio del Comune di Paluzza era posseduto in promiscuità da due comunità site al di fuori dei confini comunali è il monte Zoufplan, appartenente, ieri come oggi, a Priola e Nojàriis (21) ed allora soggetto, come anche i monti Tamai ed Agareit più vicini a quelle ville, ad un onere in denaro ed in natura (formaggio) a favore del Reverendo Capitolo di Aquileia (22).
Anche la Magnifica Comunità di Tolmezzo, infine, disponeva di una malga in territorio di Timau; si trattava della Cjaula Tumicina e dei territori adiacenti. Sebbene Tolmezzo (in virtù dei propri privilegi) fosse stata esonerata dalla catasticazione, i suoi beni, come s’è visto, sono citati tra quelli confinanti con le comugne di Timau.
I Catastici non forniscono invece informazioni sufficienti sui terreni posseduti dalle comunità carniche in territorio austriaco, e sfruttati col sistema della monticazione transfrontaliera. Per restare nel Comune di Paluzza, la Frazione di Rivo, fino agli inizi del XX secolo, possedeva il monte Scarnìtz italiano o Skarnitzalm: che, a quanto pare, fu venduto dopo la prima guerra mondiale per le limitazioni poste dall’Austria all’ingresso del bestiame italiano.
In almeno un caso, tuttavia, una comunità carnica possiede ancora beni in Austria. Si tratta proprio del Comune di Paluzza, che tuttora possiede i circa 50 ettari del Pian del Cavallo – Rossboden, e del versante settentrionale del monte Pal Grande (23): fondi appartenenti, con tutta probabilità, alla frazione di Timau, coi cui beni essi confinano.
In Carnia lo scopo per cui furono realizzati i Catastici, cioè l’affermazione dei diritti della Signoria di Venezia sui communali di terraferma, non fu pienamente raggiunto. Già nell’agosto 1610 il Senato veneto riconobbe le peculiarità del regime giuridico dei communali di Carnia, ed assicurò che in materia non vi sarebbero state innovazioni. Ne conseguì fra l’altro l’esonero della Provinzia dalle grandi vendite di communali intraprese dopo il 1646, per finanziare la lunga ed estenuante guerra col Turco per la difesa di Candia.
Le comugne di Carnia sopravvissero anche alla radicale riforma amministrativa dell’epoca napoleonica, che istituì le moderne Municipalità (o Comuni) in luogo degli antichi Communi (ora divenuti Frazioni) (24). I decreti napoleonici sancivano sì il trasferimento dei beni già amministrati dai Corpi degli Antichi Originari nell’amministrazione dei Comuni (25), ma anche il mantenimento di bilanci distinti per le varie Frazioni (26) conservando così anche la distinzione fra le relative terre. Continuò pure l’uso diretto di boschi e pascoli da parte degli abitanti.
Un importante mutamento fu tuttavia introdotto, in epoca austriaca, dalla Sovrana Risoluzione 16 aprile 1839, che, secondo le teorie economiche allora in voga, permetteva/consigliava/obbligava le Amministrazioni alla vendita/livellazione/ripartizione (27) delle terre “comunali”. Anche nel Comune di Paluzza, specialmente nei pressi degli abitati, furono realizzate numerose lottizzazioni. Nelle aree montane, diversamente che nelle fertili pianure, gran parte delle terre comuni rimase tuttavia indivisa.
Tra i più notevoli segni di continuità fra passato e presente va considerata la speciale condizione dei boschi tensi o di protezione: cioè di quelle comugne (di cui s’è già fatto cenno) in cui le vicinie vietavano ogni taglio di legname per garantire la protezione idrogeologica dei villaggi sottostanti. In piena continuità col passato, questi boschi, spesso veri e propri monumenti naturali (la particolare tutela permette l’evoluzione spontanea delle consociazioni arboree) furono tutelati anche dopo la fine dell’Antico Regime. Nell’ambito dell’odierno Comune di Paluzza erano ad esempio “banditi” il bosco di Cjaule, appena a monte del capoluogo; il bosco sopra Casali Sega, e la monumentale faggeta di Cleulis, soggetta ancora oggi al regime di “riserva orientata”. La villa di Timau, nella nuova (ed attuale) posizione, era tutelata addirittura da due boschi communali banditi: due faggete a monte del paese, ed il piccolo erlach (la vetusta ontaneta che proteggeva Timau dalle acque del Fiume). Di quest’ultimo, singolarissimo bosco tenso dolce, non più esistente, è già stato scritto (28).
La particolarità di Timau è evidente: dopo lo spostamento dell’abitato (che fu probabilmente rifondato su terre collettive), causato da un’alluvione dovuta forse allo sfruttamento eccessivo dei boschi (talvolta tollerato dalle comunità, che solevano affittare i propri beni a privati mercanti), quegli abitanti scelsero una più accorta pianificazione ambientale.
Il regime delle terre comuni è oggi regolato dalla legge n° 1766 del 1927, dal relativo regolamentod’attuazione (Regio decreto n. 332 del 1928) e dalla successiva legge n° 257 del 1957 sulle Amministrazioni Separate. Vale la pena di descrivere la loro disciplina nel diritto dei giorni nostri. Le terre civiche (quelle possedute dai Comuni (29), dalle Frazioni, dalle Associazioni Agrarie; unitamente a quelle derivanti dalla liquidazione degli usi civici in senso stretto (30) sono da dividersi in due categorie:
a) terre convenientemente utilizzabili come boschi e pascoli permanenti;
b) terreni atti alla coltura agraria (31).
Le terre di categoria b), poco diffuse in Carnia per le caratteristiche dell’ambiente alpino, sono destinate dalla legge alla divisione in enfiteusi tra le famiglie coltivatrici; mentre i beni di categoria a) sono soggetti ad un particolare regime conservativo, per molti aspetti affine a quello, precedentemente descritto, di epoca veneziana. Le terre civiche (32), infatti, sono inalienabili (33), e non sono soggette ad usucapione (chi occupi simili beni potrà al limite chiedere la legittimazione del proprio possesso, concessa a condizioni piuttosto rigide (34); i diritti degli abitanti si conservano anche se non esercitati per lungo tempo. Boschi e pascoli civici sono inoltre soggetti ad un vincolo di destinazione che ne tutela l’assetto naturalistico, permettendone però l’uso da parte dei cittadini.
I cittadini appartenenti alla comunità titolare (individuati tramite il criterio della residenza effettiva) possono utilizzare direttamente il bene, nel rispetto della legislazione forestale, per i bisogni propri e della famiglia (35) secondo un apposito regolamento che, nel caso della Carnia, dovrà prevedere e disciplinare i diritti di legnatico, di pascolo, e di fabbisogno da fabbrico e rifabbrico (diritto al legname da opera per costruire/riparare l’abitazione). È importante rilevare che questi diritti sono gratuiti (od al massimo soggetti ad un corrispettivo parziale, che deve prescindere dai prezzi di mercato). Al diritto di pascolo sono connesse facilitazioni pochissimo conosciute: ad esempio la possibilità, per chi ne faccia uso, di considerare la superficie delle terre comunali o frazionali utilizzate nel calcolo dell’indennità compensativa per l’agricoltura di montagna (36). Anche il legnatico, in forme modernamente organizzate, può essere molto interessante per l’economia locale (37).
Le terre civiche frazionali, che l’art. 1 della legge n°278/1957 definisce “beni di proprietà collettiva della generalità dei cittadini abitanti nel territorio frazionale” possono essere amministrate dalle Amministrazioni Frazionali Separate composte da cinque membri eletti dai cittadini della Frazione. In ogni caso, il reddito proveniente dai beni frazionali deve essere impiegato “a profitto dei frazionisti, qualunque sia il numero di essi” (38). Si tratta di un riconoscimento dell’individualità delle antiche comunità stanziate sul territorio, che non possono essere confuse con i moderni Comuni, nati in epoca seguente. La differenza è evidentissima proprio nelle zone (quali la Carnia) di popolamento sparso in decine o centinaia di centri abitati, che distano spesso vari chilometri dai capoluoghi, sede di amministrazioni non sempre capillarmente “presenti” nella gestione di quei territori. La presenza delle Amministrazioni separate, naturalmente, non è incompatibile con forme di collaborazione e di gestione consorziale (39).
Uno speciale organo amministrativo e giurisdizionale (40), il Commissario agli usi civici, impersonato da un magistrato oggi nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura (per la Carnia è competente il Commissariato di Trieste) è incaricato di compiere le operazioni previste dalla legge stessa: accertamento amministrativo dell’esistenza di terre civiche (tramite indagini espletate da un perito), loro descrizione in un bando, ed assegnazione a categoria a) o b); e, per i beni di quest’ultima categoria, la dichiarazione degli usi. Nel caso in cui a seguito dell’accertamento sorgano contestazioni, il Commissario è chiamato a deciderle in qualità di magistrato (41).
Ove applicata, la legge n° 1766/1927 ha permesso il ripristino dei diritti delle popolazioni, spesso compressi o indebitamente usurpati dalle stesse Amministrazioni Comunali che in primo luogo dovrebbero farli rispettare. A partire dagli anni ’20, infatti, moltissimi Comuni di Carnia unificarono i bilanci frazionali, confondendo le terre civiche frazionali con il patrimonio comunale, liberamente commerciabile e non soggetto ai diritti dei cittadini. Frutto di questa politica, l’oblio dei diritti delle popolazioni e l’abbandono e la dispersione del patrimonio collettivo, oggetto (nei casi migliori) di una gestione burocratica da parte di amministrazioni “distanti”, o (nei casi peggiori) della svendita a privati in dispregio delle leggi vigenti: fenomeni questi che, accanto ad esempi di buona amministrazione pure esistenti, hanno afflitto ed affliggono tuttora anche la Carnia.
L’accentramento dei bilanci frazionali fu dichiarato illegittimo già nella “storica” sentenza 30 giugno 1933 della Corte d’Appello di Roma (42), che, dando ragione ai frazionisti di Tualis nella lite da essi promossa contro il Comune di Comeglians, dichiarò un simile atto del tutto abusivo (43).
Gran parte dei Comuni di Carnia, tuttavia, persevera nel disapplicare tali principi.
Le operazioni dirette dal Commissario agli usi civici, con riguardo al Comune di Paluzza, hanno portato, decenni or sono, ad un importantissimo risultato. Il bando commissariale 4 dicembre 1942, divenuto definitivo dopo la pubblicazione nell’Albo Comunale di Paluzza (vedi infra), riconosce ed individua l’esistenza di parecchie centinaia di ettari di beni di uso civico appartenenti alle varie comunità che compongono il Comune: e cioè a Timau, a Rivo, e (con diverse intestazioni catastali) al gruppo di ville in promiscuità: Paluzza, Englaro, Naunina, Casteóns e Cleulis. La loro individuazione sulla mappa conferma, nonostante le “erosioni” avvenute nel corso dei secoli, le risultanze dei Catastici del primo ’600.
Come “terra civica” è stata considerata anche la Val Castellana, intestata alla Frazione di Cleulis ed a numerosissimi privati (44).
Si tratta di un documento di grande importanza, che sancisce ufficialmente i diritti della popolazione delle varie Frazioni del Comune. Grazie a questo documento non sarà possibile “presumere” l’inesistenza di centinaia di ettari di terra collettiva, come avvenuto in altri Comuni della Carnia, con decisioni che hanno aperto complicati contenziosi tuttora irrisolti. È importante tuttavia che gli abitanti siano consci dell’esistenza dei diritti collettivi, li esercitino e ne chiedano e pretendano il rispetto.
Il rifiuto del permesso di accesso all’archivio commissariale mi ha impedito di verificare se il bando del 1942-1946 sia stato seguito dagli altri atti previsti dalla legge (assegnazione delle terre a categoria a), dichiarazione e regolamento dei diritti esercitati dai cittadini, aggiornamento del bando stesso ai numeri di mappale del Nuovo Catasto). Si tratta di atti indispensabili per la corretta applicazione della legge e per il concreto riconoscimento dei diritti di cittadini e Frazioni (45).

DOCUMENTI

Dai Catastici dei Proveditori sopra beni communali:

Relazione di Timau: Archivio di Stato di Venezia, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 251 (Catastico di Friul III, e Cargna)

Tamao nel Canal di S. Piero

Illustrissimi Signori Proveditori sopra li Beni Communali Signori Colendissimi

In essecutione del mandato di Sue Signorie Illustrissime de dì XI setembrio 1607 che comette a me Hercole Peretti publico Peritto che trasferir mi debbi nella Cargna giurisditione di Tolmezo, et adì 4 novembrio 1607 mi conferì nella villa di Tamao, et ivi adimandato il Mariga et huomini vechi et pratici, quali furono ser Zuan Antonio Degan, m. Anzolo di Mento, ser Salvestro Viz, ser Piero Primis et ser Zorzi Mento, a’quali ò datto il giuramento che mostrar mi debbi tutti li beni communali, come l’usurpatione et intachi fatti da qual si voglia persona, et così unitamente siamo andati sopra esse commugne et quelle confinate, e tolto li confini, e prima: –

Item il medesimo Commun gode sollo l’infrascritta commugna boschiva e pascoliva detta Inteluchies, in Coloret, et Ruvisa sino Sotto Alpo in confin di Chleula (46), confina detta commugna a levante con il Lago (47), et Alpo et pradi di particolari, a mezodì con la monte di Terzo (48), et monte di quelli di Tolmezo (49), a sera con la monte delli Signori Saorgnani, detta Colina et Riù di Colineta, a tramontana con il riù che va a Tamavo (50) e scola nel Lago.
Item gli medesimi gode un’altra commugna boschiva e pascoliva loro solli detta (51) Plotta, et Sachia Picola, et Sachia Grande Sitirlana Pedrelina, la qual commugna si congiongie una nell’altra, confina a levante con il riù di Siglieti (52) e parte il riù che vien da Tamavo, a mezzodì il detto riù, a ponente la commugna detta del Monte di Crose, a tramontana le Crette, dichiarando che dentro questa commugna vi è un prado detto Ronch’Affitto, et Roncho tenutti per m. Anzolo di Mento, et un altro pezzo tenutto per Zuan di Toni
Item un altro pezzo di commugna boschiva e pascoliva detta Carbonaria goduta in comunione con quelli di Paluza et consorti (53) così di pascolar come tagliar, confinano a levante parte con il riù detto Magnadorie (54) overo Lavo, et parte la monte di m. Agustin Salverio (55), a mezodì il riù che va nel Lago, a sera il riù detto Siglieto, a tramontana detto riù di Siglieto, et parte la monte di m. Agustin Salverio.

L Item li huomini sopra scritti asserisce con suo giuramento haver inteso dalli suoi antenati et loro padri che Zuanne di Piazza à usurpato un pezzo di montagna boschiva e pascoliva detta la Monte di Croce di longeza per spatio di dui miglia in circha, qual è dentro gli infrascritti confini, cioè principia al Gaiernesto (56), seguitando di sopra via insino alla Cretta, continuando drio la Creta insino ad una crose sopra di un sasso apresso la strada che vien di terra todescha ove[ro] va in Alemagna, partendosi poi dalla croce seguitando poi a retta linea sino nel riù di Colineta, monte delli Signori Saorgnani, et seguita giù drio il riù che va a Tamao –

Relazione di Paluzza, Naunina, Englaro, Casteons, Cleulis: ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 231v.

Paluza Casteons Naonina Englaro Chleulis nel Canal di S. Piero

Illustrissimi signori Proveditori sopra li beni communali signori colendissimi

In essecutione del mandato di sue Signorie illustrissime de dì XI setembre 1607 che comette a me Hercole Peretti publico Peritto che trasferir mi debbi nelle Ville della Cargna Giurisditione di Tolmezo et adì 4 ottobre 1607 mi conferì nella villa di Paluza, Casteons, Naonina; Englaro, Chleulis, qual ville pascolano insieme, et ivi adimandato il Meriga et huomini vechij et pratici quali furono ser Bertolamio de Anglaro et in suo loco Piero di Anglaro Mariga, ser Constantin di Casteons, ser Piero quondam Domenego detto il Rosso, ser Zuanne quondam Piero Cozzo, ser Leonardo quondam Zuane Vanini a quali ò datto il giuramento che mostrar mi debbi tutti li beni communali come ancho l’usurpatione et intachi fatti da qual si voglia persona, et così unitamente siamo andati sopra esse comugne, et quelle terminate et da me tolto li confini, e prima –

Item li medessimi Comuni gode in compagnia alcuni saletti detti del Moschardo quali è posti in pianura per andar a Tamao
Item li medessimi Comuni gode in compagnia le comugne nominate per sotto Fontana, Costa Secha et il Pian di Levor, Pian del Zocho, Ronchlum che il piover di esse comugne guarda verso il Fiume, qual confina a levante pradi di particolari (57), il riù […], chiamado il Gran riù, e Comun di Zenodis, a mezodì la tavella, a sera li Saletti e a tramontana il riù Salet –
Item li medessimi gode insieme un’altra comugna che il piover di essa guarda verso la villa, detta in Chiaula, confina a levante pradi di particolari, a mezodì il Presignon, a sera la tavella di Paluza e ronchi, a tramontana parte pradi e parte il riù de Rizol apresso li pradi –
Item una comugna detta Ronco Susegn seguitando drio la costiera sino a Costa Cleolina le qual comugne confina a levante il Fiume così detto, a mezodì il Riù del Merlo, seguitando pradi di Circivento sino al Col di Meleseit seguitando per li confini in loco detto Riù del monte di Scalar continuando giù drio il riù sino alli pradi di Val Castelana, a sera la monte di Terzo, a tramontana Costa Cleolina de confin con le comugne di Tamao e pradi di particolari –
Item li medessimi dicono con loro giuramento esserli statto usurpato una comugna detta del lago et hora dal signor Gastaldo di Tolmezo gli sono statte usurpata, qual signor Gastaldo l’affitta a diversi pescadori a tanto pesse all’anno et così gli detti Comuni si dolle a non potter conseguir il benefitio dattogli anticamente da sua Serenità; tuttavia che habbi hanco hautto gran danni dal detto Fiume o lagetto, ché gli sono da dette acque statto menato giù li loro tereni e tavelle; perhò gli medessimi Comuni insieme desidera haver per l’avvenire il loro possesso di detta Comugna o lagetto
Item il Comun de Englaro sollo gode in compagnia le comugne che il piover di esse guarda nel riù Orteglans così da una parte come dall’altra del riù le qual si gode in comunione con il Comune di Zenodijs quali può pascolar e tagliar legniami insino al riù Malestrin (58) et sino al boscho di S. Marco dalla parte di Masanadia fino al Ceio delli Pradi di Pizzinel, et che le loro molte resti come per il passato.

Relazione di Rivo: ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 232v.

Riù nel Canal di S. Piero
[1]5 marzo 1636 [eb]be il suo privilegio

Illustrissimi signori Proveditori sopra li beni communali signori colendissimi

In essecutione del mandato di sue signorie illustrissime de dì XI setembrio 1607 che comette a me Hercole Peretti publico Peritto che trasferir mi debbi nella Cargna giurisditione di Tolmezo, et adì 5. ottobrio 1607 mi conferì in villa di Riù nel Canal di S. Piero, et ivi adimandato il Mariga, et huomini vechij et pratici, quali furono ser Poloni di Centa Mariga, ser Leonardo di Ronco, ser Christofolo di Centa, ser Pauli Versan, ser Iseppo di Ronco, a quali ò datto il giuramento che mostrar mi debbi tutti li beni communali come l’usurpatione et intachi fatti da qual si voglia persona et così unitamente siamo andati sopra esse comugne et quelle fu dalli huomini con loro giuramento confinate con termini, e da me fu tolto li confini e prima

Un pezzo di comugna in cima il monte nominato Prat Giavei pascolivo e per far legnie da brusar goduto sollo per il detto Comune, confina a levante il boscho di Pezzeit, a monte la Cretta a sera pradi di Pian e Comune di detta Villa di Pian detto il Boscho, a tramontana pradi della villa di Riù –
Item un altro pezzo di comugna detta Romalis e Spandolias Roveredo Chiaula Riù di Roviels e Prasignon, qual comugne si congiongie tutte insieme che il piover di esse guarda verso il Fiume overo la villa di Riù, confina detti pascoli a levante pradi di particolari a mezodì pradi de Impiano detto Valseles, a sera la strada publica e parte il Fiume, a tramontana Chiaulis comugna (59) et il riù seguitando la strada publica
[si ripetono letteralmente i due capoversi precedenti];
Item il medesimo Comun gode in compagnia gode in compagnia con la villa di Sudrio e Cercivento di Sotto, alcuni saletti investiti dal signor Gastaldo di Tolmezo sì come ne do conto nelle depositione di Sudrio
Item li medesimi di Riù dicono che à possesso di poter pascolar sopra le montagnie della Pieve di S. Daniel sì come li detti della Pieve à possesso di poter transitar sopra le comugne di Riù ma da essi della Pieve vien levado il loro possesso, et non vuol altrimente che più vada a pascolare. –
Canduzo di Barcon usurpò un pocco di terreno comunale contiguo alla strada publica qual è C. – q. – t. 16 1/2

Bando del Commissario agli usi civici che riconosce l’esistenza di terre civiche in
Comune di Paluzza (Bollettino degli usi civici 1947, I, 175)
PROVINCIA DI UDINE.
COMUNE DI PALUZZA.

Il R. Commissario per la liquidazione degli usi civici in Trieste;
presa in esame la pratica di ufficio, relativa al riordinamento degli usi civici nel Comune di Paluzza, in Provincia di Udine;
Visto che le relazioni, per detto Comune e per le sue frazioni presentate a questo Commissariato addì 31 agosto 1932, 16 giugno e 31 agosto 1933 dall’istruttore - perito e delegato tecnico, nominato ai sensi dell’art. 28 comma 4° Legge 16 giugno 1927 n. 1766, nella persona del geome tra Silvio Delli Zotti di Tolmezzo, rimasero depositate nella Segreteria Comunale di Paluzza, a libera ispezione di qualsiasi interessato, dal 1° al 30 novembre 1938;
Visto che di tale deposito fu dato il prescritto avviso mediante bando 13 gennaio 1937, rimasto affisso all’albo pretorio del ripetuto Comune pure dal 1° al 30 novembre 1938;
Ritenuto che col bando in parola fu nel contempo fatto noto,
a) essere intendimento di questo Commissariato assoggettare alle operazioni di sistemazione, volute dalla legge sovra citata, tutte le terre comprese negli elenchi, dal Delli Zotti alligati alle proprie relazioni, escluse solo quelle da lui indicate come aventi già la destinazione di servire all’uso pubblico, come, provenienti in modo indubbio da privato acquisto, come già alienate con la debita approvazione della competente autorità tutoria prima dell’entrata in vigore del R. D. L. 22 maggio 1924 n. 751.
b) avere qualsiasi interessato il diritto di produrre opposizione contro l’intendimento di cui ad a entro il termine di trenta giorni.
Considerato che il concesso termine [è] trascorso senza che da chicchessia venisse proposta opposizione di sorta.

P. Q. M.: Letti gli art. 29 e 32 Legge 16 giugno 1927 n. 1766, 15 e 30 R. D. 26 febbraio 1928 n. 332;

DICHIARA: Che i terreni sotto indicati, costituiscono beni demaniali, da assoggettare alle operazioni di sistemazione prescritte dalla Legge 16 giugno 1927, n. 1766:

1°) Mappali n.ri 2591, 2592, 2593, 2594 del censuario di Paluzza, della superficie complessiva
di Ha 4.05.20, in catasto intestati al Comune di Paluzza;

2°) Mappali n.ri 451a, 800, 1032, 1183a, 1185, 1194b, 1222a, 1222b, 1222c, 1222d, 1222e, 1229,
1230a, 1231, 1232, 1233a, 1234, 1235, 1269, 1270a, 1270bu, 1270bv, 1271a,1353, 1354, 1360a,
1363a, 1363d, 1364, 1365, 1366a, 1386a, 1394a, 1394h, 1394j, 1396v, 1396ay, 1408i, 1412a, 1414,
1415b, 1431, 1434a, 1434c, 1434d, 1434e, 1434f, 1441, 1458a, 1458c, 1493a, 1493e, 1493g, 1589,
1630, 1651a, 1674, 1682a, 1723, 1867, 1868, 1870a, 1910n, 1910r, 1916, 1917a, 1921a,1922, 1923,
1937, 1938a, 1938l, 1938be, 2041, 2047a, 2047b, 2047c, 2047d, 2049, 2050, 2067j, 2211, 2212,
2213, 2299b, 2466a, 2467b, 2492, 2558, 2559, 2633, 2661, 2725, 2735, 2752a, 2752b, 2752c, 2752d,
2752e, 2752f, 2752g, 2752h, 2784, 2920, 2970; pure del censuario di Paluzza, della superficie
complessiva di Ha. 374.13.00, in catasto intestati al Comune di Paluzza ed alle sue frazioni
Naunina, Casteons e Cleulis;

3°) Mappali n.ri 1187a, 1187az, 1187bc, 1187bv, 1187ct, 1187dy,1187dp, 1187eb, 1187fp, 1187gi, 1187gm, 1187gv, 1187hd, 1187hp, 1187hq, 1187hz, 1187ic, 1187ig, 1187il, 1187iq, 1187iy, 1187io, 1187ld, 1187le, 1187lf, 1187lg, 1107lh, 1187lo, 1187n, .1187ok, 1187qv, 1821c, 1821ai, 1821am, 1821aq, 1821d, 2059g, 2060e, 2060j, 2060k, 2061f, 2061r, 2061u, 2061v, 2279b, 2279j, 2443, 2497a1, 2497h, 2585, 2621, 2622, 2623, 2624, 2625, 2628, 2756, 2757, 2763, 2781, 2782, 2783, 2796, 2806a, 2806b, 2826, 3049, sempre del censuario di Paluzza, della superficie complessiva di Ha. 9.16.90, in catasto intestati al Comune di Paluzza ed alle sue frazioni Naunina e Casteons;

4°) Mappali n.ri 453h, 615b, 616b, 616f, 641a, 641b, 641e, 641f, 641g, 641h, 641i, 641j,641k, 641l, 789, 796a, 796i, 799d, 809, 821a, 821b, 822, 898, 899, 907, 908, 916, 923, 931, 956b, 956d, 957a, 1685a, 1685b, 1711, 1712, 1713, 1714, 1715i, 1715r, 1716e, 1716v, 1717az, 1717bg, 1717cb, 1717cj, 1717ck, 1724a, 1761, 1772a, 1772b, 1772e, 2056a, 2056c, 2056w, 2056ad, 2057c, 2058a, 2058e, 2068, 2069, 2175, 2210b, 2257, 2258, 2259e, 2303a, 2303c, 2366a, 2366h, 2407g, 2407t, 2407v, 2407aa, 2407ac, 2414c, 2415e, 1415g (60), 2415h, 2972, 2979, 2985, 3034, 3036, 3038, 3039, sempre dei censuario di Paluzza, della superficie complessiva di Ha. 141.96.00, in catasto intestati al Comune di Paluzza per la frazione Rivo;

5°) Mappali n.ri 88a, 90c, 97, 99, 100, 123a, 126a, 126g, 126k, 250, 417, 419a, 420, 423, 433a, 442, 443, 444, 511, 516c, 516h, 516i, 516j, 516l, 516k,519a, 519e, 519f, 519k, 519i, 519j, 519l, 519m, 543c, 556, 557, 578, 579, 580, 593a, 594a, 595, 775, 778, 783, 791a, 791c, 793, 838a, 895a, 895c, 951, 1053a, 1096, 1142, 1143, 1160, 1167, 1194, 1201a, 1229, 1247, 1250, 1260, 1266, 1267, 1268, 1286, 1287, 1288, 1292, 1295, 1319, 1325, 1338, 1361, 1366, 1399, 1400, 1402, 1404, 1406 del censuario di Cleulis, della superficie complessiva di Ha. 117.92.10, in catasto intestati al Comune. di Paluzza per le sue frazioni Paluzza, Cleulis, Naunina e Casteons;

6°) Mappali n.ri 24a, 24c, del censuario di Cleulis, della superficie di Ha. 4.71.70, in catasto intestati al Comune di Paluzza per la frazione Cleulis;

7°) Mappale a. 561, sempre del censuario di Cleulis, della superficie di Ha. 58.91.80, in catasto intestato al Comune di Paluzza per la sua frazione Cleulis ed a moltissimi privati consorti;

8°) Mappali n.ri 1448, 1449, 1450, del censuario di Timau, della superficie complessiva di Ha. 5.14.90, in catasto intestati al Comune di Paluzza;

9°) Mappali n.ri 54, 55a, 55b, 55h, 55i, 55j. 55k, 55n, 55o, 55r, 55s, 57, 59a, 60a, 74, 75a, 76, 77a, 78, 79a, 79j, 79z, 79ad, 115a, 115b, 116a, 116b, 121b, 124, 125, 129a, 129b, 129d, 138b, 145a, 145b, 145c, 146, 149i, 149k, 149q, 152a, 153, 155, 156, 157a, 189a, 193c, 193j, 193q, 193v, 193x, 193y, 193z, 193ab, 194a, 196, 197, 200, 281, 320, 326b, 480a, 480j, 480q, 572a, 572i, 572[.] (61), 604g, 621a, 621x, 621ab, 621ae, 621aj, 621ak, 621al, 621am, 621au, 621ax, 621ay, 621bd, 622da, 622dp, 622dq, 622dr, 622ds, 622dw, 622eb, 622er, 622ew, 622gc, 622gp, 663, 664, 665, 666, 667a, 667e, 667f, 668, 669a, 669c, 670a, 670p, 696d, 703a, 703c, 757, 771, 853, 854, 895a, 895m, 895u, 895y, 895z, 895af, 896, 897, 1028l, 1029, 1037a, 1037g, 1037x, 1038, 1039, 1059, 1060a, 1060c, 1060d, 1060e, 1060f, 1060g, 1061a, 1062d, 1062n, 1067a, 1075a, 1075m, 1075w, 1076f, 1076h, 1076l, 1076m, 1076o, 1076q, 1082a, 1082b, 1083a, 1083b, 1083c, 1115, 1116, 1131c, 1141, 1142a, 1142h, 1152a, 1152b, 1153, 1154, 1156, 1174, 1178a, 1180c, 1183a, 1325a, 1325g, 1326a, 1326aj, 1326ba, 1326bf, 1326bi, 1326bl, 1326cc, 1326cf, 1336a, 1336, 1336as, 1336au, 1336ay, 1336bg, 1336bk, 1336ca, 1336cb, 1336cc, 1337a, 1337i, 1341a, 1341b, 1341d, 1350, 1419a, 1495, 1551, pure del censuario di Timau, dalla superficie di Ha. 811.53.75, in catasto intestati al Comune di Paluzza per la sua frazione Timau;

10°) Mappali n.ri 806a, 806c, 806d, 808c, 810a, 812b, 814a, 814b, 902a, 902c, 902f, 902h, 903a, 903c, 903i, 903i, 1395a, 1395b, 1395c, 1531, sempre del censuario di Timau, della superficie complessiva di Ha. 5.33.90, in catasto intestati al Comune di Paluzza per le sue frazioni Cleulis e Timau.

ORDINA: La pubblicazione del presente decreto, mediante affissione all’albo pretorio del Comune di Paluzza per il periodo di giorni trenta consecutivi.

Trieste, 4 dicembre 1942.
Il R. Commissario: ANTONINI.

Pubblicata mediante affissione all’albo pretorio del comune di Paluzza, pel periodo 10 gennaio - 9 febbraio 1946, non vennero prodotte opposizioni.

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VAN GANZ, Laura; VAN CJAPITANI, Mauro; DI VORA, Elio, “Dar Erl”, in Tischlbongara piachlan n. 3, dicembre/dicembar 1999, pag. 49.

Note

1 Per una trattazione storico-giuridica più approfondita del tema delle terre collettive, estesa all’intero territorio carnico, vedi Stefano BARBACETTO, “Tanto del ricco quanto del povero”. Proprietà collettive ed usi civici in Carnia tra Antico Regime ed età contemporanea, Cercivento, Coordinamento Circoli culturali della Carnia, 2000.

2 Questa dizione, cristallizzata come toponimo, compare in Maria HORNUNG, Pladner Wörterbuch – Glossario sappadino, Wien, Praesens, 1985. Non sono riuscito a farmi indicare il vocabolo timavese per tale concetto. Tale termine, che deve/dovette esistere, sarà probabilmente formato (corrispondentemente alle forme latine – communia, communalia –, ed a quelle italo-venete e friulane citate nel testo) sulla base etimologica di Gemeinde (Commune, inteso come sostantivo) ovvero di gemein (comune, inteso come aggettivo).

3 Privilegio ducale 16 luglio 1420 (Doge Tomaso Mocenigo).

4 Vedi Giannino FERRARI DALLE SPADE, La legislazione veneziana sui beni comunali, in Nuovo Archivio Veneto, 111-112 (1918) pagg. 5-64; ripubblicato in IDEM, Scritti giuridici, vol. II, Milano, Giuffrè, 1954 pagg. 255-303.

5 Meriga, degano, o podestà erano i nomi comunemente usati per il Capo di Commun eletto dalla vicinia od espresso a turno dalle famiglie originarie.

6 ASV, Provveditori sopra beni comunali, rr. 257 e 258.

7 L’annessione alla Magnifica Comunità della Terra di Tolmezzo delle ville di Cleulis, Timau, Sappada, Forni Avoltri e Sauris, cui poi si aggiunse Alesso, fu sancita dal privilegio 9 agosto 1392 del patriarca Giovanni da Moravia.

8 Relazione Peretti 4 ottobre 1607 (Paluzza, Englaro, Naunina, Casteóns e Cleulis); ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 231 v.

9 Relazione Peretti 30 settembre 1607 (Sutrio); ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 226 v.

10 L’alto corso del fiume Bût era/è abitualmente detto (per antonomasia) Flum, Fiume, Pooch.

11 Che ne è di un diritto di pesca in un lago che non esiste più? Se nel caso di specchi d’acqua bonificati se n’è potuta ritenere l’estinzione, lievemente diversa parrebbe la situazione in esame (a rigore il Lago di Cleulis non si è prosciugato, ma si è gradualmente ristretto fino ad assumere l’aspetto di un torrente). Si può dunque ritenere che, nelle acque di quest’ultimo, il diritto permanga.

12 Relazione Peretti del 5 ottobre 1607 (Rivo), ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 232 v.

13 Il Gastaldo era rappresentante del Patriarca prima, e della Signoria di Venezia dopo il 1420.

14 L’area promiscua era quella tra il riu di Sileit ed il riu di Lavò, detta Cjarvonaria. Vedi i documenti raccolti da Mauro UNFER e Gilberto DELL’OSTE, inediti, ed in particolare la compositio 30 giugno del 1555.

15 Sappada era composta da più gruppi di mansi (sappadino heivilan) soggetti ad annuo livello a favore del Patriarca di Aquileia (il probabile organizzatore della colonizzazione), da versarsi nella cassa del Gastaldo di Tolmezzo.

16 Relazione Peretti 4 novembre 1607 (Timau), ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 251.

17 Gran parte del territorio in questione, oggi, appartiene alla Frazione di Timau; ciò significa che l’usurpazione fu repressa.

18 In particolare, nell’area circostante Sauris, e nelle alte valli di San Pietro e d’Incaroio.

19 Relazione Peretti e Banderini 16 novembre 1606 (villa di Piano); ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 257, c. 430.

20 Vedi la Stampa Terzo e Lorenzaso, non anteriore al 1715; essa, oltre alla controversia confinaria con Timau, riporta anche documenti di epoca precedente. Archivio Roja, Museo di Tolmezzo. 15.16 (22).

21 Anche se oggi gestito dal Comune di Sutrio.

22 Relazioni Peretti 28 (Nojàriis) e 29 (Priola) settembre 1607, ASV, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, cc. 224v. e 225v.

23 Informazione fornitami dai dipendenti dell’Ufficio di Ragioneria del Comune di Paluzza, che ringrazio anche per le indicazioni fornitemi con riguardo alla gestione boschiva del Comune.

24 Timau, in un primo tempo Comune autonomo, fu aggregata a Paluzza nel 1813, come Frazione separata.

25 Decreto 25 novembre 1806, n. 225.

26 Decreto 18 settembre 1808, n. 296.
27 Le forme giuridiche da adottarsi nell’alienazione potevano essere diverse, a seconda delle circostanze locali. Non sempre la popolazione era favorevole alla divisione delle terre comuni; per questo motivo vi furono talvolta clamorose contestazioni. In altri casi erano contestate le modalità dell’operazione (asta anziché ripartizione gratuita, come pure la legge avrebbe permesso).

28 Laura VAN GANZ, Mauro VAN CJAPITANI, Elio DI VORA, “Dar Erl”, in Tischlbongara piachlan n. 3, dicembre/dicembar 1999, pag. 49. 29 Ad esclusione delle terre ascrivibili al patrimonio comunale (di cui i Comuni possano vantare un titolo di privato acquisto, e che non possono essere usati dai singoli abitanti), e dei beni di uso pubblico (vie, piazze, cimiteri, edifici comunali).

30 Si tratta dei diritti collettivi gravanti su terre private, destinati dalla legge alla liquidazione; e di importanza, per quanto riguarda la Carnia, assai limitata.

31 Art. 11, legge 1766/1927.

32 Dette anche beni di uso civico (frazionali, comunali o promiscui), demani civici, terre comuni. Altre denominazioni sono usate nelle diverse realtà regionali.

33 La vendita delle terre civiche è consentita solo previa autorizzazione regionale. Lo spirito della legislazione è, al riguardo, assai restrittivo. Vedi art. 12, 2° comma della legge 1766/1927.

34 La legittimazione (tramite imposizione di canone enfiteutico) può essere concessa soltanto a chi possa vantare un possesso ultradecennale, abbia apportato miglioramenti al fondo occupato, e solo nel caso in cui l’usurpo non interrompa la continuità delle terre. Vedi art. 9, 1° comma, ed art. 10, l. 1766/1927.

35 Art. 12, 3° comma, legge 1766/1927.

36Art. 2, legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 34/1986.

37 Si pensi alle centrali di teleriscaldamento a biomassa già esistenti in molte zone alpine. Esse non solo forniscono calore ecologico a buon prezzo, ma possono favorire l’occupazione nel territorio.

38 Art. 26, 2° comma, legge 1766/1927.

39 Un ottimo esempio di ciò è il Consorzio delle Comunalie Parmensi, che riunisce i territori di decine di comunità frazionali dell’Appennino Emiliano in un’unica gestione forestale, pur lasciando loro un non piccolo margine di autonomia. Simili consorzi possono svolgere un ruolo ambientale ed economico non indifferente.

40 Nella Regione Friuli-Venezia Giulia il Commissario agli usi civici è ancora un organo con duplicità di funzioni; nelle Regioni a Statuto ordinario, invece (e forse con maggiore chiarezza), egli si occupa solo dalla parte giudiziaria, mentre degli accertamenti amministrativi si curano le Regioni. Al Commissario resta comunque il rilevantissimo potere d’iniziativa giurisdizionale, che gli permette di aprire procedimenti anche d’ufficio, a difesa delle terre civiche.

41 Al regime appena tratteggiato, dopo lunghe lotte politiche e giudiziarie, sono riuscite a sottrarsi alcune comunità dell’arco alpino, tra le quali spiccano le Regole cadorine e del Comelico, soggette, ai tempi della Serenissima, ad un regime giuridico assai simile a quello delle comugne di Carnia. Queste comunità, infatti, pur conservando i vincoli “ecologici” sui propri beni, non fanno parte della Pubblica Amministrazione, e seguono, ai fini interni, le norme proprie, scritte o consuetudinarie, ed all’esterno le forme più snelle del diritto privato. Fra le differenze più marcate, rispetto al regime della legge 1766/1927, sta il fatto che queste comunità non sono composte da tutti i residenti, ma, come nella Carnia prenapoleonica, dai soli antichi originari e da chi costoro ritengano di ammettere nel proprio novero. Va rilevato che simili spazi potrebbero aprirsi anche per la Carnia, in base alla legge regionale n° 3/1996.

42 Le sentenze dei Commissari agli usi civici (ad eccezione di quelle del Commissario di Palermo) sono appellabili solo presso l’apposita Sezione speciale della Corte d’Appello di Roma.

43 La sentenza è pubblicata sul Bollettino degli usi civici, 1933, IX, 4003.

44 Maggiori particolari potrebbero ricavarsi dai documenti conservati presso il Commissariato agli usi civici di Trieste. Purtroppo l’atteggiamento tutt’altro che collaborativo riscontrato presso quell’Ufficio (che mi ha negato ogni informazione) non mi consente di essere più preciso. Al contrario, grazie alla gentilezza del personale del Commissariato agli usi civici di Trento, mi è stato possibile accedere alla pubblicazione “Bollettino degli usi civici”, in cui ho trovato il bando in questione.

45 Va ricordato infatti che in alcuni casi la mancanza di questi atti è servita di pretesto per rallentare la restituzione delle terre alle Amministrazioni Separate. A questo riguardo, l’attenzione dell’opinione pubblica è indispensabile: si tratta solo di “costringere” organi della Pubblica Amministrazione a compiere il proprio dovere.

46 La località chiamata in friulano Aip ed in timavese Alp, sita poco a Nord di Cleulis.

47 L’antico lago allora esistente tra Timau e Cleulis, colmato nelle epoche successive dalle alluvioni del rio Moscardo.

48 L’indicazione “la monte di Terzo” risulta sottolineata da mano diversa da quella del catasticatore; ciò probabilmente in relazione alla lite per confini tra Timau e Terzo-Lorenzaso, svoltasi all’inizio del XVIII secolo, in cui il Catastico fu utilizzato come mezzo di prova.

49 Il monte di Chiaula Tumicina.

50 Va considerato, nel valutare queste indicazioni, che Timau nel XVII secolo si trovava sulla destra del Fiume, e non sulla sinistra come oggi.

51 Segue la parola “Carbonaria” cassata con un tratto di penna.

52 Il riù di Sileit.

53 Cioè un bene promiscuo tra Timau e la composita comunità di Paluzza e consorti (Englaro, Naunina, Casteons, Cleulis).

54 Il riù di Bagnadorie.

55 Il monte Promosio, indicato nella catasticazione della villa di Piano come communale usurpato.

56 La località Gaiareist.

57 Le parole che seguono, fino a “Zenodis”, sono inserite nell’interlinea superiore.

58 Oggi Riù Maestrin.

59 La comugna di Chiaulis è descritta nella relazione di Paluzza e ville consorti.

60 Il Bollettino degli usi civici riporta in questa posizione l’indicazione del mappale 1415g. Si tratta con tutta probabilità di un semplice refuso, ed il numero corretto dovrebbe essere 2415g.

61 La copia del Bollettino degli usi civici da me consultata non è in questo punto molto leggibile, e non è chiara la lettera che segue il numero di mappale 572.