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"La Vicìnia"
Lui dal 2007
 
Il quaderno di cultura timavese “Tischlbongara piachlan” del dicembre 2001)

Dalla rivista “Tischlbongara piachlan - Quaderni di cultura timavese” (dicembre 2001)
APPUNTI SUI BENI COLLETTIVI DELLA CARNIA
Una riflessione a partire dal caso di Paluzza in Carnia

[Floriano Pellegrini]
Con il suo studio nei «Quaderni di cultura timavese» (www.taicinvriaul.org - tembil@libero.it), n. 4, Stefano Barbacetto si è prefissato di analizzare la situazione de «le terre collettive in comune di Paluzza tra passato e presente». Lo ha fatto, con ampia documentazione bibliografica, in una prospettiva storica («non si può prescindere da un esame di natura storica», p. 17) e giuridica, inquadrando queste realtà tra quelle regolate al presente dalle Leggi 1977/27 e 257/57 e dal Regio Decreto 332/28 (p. 27).
Il mio intervento mira a evidenziare come i (le) «Comugne» della Carnia, indipendentemente dall’origine e dalla storia (mi domando, ad esempio, se c’erano delle investiture, come per il Bellunese, e, in caso affermativo, se sono state pubblicate; oppure, se le comunità erano regolate secondo una legislazione locale, in analogia con il Cadore), possano trovare oggi un riconoscimento e una rinnovata vitalità.


L’art. 3 della Legge 31 gennaio 1994, n. 97, detta disposizioni per le «Organizzazioni montane per la gestione di beni agro-silvo-pastorali». Può darsi che la Regione autonoma «Friuli-Venezia Giulia» abbia già predisposto una propria legislazione in materia; in ogni caso, «per la contraddizion che nol consente», questa non dovrebbe essere meno aggiornata, nella giurisprudenza, né meno attenta, di fatto, alle concrete realtà locali della legislazione statale. E ciò anche in relazione agli usi civici, non potendosi ignorare che le stesse regioni a statuto ordinario hanno ottenuto, con il Decreto del Presidente della Repubblica 15 gennaio 1972, n. 11, il «trasferimento delle funzioni amministrative statali in materia di agricoltura e foreste, di caccia e di pesca nelle acque interne e dei relativi personali ed uffici», con la specificazione (art. 4, lettera l) che «resta ferma la competenza degli organi statali in ordine: l) al demanio armentizio, nonché agli usi civici limitatamente alle attività giurisdizionali ed a quelle amministrative non comprese nell’ultimo comma del precedente art. 1» (al riguardo poi anche il Decreto del P.D.R. 24 luglio 1977, n. 616, artt. 66-78).

Sarebbe assurdo, pertanto, che la legislazione primaria di riferimento nel Friuli-Venezia Giulia fosse ancora la Legge 1977 del 1927, quando anche una regione a statuto ordinario come il Veneto ha provveduto a riconoscere e rivitalizzare le comunità di cui alla Legge 97/94, tramite la L.R. 19 agosto 1996, n. 26, «Riordino delle Regole».

Per quanto mi è dato sapere, e per quanto ho potuto leggere dall’intervento di Barbacetto, le comunità carniche non possono continuare ad essere inquadrate nel regime degli usi civici, in quanto, sia nel caso ci fossero stati dei regolamenti scritti previ al 1806, come nel caso di esistenza di sole consuetudini normative orali, si tratta di istituti giuridici in tutto parificabili alle Regole cadorine e bellunesi in genere o, comunque, potenzialmente rientranti nella nuova categoria giuridica statale di «Organizzazioni per la gestione di beni agro-silvo-pastorali». A differenza delle situazioni d’uso civico, infatti, ove è determinante e sufficiente la qualifica di residente, nel caso delle comunità carniche si rileva, al pari delle cadorine e bellunesi, che «non sono composte da tutti i residenti, ma <…> dai soli antichi originari e da chi costoro ritengano di ammettere nel proprio novero» e c’è, secondo motivo qualificante, la documentazione dell’esistere e sussistere di «norme proprie, scritte o consuetudinarie» (p. 41).

L’autore citato afferma, nel passo riferito, che tutto questo non esiste più, per quanto sia esistito «nella Carnia prenapoleonica» (ibidem). Tale affermazione non mi risulta sostenibile, in prospettiva giuridico generale ovvero in mancanza di fatti positivi (teorici, ma possibili) che la giustifichino.

Il Decreto Vicereale 25 novembre 1806, n. 225, a firma del principe Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno Italico, nell’intento dichiarato di risolvere le questioni vertenti in merito ai beni collettivi degli antichi originari, introduceva la distinzione tra quelli in loro amministrazione e quelli in possesso. Nel primo caso i beni, venendo sciolte «ex lege» le comunanze amministratrici, passavano automaticamente ai neocostituiti enti comunali o a specifiche frazioni di essi. Nel caso del possesso, invece, i beni dovevano essere divisi in lotti e distribuiti tra gli originari, che avrebbero acquistato
la proprietà sui beni loro giunti in sorte. Nel primo caso i beni collettivi conservavano la loro unità, pur passando in amministrazione dagli antichi originari ai comuni; nel secondo, venivano frantumati in piccoli o grandi terreni privati. Il Decreto Vicereale prevedeva un terzo caso: qualora gli antichi originari non avessero portato, entro un certo tempo, la documentazione del loro possesso, i beni sarebbero passati (al pari di quelli fino allora solo in amministrazione), in mano dei comuni, ma essi (antichi originari) ne avrebbero conservata la proprietà collettiva e indivisa, almeno in linea «de iure». In Cadore e nel Bellunese le comunità proprietarie dei beni non divisero, a parte qualche raro caso, tali beni pascolavi e boschivi, motivate, in ciò, da una ragione pratica: un pascolo non può essere diviso, senza diventare disutile per tutti; la monticazione richiede grandi spazi, che ridotti a brandelli non avrebbero fatto il vantaggio di alcuno. La gente volle restare unita, come sempre, e non ebbe paura di perdere l’amministrazione, perché sapeva di non perdere la proprietà dei beni.

I neo-costituiti enti comunali, di matrice francese, vennero conservati dal sopraggiunto regime austriaco e intestati catastalmente dei beni delle disciolte comunità degli originari. Ma, con ciò, non divennero affatto proprietari dei beni medesimi, né per sé, né per le frazioni eventualmente da essi rappresentate, come ente pubblico superiore.

A togliere ogni dubbio al riguardo fu, pur con un linguaggio assai stringato, la Sovrana Risoluzione 16 aprile 1839 dell’imperatore d’Austria Ferdinando I. Poiché però, come sempre, c’era chi non vuole intendere, intervenne l’I.R. Governo di Venezia, con l’Istruzione Governativa 17 giugno 1841, n. 18558-2520, che fa una specie di esegesi, ufficiale e vincolante, della Sovrana Risoluzione. Mi sembra particolarmente importante il paragrafo 10, che trascrivo integralmente: «10. La rinuncia al diretto dominio dello Stato clementissimamente accordata da S. M. (§ 3. della Sovrana Risoluzione 16 aprile 1839) si riferisce, in vece che all’attual corpo communitativo, ai corpi morali dalle originarie investiture contemplati, dappoiché la consolidazione del diretto dominio coll’utile deve sempre aver luogo a favor di quello, a cui esso utile dominio venne originariamente concesso, e la comunione d’interessi riguarda l’amministrazione e non altrimenti la proprietà. Dietro ciò ad ogni frazione, originariamente investita appartiene esclusivamente il Sovrano benefizio, e ov’essa abbia passività, dev’essere alienata tanta parte di beni comunali incolti quanta sia sufficiente ad estinguerle giusta la Sovrana prescrizione. Nel resto, e fuor di questo caso, ove sussista l’unione d’interessi, siccome si tratta di un solo indistinto, e complessivo corpo comunitativo nel modo stesso, che comune e indistinto è il vantaggio derivante dalla disposizione qualsiasi de’ beni incolti, dev’essere comune e indistinta la proprietà». Di fronte a tanta (solenne) chiarezza, non resta che ribadire una triplice conclusione: 1) Le intestazioni catastali (cui si riferisce il testo austriaco) non hanno per soggetto beneficiario i comuni intestati; 2) non hanno per beneficiario neppure le frazioni intese come corpo collettivo di tutti i residenti; 3) è ribadito che gli antichi originari formano, nonostante tutto, un «corpo morale dalle originarie investiture contemplato» (si intende lì dove ci sono investiture), in ogni caso un «corpo morale» distinto da quello comunale e frazionale, e proprietario dei beni di cui è catastalmente affidata ai comuni la sola amministrazione (qualcuno doveva pur amministrarli!).

Da allora non sono intervenuti provvedimenti legislativi d’alcun genere, né con l’Austria, né con il Regno d’Italia, né durante la repubblica, che abbiano posto in essere un cambio di proprietà a danno degli antichi originari e a vantaggio o dell’ente comune o dell’ente frazione. Neppure la legge sugli usi civici del 1927 aveva e ha forza di estinguere il diritto di proprietà in coloro che ne sono titolari.

È per questo che, sebbene, ad esempio, alcuni beni collettivi del Comelico, erano già stati dichiarati soggetti ad uso civico frazionale, con il Decreto Legislativo 3 maggio 1948, n. 1104, i medesimi beni poterono essere sottratti alla normativa degli usi civici, per ricadere sotto quella del«lo statuto deliberato dall’Assemblea» (art. 4, lettera c), in «conformità ai fini stabiliti negli statuti originari, alla legislazione forestale ed al presente decreto legislativo» (art. 5), ovvero: «L’amministrazione dei beni sivo-pastorali delle Regole, attualmente affidata alle frazioni comunali, potrà dall’Assemblea dei regolieri essere riservata alla Commissione amministrativa di ciascuna Regola oppure delegata al Comune nel cui territorio la Regola ha la sua sede, sempre attenendosi alle norme fissate dagli antichi laudi e statuti» (Art. 3, c. I).

La svolta era notevole: per la prima volta dal 1806, alcune comunità di originari riprendevano l’amministrazione diretta dei loro beni. Ma l’ente gestore, la Regola, secondo la locale terminologia antica, era riconosciuto di diritto pubblico; le Regole ampezzane, pertanto, consapevoli del loro carattere privatistico, non accettarono di essere comprese e riconosciute in base a quel Decreto legislativo. La loro resistenza ebbe successo nel 1952, con l’approvazione dell’art. 34 della Legge 25 luglio, n. 991, che utilizzava, per esse e per le altre realtà analoghe, il concetto giuridico di «Comunioni familiari», parzialmente improprio e ambiguo, ma di chiaro profilo privatistico; articolo confermato con l’art. 30 del D.P.R. 16 novembre 1952, n. 1979, e meglio specificato (oltreché ribadito) dagli artt. 10-11 della Legge 3 dicembre 1971, n. 1102, che continua ad utilizzare il termine «Comunioni familiari». Dopo alcuni provvedimenti regionali (del Veneto), l’ultimo provvedimento statale in materia è la citata Legge 97/94, sicché ogni diritto è confermato, anche se molte comunità interessate non ne hanno preso coscienza.

I documenti

Nella primavera 2001 ho avuto la fortuna di scorgere e poter acquistare alla rigatteria «Lo Scaffale» di Belluno dieci fascicoletti, forse sconosciuti e molto probabilmente inediti, relativi proprio a beni di cui stiamo trattando. Li pubblico, qui di sèguito, in ordine cronologico. (La trascrizione integrale dei libretti si può richiedere al seguente indirizzo: timau@taicinvriaul.org).

Essi recano sulla prima pagina, che fa da copertina, queste indicazioni: 1) «Ministrazione Della Meriganza Di Mattio q.m Pietro Quaglia Soto l’ano 1775. Come Dentro Appare» (pp. 40 non numerate, scritte le pp. 1, 3-17, 20-22); 2) «Minitracione di me Gion Batistta q.m Zuane Quaglia vizzi mariga de il Sig.r Odorigo Moro de 1781 e 1782» (pp. 36 parzialmente numerate, scritte le pp. 1-6, 8-10, 12, 14-19, 21, 34); 3) «Laus Deo Sempre. Priolla 1784 a 4 Luglio. Libretto, che contienne il cavato, ed pagato per l’Onodo Comne di codesta Villa sotto la meriganza di me Pietro q.m Leonardo Quaglia, ut intus» (pp. 36 n.n., scritte le pp. 1, 3-23, 28-33); 4) «1786. Li 4 Luglio Sino L’Anno 1787. 4 Luglio. Specificacione dell’Amministrazione dell’intratta, ed’uscita di quest’Ondo Cne sotto la Meriganza di me Gio. Batta Valle come entro» (pp. 40 n.n., scritte le pp. 1, 3-7, 9-13); 5) «Libretto Di Scodere la Prepositura e Settimina Sotto la Marianza di Giacomo q.m Pietro Quaglia Sotto l’Anno 1791» (pp. 16 n.n., scritte le pp. 1, 5-11, 16); 6) «Libretto Di Scodere la Prepositura e Settimina Sotto la Marianza del Sig.r Nicolò q.m Gio. Batta Moro Sotto l’Anno 1793» (pp. 16 n.n., scritte le pp. 1, 3-9); 7) «Libretto Di Scodere la Prepositura e Settimina Sotto la Marianza di Giacomo q.m Pietro Valle Sotto l’Anno 1795» (pp. 16 n.n, scritte le pp. 1 e, in senso opposto, 511); 8) «Libretto Di Scodere la Prepositura e Settimina Sotto la Marianza di Vicenzo q.m Valentino Polame Sotto l’Anno 1796» (pp. 16 n.n., scritte le pp. 1, 5-11); 9) «Libretto Di Scodere la Settimina, ed Prepositura Sotto la Marianza di Gio. Batta q.m Valentino Polame Sotto l’Anno 1797» (pp. 16 n.n., scritte le pp. 1, 5-11); 10) «Libretto Di Scodere la Settimina, e Prepositura Sotto la Marianza di Giacomo q.m Domenico Gaspari Sotto l’Anno 1798» (pp. 16 n.n., scritte le pp. 1, 3-9).

Criteri della trascrizione

I manoscritti sono in buono stato di conservazione generale, hanno una grafia abbastanza nitida e in più di un caso buona, per cui leggerli non è stato eccessivamente difficoltoso. Pur tuttavia, è stato necessario adottare alcuni criteri generali di trascrizione, per rendere uniforme e agevole la distribuzione e la resa grafica dei testi.

Ho rispettato le maiuscole, anche nel caso dei nomi comuni o delle preposizioni, ovunque ciò era negli originali; ho reso sempre al maiuscolo, invece, anche quando ciò non era all’originale, i nomi propri di persona e di luogo. Ho sciolto tutte le abbreviazioni, eccetto quelle di uso ancora corrente, come «Sig.r», per «Signore»; la parte della parola che non compare all’originale è scritta tra parentesi, ad es.: Cone. L’abbreviazione equivalente a «ai», «adì» e stata resa sempre con «ai». Le parole dubbie sono state rese con un successivo punto di domanda, ad es. Comune . Ho posto qualche segno di interpunzione, soprattutto virgole, per rendere meno impacciata la lettura, e, per lo stesso motivo, qualche accento, ad es. su cioè e più. Il termine «lire» nel testo è stato reso per intero e nell’elencazione finale delle entrate e uscite con il segno «£».

Un sentito ringraziamento al dott. Gilberto Dell’Oste, per l’opera di revisione delle trascrizioni e per la trascrizione integrale del documento n.2, da lui pazientemente fatta.

Qualche considerazione sui contenuti

Come sempre, nel caso di documenti originali, abbiamo una certa quantità di informazioni contingenti inedite e preziose, anche se più o meno di spessore. Non conoscendo la storia locale, mi è impossibile collocarle e valutarle con la necessaria completezza; è un lavoro che altri potranno fare. Mi piace, tuttavia, fare qualche considerazione spicciola.

Le comunità locali sono dette «Comune» o «Commune», al femminile, (la C.), e portano l’appellativo di «onorande». Sono rappresentate e dirette congiuntamente da un «mèriga», che è una specie di presidente, e da due (doc. 3, p. 13) «giurati», che lo affiancano. Essi, forse insieme con altri soggetti e forse persino con tutti i capifamiglia (i documenti trascritti non sono stati sufficienti a sciogliermi questo dubbio) formano l’Organo supremo della comunità, denominato «Banca». Credo che la riunione dei capifamiglia sia da identificare con la Vicinia, che dovrebbe essere intesa ad un tempo come la comunità degli aventi diritto e la loro assemblea periodica, per la verifica e l’approvazione dell’operato del meriga e dei giurati. Le riunioni della Vicinia (ovvero la Vicinia, a seconda del significato che si dà al termine), avvenivano probabilmente in luoghi tradizionali, all’aperto e nella buona stagione; ma qualche volta anche in una «stua» privata, presa in affitto e per il cui uso veniva dato un contributo (così il 2 gennaio 1776).

I responsabili del «Comune» dovevano provvedere a tutti i bisogni essenziali della comunità, quali la coltivazione dei boschi e la distribuzione del legname, sia per la sistemazione dell’abitazione e dei fabbricati rurali, sia per il combustibile; era un’operazione che richiedeva alcuni giorni di lavoro (doc. 1, p. 5). Ogni tanto venivano preparati dei lotti, per la vendita di legname ad estranei alla comunità; e c’erano le esigenze dello Stato da soddisfare, ossia del Serenissimo Principe, che – comunque – non mancava di dare un contributo per il legname richiesto! Vi erano poi le strade da sistemare, con «comandamento» esplicito del Capitanio, sia nella buona stagione e in vista della monticazione, magari con l’eliminazione dei sassi e dei massi che periodicamente cadevano a ingombrarla nei punti più pericolosi, sia nella stagione invernale, togliendovi la neve. E c’era l’acquedotto da tenere in funzione, con il controllo e la riparazione stagionale dei «cannoni», ossia delle condotte in legno (doc. 1, p. 5), che bisognava, appunto, «governare», «bocolare» e «porre in opera» (doc. 1, p. 7), con l’applicazione scrupolosa di particolari tecniche. E c’era il sale da provvedere, assieme a qualche altro «Comune» (doc. 4, p. 5). E il «pane della Settimana» (doc. 1, p. 11).

L’aspetto sociale più coinvolgente era l’allevamento e la monticazione. Con buon anticipo di tempo si doveva provvedere a un pastore per le capre e le pecore e a uno per le vacche. Troviamo che il giorno di capodanno 1776 venne data al pastore la caparra, e un boccale di vino. Le contrattazioni si facevano particolarmente urgenti all’inizio della primavera e la paga consisteva sia in denaro (lire), che in un quantitativo di «sorgo turco» e di formaggio. Molte montagne, ossia zone pascolive collettive, erano concesse in affitto; in questo le comunità carniche si differenziano da quelle cadorine e bellunesi, restie a tali affitti, proibiti dalla normativa locale; mi domando se erano determinati da un maggiore bisogno sociale di realizzare un qualche guadagno comunitario. Meticolosa, in quest’ottica, la registrazione dei passaggi del bestiame sulle montagne di altre comunità, che erano soggetti a una tassa. Vi sono alcuni accenni pure a quelle prestazioni d’opera che nel Bellunese sono chiamate, con una leggera variante, «piòdego»; nella Carnia, però, erano soggette a pagamento e non gratuite, per quanto mi sorga il dubbio che, forse, un tempo anche nel Bellunese e Cadorino fossero a pagamento e solo un po’alla volta, per un certo romanticismo sulla vita comunitaria del passato, si sia diffusa l’errata opinione fossero opere di volontariato (bisognerebbe verificare).

Quello degli affitti, delle tasse e «gravezze» deve essere stato un problema gravoso. Il Capitolo dei canonici di Udine aveva diritto a un quantitativo annuo di formaggio, salato, detto «polla», quello che in altre località dell’arco alpino era la «primizia» o «decima» del «frutto della terra e del lavoro». C’era chi si ribellava (doc. 1, p. 3), come un certo Dorotea, che «non vuole pagare l’affitto di Capitolo» (doc. 1, p. 11). In effetti, è immaginabile che alle famiglie più disagiate tale contributo si rivelasse un peso faticoso. Poi c’era l’affitto da pagare alla parrocchia (doc. 1, p. 8), che si serviva, allo scopo, di un «cameraro» (ibidem). I manoscritti 5-10 sono libretti di conto a favore di organizzazioni religiose locali e documentano l’obbligo di assolvere ad ulteriori aggravi, per l’utilizzo di beni di proprietà ecclesiastica. Pur tuttavia, le persone erano religiose. La comunità versava al sacerdote l’offerta della prima messa quotidiana (forse di lire 2), ogni tanto faceva celebrare messe particolari, per chiedere l’aiuto delle anime del purgatorio (doc. 4, p. 5), dava un contributo per le processioni e faceva il regalo di dieci soldi ai poveri e ai «convertiti» (doc. 1, p. 10), per lo più ebrei che aderivano al cristianesimo (doc. 4, p. 3).A Natale la «Banca» distribuiva, tra tutte le famiglie, un quantitativo di denaro.

Ho l’impressione, in definitiva, che le comunità storiche di cui ai documenti fossero piuttosto compatte, per affrontare congiuntamente i numerosi e costanti problemi collettivi; all’interno delle comunità si intravede qualche presenza (casato, clero) economicamente più forte, cui ci si rivolgeva con l’appellativo di Domino e Donna, ben più impegnativi del semplice «Signore».

La solidarietà, che sembra determinata più dal bisogno che da una libera scelta di cooperazione vicendevole, e la presenza di soggetti di maggiore forza economica e in qualche misura «concorrenti» con la comunità, sono stati forse la causa che ha portato qualche decennio dopo, al progressivo abbandono della civiltà agricola e del territorio?

È forse questo nostro, più ancora che il passato, il tempo per ridefinire, con minori preoccupazioni economiche alle spalle, il rapporto con il territorio e riscoprire, nella gioia dello stare insieme, i fermenti migliori della civiltà antica? Sono convinto che questa possibilità sia reale.