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"La Vicìnia"
Mai dal 2007
 
Il bosc “Ronc di Sass”, a Vilegnove di San Zorç di Noiâr (foto Luîs dal Piçul)

L’editoriale del 12° numero de “La Vicìnia”
BENI COMUNI: DALLE PRATICHE ALLE POLITICHE DI SVILUPPO LOCALE

[Delio Strazzaboschi, responsabile del Progetto di Assistenza gestionale del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva]
Attraverso il nuovo sito www.terrecollettivefvg.it e con il Progetto di Assistenza gestionale finanziato dalla Regione, le Proprietà collettive del Friuli e del Carso triestino si candidano a soggetto delle politiche di sviluppo locale

Coniugare efficacemente innovazione e qualità sociale, principali ingredienti della ricetta contro il declino, richiede che venga finalmente presa sul serio la dimensione dello sviluppo locale, anche per un generale miglioramento delle condizioni di vita delle città e degli ambienti rurali. Si può dire infatti che lo sviluppo si determina quando cresce la capacità di valorizzare i beni comuni come risorsa economica che alimenta la competitività delle imprese. La prospettiva dello sviluppo locale non dovrebbe quindi essere trascurata a nessun livello. Si pensi al patrimonio ambientale e storico-artistico e alle tradizioni di “saper fare” radicate nel variegato tessuto urbano del Paese, ma anche alla possibilità di coniugare l’applicazione delle nuove tecnologie con la valorizzazione di questo patrimonio. In una fase dell’organizzazione economica in cui la produzione può essere più facilmente delocalizzata, la progettualità e la creatività richiedono condizioni locali, fattori non di mercato né di costo, che solo il territorio può offrire. Ciò richiede che questo percorso sia determinato e diretto dalla politica, promuovendo la cooperazione e la progettazione dei soggetti locali pubblici e privati. Naturalmente, un’efficace “governance locale” non si crea per decreto. Cruciale è la qualità della leadership delle strutture pubbliche e degli attori locali (entrambe mostruosamente carenti) e soprattutto la capacità di cooperare al di là degli specifici interessi, mobilitando la cittadinanza su obiettivi di sviluppo. Ma se si vogliono cogliere meglio i benefici dello sviluppo locale, occorrono politiche capaci di produrre beni collettivi dedicati e di valorizzare i beni comuni (ambiente, cultura materiale, ecc.) in un quadro d’integrazione tra differenti interventi settoriali (infrastrutturali, economici, sociali). Infine, questa prospettiva risulta ovviamente in forte contrasto con la visione convenzionale, basata su una netta separazione dei compiti tra sfera della politica, alla quale e affidata la produzione di alcuni beni pubblici, e sfera dell’economia, regolata dal mercato. La prima manca delle risorse conoscitive e del consenso per produrre, da sola, i beni collettivi necessari per accrescere efficacemente le economie esterne da cui dipende l’innovazione. D’altra parte, gli incentivi creati dal mercato sono spesso insufficienti per produrre i beni collettivi di cui c’è bisogno e per valorizzare il patrimonio dei beni comuni. Una politica più forte e autonoma è allora necessaria per favorire la costruzione di nuovi ponti sociali tra stato e mercato, come motori dell’innovazione. Contrariamente all’ideologia prevalente, e ancor più che in passato, lo sviluppo economico ha dunque una dimensione sociale che non può essere trascurata, essendo essa stessa innovativa e portatrice di valore.
Aria, acqua, terre demaniali e foreste, sono beni comuni. Essi vengono da lontano, basti pensare ai millenari diritti reali di godimento del pascolo e del bosco collettivo delle montagne friulane e italiane. Ma sono beni comuni anche la conoscenza ed i saperi, come pure, più in generale, l’insieme dei princìpi, delle istituzioni, dei mezzi e delle pratiche che la società si dà per garantire a tutti una vita umanamente decente, una convivenza pacifica, conveniente e cooperativa, senza dimenticare mai i diritti vitali delle future generazioni. Persistono quindi risorse straordinarie, rappresentate non solo dalla ricchezza prodotta con il lavoro delle passate generazioni, ma soprattutto dal retaggio di conoscenza e cultura accumulati in tanti secoli di storia. Occorre contribuire alla tutela dinamica ed attiva dei beni comuni, far sì che questo patrimonio di produzione, ricerca ed azione, costituisca una discriminante moderna per liberare e rendere protagoniste le comunità locali. Il tema dei beni comuni rivitalizza infatti il ruolo delle municipalità locali e la partecipazione dal basso; esso assume in tal senso grande rilevanza creando un nuovo spazio pubblico capace di orientare le scelte ambientali, ma anche quelle economiche e sociali. è allora indispensabile un progetto radicalmente nuovo di riqualificazione del territorio, anche perché la riappropriazione dei beni comuni può contribuire alla ricostruzione di quel tessuto sociale di relazioni, solidarietà, affetti, condivisione di interessi ed abitudini, che sono patrimonio concreto dei cinquantamila campanili italiani. La posta in gioco di questa sorta di rivoluzione culturale è infatti anche l’estensione dello spazio democratico, del buon senso stesso in economia e dell’etica in politica, erodendolo al monopolio dello stato come all’ingerenza del mercato.