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"La Vicìnia"
Mai dal 2002
 

IL VALORE SUPREMO DELLA COMUNITÀ

[Alberto Germanò]


Come mai, alle soglie del 2000, si parla ancora di Usi civici? Non erano definiti retaggio di epoche feudali, e nello stesso modo con cui i diritti feudali erano stati spazzati via dalla Rivoluzione del 1789, così dovevano considerarsi eliminati anche gli usi civici? E come mai oggi se ne progetta invece il riordino, rimettendone in gioco il tema, quando si poteva pensare che, appunto, il tema della proprietà collettiva si fosse concluso, tanto è vero che nei manuali di Diritto civile da molto tempo non vi è più un paragrafo dedicato a simili diritti? Il discorso poteva sembrare, infatti, ormai esaurito. Chi, invero, al giorno d’oggi, va a raccogliere legna? Quanti sono coloro che portano animali a pascolare? Sono rimasti in pochi ad avere pecore da portare sui pascoli; c’è poca gente che, per cucinare o per riscaldarsi, ha bisogno delle ramaglie del bosco. Ma sarebbe un errore pensare che oggi sia inutile parlare degli usi civici, dinanzi alla grande attenzione, soprattutto da parte della collettività e delle amministrazioni locali, verso questo istituto relativo a beni di grande valore economico ed ambientale.
Alle soglie del 2000 si rimette, dunque, in gioco un tema che poteva ritenersi concluso: quello della proprietà collettiva. Un istituto che si sarebbe detto morto, cancellato dalla Rivoluzione francese e dal “code civil”, quando si era affermata la proprietà come diritto sacro dell’individuo. Quando cioè la proprietà ed il soggetto erano apparsi un binomio inscindibile. La proprietà era la manifestazione della libertà e della personalità dell’individuo nell’orbita economica; il rapporto del proprietario con la cosa era speculare del rapporto che l’io ha con se stesso: il “dominium rei” era come il “dominium sui”. Unico singolare e monolitico. Questa concessione ha costituito l’istituto civilistico-chiave: quello della proprietà, ma “appunto” quello della proprietà “individuale”. Nel “code civil”, ma anche nei nostri codici del 1865 e del 1942, manca la nozione di proprietà collettiva, perché dal codice non si ricava una simile categoria: e ciò che non è detto non esiste! È come se non esistesse! Ma ciò che il concettualismo non era riuscito ad eliminare per la forte resistenza del “fatto” e per la reazione dei gruppi titolari di diritti di godimento collettivo, ciò che non era stato eliminato con lo strumento del silenzio, ecco che dalla legge del 1927 viene riconosciuto, “ma” perché ne sia regolata l’eliminazione. La legge del 1927 - checché se ne dica - esprime grave ostilità contro la proprietà collettiva, e ciò per vari motivi: 1. esigenza di coerenza con il sistema fondato sulla proprietà individuale; 2. sollecitazione a che la proprietà individuale sia produttiva “nell’interesse” della Nazione, e non dei soli fruitori del bene; 3. necessità di eliminazione delle forme passate di dominio diviso sulla terra, la cui presenza comprime la produzione che invece deve essere massimizzata nell’interesse nazionale; 4. l’avversione - quella stessa che il regime ha per le cooperative - a tutto ciò che è democratico e, dunque, contro le associazioni agrarie il cui sistema di partecipazione al godimento dei propri beni è incompatibile con la struttura verticistica del Paese. In poche parole: la legge del 1927 è fortemente coerente con il principio totalitario e con il principio produttivistico quali principi ordinatori del nostro ordinamento di allora. La legge del 1927, infatti, mirava: 1. a considerare estinti gli usi civici in senso stretto su terre private, in caso di omessa dichiarazione entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge; 2. a liberare, dagli usi civici in senso stretto, gran parte del terreno gravato, attribuendone, in proprietà, una quota all’“universitas” degli utenti; 3. a quotizzare le terre civiche, se utilizzabili per coltura; 4. ad aprire a tutti i residenti le terre civiche costituite da boschi e pascoli; 5. a legittimare le usurpazioni di tali terre; 6. a preferire, per la gestione delle terre civiche, i Comuni, sopprimendo le associazioni che apparissero inutili e dannose. Ma i commissari liquidatori ed i Comuni non sono riusciti a concludere la vicenda e i problemi sono rimasti, perché - ancora una volta - la realtà non era adattabile alle regole del 1927, le quali però “ora” vivono all’interno di un sistema i cui principi ordinatori sono cambiati, perché sono i principi della nostra Costituzione del 1948. Orbene, proprio perché il «fatto» della proprietà collettiva e degli usi civici oggi trova la sua regola nella legge del 1927 da intendersi secondo i valori costituzionali, ci si può rendere conto del perché oggi il tema della proprietà collettiva sia ritornato in evidenza. Nella Costituzione troviamo indicati due fondamentali valori: 1. quello delle comunità intermedie; 2. quello dell’ambiente, sotto il profilo della tutela della salute e del paesaggio. Troviamo anche un terzo principio: quello per il quale la proprietà della terra non deve esplicarsi solo in modo produttivistico, ma anche per altri fini riassumibili nello stabilimento di equi rapporti sociali, nello stabilimento di un rapporto sereno ed equo tra utenti della terra e vicini, tra campagna e città. E vi è ancora un quarto principio, cioè il ripudio di ogni principio verticistico e l’esaltazione di quello democratico e, dunque, il rispetto di tutti quei gruppi intermedi che, posti tra l’individuo e la sua volontà da un lato e lo Stato e la sua “pesante” organizzazione dall’altro, si esprimono attraverso la partecipazione di tutti i membri alle comuni decisioni. Sì, il tema della proprietà collettiva e degli usi civici oggi è tornato in rilievo perché non vi è dubbio che in esso gioca un ruolo formidabile il fatto che - come dice Paolo Grossi - «l’appartenenza dei beni è imputata ad una comunità ininterrottamente vivente nella storia», sicchè la proprietà non appare uno stumento economico e giuridico, ma invece è «una rappresentazione antropologica che affonda nei valori di una certa civiltà agraria». Si tratta, infatti, di un altro modo di “vivere” la stessa appartenenza del bene, in cui la comunità ha un valore sociale supremo attorno al quale i partecipi ricompongono i loro interessi ed è lo spazio per lo sviluppo della loro persona. La comunità di proprietari e di utenti di beni collettivi è, in sostanza, una formazione sociale che l’art. 2 Cost. tutela e protegge. E poi si rileva che là dove la comunità ha mantenuto integra la sua «divisione» dal Comune-ente amministrativo, i boschi ed i pascoli non sono stati depauperati, proprio perché il “modo” di essere della comunità è nel senso dell’utilizzazione del bene in modo che ne sia possibile il godimento anche da parte delle generazioni future, la conservazione del paesaggio e la tutela dell’ambiente - l’altro valore costituzionale cui ho fatto cenno - trova più facile realizzazione. La Comunità europea, inoltre, da qualche anno ha avviato una seria azione per mantenere gli insediamenti delle popolazioni nelle zone rurali, perché si è ormai accertato che allo spopolamento di un territorio segue il suo degrado ambientale. Dando voce ai soggetti che fanno parte di queste collettività titolari di proprietà collettive sia «chiuse» come nell’arco alpino, che «aperte» come nel caso delle associazioni agrarie del centro Italia , si spingeranno i “comproprietari” ad interessarsi alle problematiche ambientali connesse con la gestione produttiva dei loro boshi e dei loro pascoli. Benchè sia tempo di entrare nel vivo dell’argomento, penso occorra chiarire alcune nozioni. Nonostante si utilizzi, anche dal legislatore, il termine «usi civici» in modo onnicomprensivo, occorre tenere distinte le terre civiche dagli usi civici in senso stretto e poi tali situazioni giuridiche dalle terre spettanti a chiuse famiglie di antichi originari. Le terre civiche sono dette anche demanio universale (da “universitas”) o demanio communale o comunale (da “communitas”) o demanio collettivo o demanio civico. Esse «appartengono» alla collettività che vi abita, ciascun membro della quale ne gode, “uti singulus” e “uti civis”, per l’intero e non per quota. Le terre gravate dagli usi civici in senso stretto sono dette demanio feudale ed «appartengono» a soggetti terzi rispetto ai “cives” utenti, il cui diritto d’uso è considerato, da alcuni, come una servitù su terre altrui, e da altri una specie di dominio diviso con riferimento a specifiche e limitate “utilitates” del fondo. Per poter distinguere tra le diverse fattispecie, dobbiamo prestare attenzione agli eventi legati alla loro nascita. Dobbiamo risalire al Medioevo. Una popolazione poteva spontaneamente insediarsi su un territorio inabitato, occupandolo per coltivarci i terreni e per abitarci; oppure, un feudatario richiamava nel suo feudo un gruppo di famiglie facendole insediare su un territorio e, come corrispettivo della colonizzazione, o concedeva il terreno in comproprietà a tutti coloro che accettavano di insediarsi stabilmente e di coltivarlo o, più semplicemente, riconosceva alle famiglie alcuni diritti su quelle terre, che rimanevano però di proprietà del signore. Nei primi due casi, cioè quando i gruppi familiari apprendevano i territori e quando diventavano, per concessione del feudatario, comproprietari delle terre, si ha il fenomeno chiamato «terre civiche»; mentre nell’ultimo caso si parla di usi civici insenso stretto. Orbene solo quando si parla di usi civici in senso stretto, si hanno le limitate “utilitates” cui si è fatto cenno: pascolo, legna, funghi, pesca, caccia, acqua, terra e sassi. Quando si parla di terre civiche, tutte le “utilitates” della terra sono della collettività. Occorre dire qualcosa di più sulla parola «demanio» usata per i nostri diritti, parola che non ha niente a che fare con il demanio degli enti pubblici territoriali, ma che solo ne richiama il contenuto al fine di sintetizzare la disciplina giuridica degli usi civici o delle terre civiche o collettive. Il demanio, quello dello Stato e della Regione, è inalienebile, inusucapibile, indivisibile inespropriabile, immutabile nella sua destinazione, salvo la sua eventuale sdemanializzazione; orbene, anche i «demani» universali - cioè le terre civiche - ed i «demani» feudali - cioè gli usi civici in senso stretto - godono dell’inusucapibilità o imprescrittibilità, della inalienabilità, dell’inespropriabilità e della destinazione perpetua all’attività agro-silvo-pastorale: ecco perché sono stati chiamati anche con la parola «demani» che, tuttavia, potrebbe trarre in inganno facendo pensare che il bene appartenga all’ente territoriale e comunque bisogna assolutamente confondere una terra riferita ad un soggetto collettivo e fonte delle sua istituzionalizzazione ed il territorio oggetto dell’“imperium” di un un ente territoriale quale è il Comune.