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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2006
 
La glesie dai Sants Gjervâs e Protâs a San Gjervâs di Cjarlins

Un contributo dal n. 11 del periodico “La Vicìnia”
SI MUOVE LA RICERCA SUI “COMMONS”

[Nadia Carestiato, dottorato di ricerca in “Uomo e Ambiente” del Dipartimento di Geografia dell’Università di Padova]
Il 23, 24 e 25 marzo, nella bella cornice del convento di San Faustino a Brescia, oggi sede dell’Università, si è tenuta la prima conferenza europea dell’International Association for the Study of Common Property (“Iascp”), associazione no-profit costituita nel 1984 con l’intento di incoraggiare la discussione sul tema della Proprietà collettiva. A tale proposito, organizza annualmente incontri internazionali che, grazie allo scambio tra discipline, competenze e pratiche diverse, permettono di diffondere le conoscenze in questo campo di studi. Il convegno di Brescia, dal titolo “Building the European Commons: from open fields to open source”, ha posto l’accento sul futuro della proprietà collettiva in Europa, tra antichi usi e nuove prospettive. Numerosi i partecipanti, ricercatori di varie discipline (Sociologia, Economia, Scienze politiche, Antropologia, Storia, Biologia...) provenienti da molti Paesi europei, a testimonianza della rilevanza che la Proprietà collettiva ha avuto nella storia del vecchio continente, ma anche della sua attualità. Molti anche i rappresentanti di Paesi extra-europei che hanno contribuito a dare largo respiro ad una discussione che in Europa, di contro alla forte eredità dei beni collettivi, non ha mai sviluppato una ricerca comune sulle istituzioni e le politiche che hanno regolato questo patrimonio.

Le giornate di lavoro si sono aperte con l’intervento di una figura nota in questo campo di studi, Elinor Ostrom (Indiana University), teorica del concetto di risorse collettive (“common pool resources”), che ha illustrato i vari metodi applicati all’analisi dell’attività collettiva e le attuali strategie della ricerca. Al contributo introduttivo della Ostrom sono seguite le sessioni tematiche collegate ai diversi ambiti e piani su cui la ricerca sui “commons” si muove.
La sessione più ricca, dal punto di vista degli interventi, è stata quella dedicata agli studi sulla Proprietà collettiva tradizionale, vale a dire su tutti quei beni che le comunità hanno goduto, o godono tuttora, per diritto consuetudinario – prati, pascoli, boschi, aree di pesca… – e che per secoli hanno fornito alle popolazioni europee, ma non solo, i mezzi per un’economia di sussistenza. Le esperienze proposte hanno dimostrato il peso storico e culturale di questo tipo di proprietà, la sua incidenza sugli aspetti economico-sociali e sulla caratterizzazione del territorio e del paesaggio di una data area geografica, arrivando a dimostrare la modernità di questa tipologia proprietaria come risorsa per una corretta gestione dell’ambiente e per uno sviluppo sostenibile. Questi beni tradizionali sono stati messi in relazione con quelli che oggi vengono definiti beni collettivi globali – acqua, aria, foreste, fonti energetiche non rinnovabili – e gli esempi portati hanno offerto una panoramica su rilevanti problemi legati alla gestione di queste risorse fondamentali: scarsità, inquinamento, conflitti di interesse tra pubblico e privato o tra comunità. Interessante in tal senso la sessione riservata ai beni forestali (“Forest commons”) e all’International Union of Forest Organisation (“Iufro”), in cui è stata esposta la situazione dei beni forestali nel nord e nel centro Europa e in particolare gli aspetti legati al diritto d’uso di tale risorsa con una significativa analisi dello scontro/convergenza tra interessi singoli (multinazionali), comunitari (villaggi) e pubblici (stato). Altra sessione ha riguardato l’aspetto politico-istituzionale relativo ai “commons”, dalla conoscenza dell’attuale consistenza di questi beni fino all’analisi dei modelli politici relativi alla loro gestione. Stimolante il confronto tra realtà diverse, da quella inglese in cui la Proprietà collettiva – in genere beni collettivi tradizionali (“common good”) – è stata oggetto di cura da parte dello stato già a partire dal 1800, attraverso operazioni di censimento e applicazione di norme di tutela, fino alla condizione dei Paesi ex-socialisti in cui la Proprietà collettiva – unica forma di proprietà ammessa dallo stato fino a pochi decenni or sono – è stata velocemente soppiantata da quella privata, causando improvvisi cambiamenti sociali, economici e culturali (per fare solo un esempio la privatizzazione delle terre ha comportato una diversificazione dell’uso dei terreni agricoli e l’introduzione di nuove colture con la conseguente, spesso radicale, trasformazione del paesaggio tradizionale). Collegata alle due sessioni sopra descritte è quella che ha aperto il dibattito sul futuro dei Beni comuni nel mondo occidentale, sul loro rapporto fra tradizione e modernizzazione e sulla questione della normativa comunitaria in materia di Beni collettivi. Il ragionamento non ha riguardato solo i beni conformi alla tradizione ma anche i cosiddetti nuovi beni collettivi (“new commons”), che non sono più solo quelli legati alla terra, ma inglobano tutto quello che oggi è percepito come comune: parcheggi e aree verdi in città, abitazioni, autostrade e vie di comunicazione in generale (inclusi gli spazi aerei), informazione (mass media), comunicazione (internet), cultura. Due esperienze decisamente diverse tra loro presentate in questa sessione hanno ben significato questo nuovo settore di ricerca. La prima ha raccontato di un progetto portato avanti dalla Provincia Autonoma di Trento che si è occupato di studiare i Beni collettivi in contesto urbano (il progetto si è chiuso nel febbraio 2005), con particolare attenzione verso il problema della disponibilità di abitazioni per le fasce deboli della popolazione. Lo studio intrapreso ha messo in luce il nuovo “valore” acquisito dall’abitazione che, a fronte di un mercato immobiliare sempre più spietato e ad una latitanza crescente di politiche pubbliche per la realizzazione di case popolari, da bene privato per eccellenza è sempre più sentito come un bene comune, un “diritto” di tutti alla casa. Il secondo caso viene da una sperimentazione dell’Università di Zurigo (Svizzera) e riguarda il tentativo di costruire una “memoria nazionale” dei Beni collettivi, cioè di tutto quello che fa parte della tradizione culturale, attraverso la realizzazione di un data-base che dovrà raccogliere, e quindi rendere disponibile al pubblico, tutti i documenti relativi alla letteratura, religione, musica, ecc., delle varie regioni elvetiche. Purtroppo da questa selezione saranno inevitabilmente esclusi tutti i beni culturali non documentabili, come tutto il patrimonio legato alla testimonianza orale. A chiusura dei lavori un’ultima riflessione è stata dedicata alla condizione dei “commons” in Europa – caratterizzata ancora dalla forte presenza di antiche forme di Proprietà collettiva conservatesi durante i secoli in maniera pressoché inalterata come nelle regioni della Navarra (Spagna) e della Baviera (Germania) o nei Paesi scandinavi –, allo stato della ricerca nei Paesi comunitari (a tale riguardo è stata sottolineata la grande confusione che ancora esiste nella terminologia di riferimento) e al confronto tra Europa e resto del mondo per quanto riguarda gli aspetti della gestione della Proprietà collettiva da parte delle amministrazioni centrali.
Un ultimo richiamo è stato poi lanciato alla ricerca internazionale affinché si interessi maggiormente ai Beni collettivi globali, in particolare alle fonti energetiche non rinnovabili.
Si può affermare che l’obiettivo del primo meeting europeo “Iascp” quale opportunità, oltre che di incontro internazionale, di confronto interdisciplinare sia stato sicuramente raggiunto grazie alla ricchezza sia scientifica che umana delle esperienze portate. Ma forse ancora più utile è stato l’incontro di realtà che, se pur diverse tra loro, provengono da una matrice storica comune, quell’Europa che oggi più che mai deve imparare a promuovere il suo sviluppo sostenibile.