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"La Vicìnia"
Novembar dal 2006
 
“Storia Aperta” commenta la XII Riunione scientifica
I NEMICI DELLA PROPRIETà COLLETTIVA
Sottolineata la scarsa rappresentanza di Regioni e Comuni a Trento

Il Settimanale gratuito di informazione socio-economica a cura di
Renzo Stefanelli “StoriapertaOGGI”, nel numero di novembre, dedica un articolo alla recente Riunione scientifica di Trento. Lo riproduciamo integralmente.


Parole e fatti nei Piani rurali

La riunione scientifica su “Tutela e valorizzazione delle risorse naturali della proprietà collettiva” (Università di Trento, Centro studi documentazione su demani civici e proprietà collettive) ha toccato uno spettro così ampio di interessi che è stata davvero singolare la scarsa rappresentanza di Regioni e Comuni. Ciò che ha avvalorato l’affermazione del presidente Pietro Nervi che “Le Amministrazioni sono i nemici della proprietà collettiva”. C’è la storia, dietro questa affermazione, fatta di appropriazioni (i Comuni che hanno usato come loro demanio beni appartenenti ai cittadini, inalienabili), di liquidazioni, di leggi che “concedono” l’uso di suoli e soprassuoli che non appartengono affatto ai concedenti.
Questa storia produce processi per la riappropriazioni e iniziative per ricostituire, laddove sono state lasciate scomparire, le assemblee di utenti con i nuovi soggetti interessati all’uso del territorio in senso ampio e quindi alla qualità, si tratti di risorse economiche, di beni ambientali o culturali come il paesaggio.
Il punto di partenza è però contraddittorio: nei proclami (e nelle leggi sull’ambiente, sul patrimonio) si nominano usi civici e proprietà collettive come possibili soggetti di una riabilitazione e buona gestione. Nei fatti, le Regioni non hanno collaborato nemmeno al censimento e quindi all’individuazione della loro consistenza. Una comunicazione di Antonio Macrì, ricercatore all’Istat, nota che nel rilevare le Aziende Comunali, nemmeno si distingue fra patrimonio disponibile e patrimonio indisponibile dell’ente locale.
La relazione “Storia e archeologia ambientale” presentata da due ricercatori liguri, Pietro Moreno e Roberta Cevasco (Dismec, università di Genova) ricostruisce la relazione fra forme di gestione del patrimonio agro-forestale dell’Appennino e biodiversità. Fatte sparire certe forme di gestione, implicanti la partecipazione della popolazione, anche la biodiversità si riduce e rischia di scomparire. E nessuna legge per la tutela della biodiversità (le Regioni ne fanno) può impedirlo. La documentazione trova riscontro in ricerche fatte in altri paesi. Da cui scaturisce un problema politico urgente: se i Piani Rurali avalleranno l’estinzione di un’altra quota di imprese coltivatrici (come è avvenuto per gli allevamenti nella maggior parte delle aree montane) non c’è tutela che possa impedire la scomparsa di una nuova fetta del patrimonio genetico.
La specializzazione delle coltivazioni,incentivata dalla Ue, è responsabile di buona parte dell’impoverimento del potenziale di fertilità che di biodiversità: lo documenta uno studio fatto in Francia. Studi di questo tipo gioverebbero a dare maggior fondamento alle ipotesi di efficienza che vengono poste alla base dei Piani rurali.
Le gestioni, laddove sono state messe da parte, approfittando dell’esodo o dei mutamenti economici, hanno lasciato enormi vuoti. In Abruzzo il 25% del territorio (il 40% delle aree montane) diventa un deserto se non si formano nuove associazioni di utenza del territorio. È in quel deserto che si è collocata la speculazione edilizia a spese dell’ambiente. Ed è questa la sorte anche di quelle aree dove esistono Comitati ed Enti – circa 2500 – ora facenti capo alla Consulta nazionale delle proprietà collettive. Una richiesta dei partecipanti al convegno di Trento è che la Consulta si crei in ogni regione e che le Regioni sentano l’obbligo di discutere con le Consulte il futuro delle terre di proprietà collettiva.
L’inalienabilità è solo la premessa per la gestione efficiente. Venendo meno l’appropriazione a scopi speculativi, si fa spazio alla possibilità di gestioni favorevoli alla qualità dell’ambiente. Ma è solo la premessa. È stato citato il caso delle università agrarie del Lazio, rappresentate da due presidenti al convegno, che nella Regione non hanno incontrato sollecitazioni ma persino difficoltà. Progetti e finanziamenti richiedono il riconoscimento della personalità giuridica ma anche della funzione economica. E qui lo scontro avviene addirittura con una visione che nega il pluralismo delle forme di proprietà anche quando siano funzionali con gli obbiettivi economici e sociali.
Come dire: Amministrazioni e politica economica succubi dell’ideologia che nega l’iniziativa primaria dei cittadini e, di fatto, li espropria.

I materiali del convegno sono consultabili in www.jus.unitn.it_usi_civici
L’indirizzo della Consulta è: consultanzapropcolletiva@yahoo.it

STORIA APERTA - Rivista di storia umana del XX secolo. Associazione Storia Aperta.
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