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"La Vicìnia"
Jugn dal 2003
 

La colonizazion des Americhis e à scancelât popolazions, civiltâts e propietâts coletivis. Il câs dai Cherokee, contât di Noam Chomsky
MASSE CIVÎI PAR VIVI

[Noam Chomsky - in “Anno 501 la conquista continua”, Gamberetti editrice]


Il governo americano, mentre realizzava il suo progetto di deportazione degli indiani e di annessione delle loro terre, fu anch’esso assillato dal problema di come suscitare nelle menti dei “rudi barbari” la consapevolezza dei loro reali bisogni. L’esempio probabilmente più rilevante si ebbe nel 1880, quando Washington decise di annullare i solenni trattati che riconoscevano alle “Cinque tribù civilizzate”, brutalmente cacciate dalle loro terre d’origine, la proprietà dell’Oklahoma orientale. Il territorio indiano era stato concesso a queste nazioni senza limiti di tempo, con un “patto” del 1835 che molti capi indiani furono costretti ad accettare riconoscendo che «loro sono forti e noi siamo deboli» (...).
Passando in rassegna le notevoli realizzazioni della nazione Cherokee ed il trattamento che le fu riservato, Helen Jackson nella sua (per molti versi) eccezionale storia ottocentesca della deportazione degli indiani scrive: «Nell’intera storia dei rapporti tra il nostro governo e le tribù indiane, non vi è un capitolo così oscuro quanto la storia delle perfidie commesse verso questa nazione. Verrà un giorno in cui, nel lontano futuro, allo studente di storia americana tutto ciò sembrerà quasi incredibile», un giudizio indiscutibile, anche se quel giorno rimane ancora lontano. Nel 1870, i1 Ministero degli Interni americano riconobbe che «i Cherokee, come le altre nazioni civilizzate indiane [del territorio dell’Oklahoma], possiedono per sempre le loro terre con titoli definiti dalla suprema legge della terra», una «dimora permanente» concessa «dietro la più solenne garanzia degli Stati Uniti» che «rimarrà loro per sempre – una dimora che non sarà mai in futuro ostacolata dall’estendersi intorno ad essa dei confini o dall’imposizione su di essa della giurisdizione di un Territorio o di uno Stato», o disturbata in alcun modo. Sei anni dopo, il Dipartimento dichiarava che la situazione nel territorio indiano è «complicata ed imbarazzante, e si pone la questione se sia possibile permettere che una notevole parte del paese debba rimanere per un periodo indefinito come un’incolta area improduttiva, oppure se il governo debba decidere la riduzione dell’estensione della riserva».
Il Dipartimento aveva precedentemente descritto quella «incolta area improduttiva» come un miracolo del progresso, con una prospera attività produttiva ed un popolo che viveva in un discreto benessere, con un livello di istruzione «paragonabile a quello impartito da un normale college degli Stati Uniti», un’industria ed un commercio fiorenti, un efficiente governo costituzionale, un alto tasso di scolarizzazione ed un’atmosfera generale di «civiltà e di illuminismo» non paragonabile a qualsiasi altro paese: «Quello che nel caso dei britannici ha richiesto per la sua realizzazione 500 anni, loro l’hanno ottenuto in 100», dichiarava meravigliato il Dipartimento degli Interni. Nel 1880 Helen Jackson termina il suo resoconto con una domanda: «Il governo degli Stati Uniti deciderà di “ridurre l’estensione della riserva”?». Avrebbe avuto presto una risposta, esattamente nel senso da lei previsto. Ancora una volta, l’avanzata civiltà degli indiani impediva il progresso della civiltà propriamente intesa. Angie Debo nella sua famosa ricerca “E le Acque Continuano a Scorrere” descrive quello che sarebbe poi successo.
Nel territorio indiano indipendente, la terra era di proprietà collettiva e la vita era prospera e felice. Il “Federal Indian Office” (Ufficio federale indiano del governo centrale) si opponeva al carattere comunitario della proprietà terriera sia per motivi ideologici, sia per i suoi effetti pratici: ostacolava la conquista da parte di intrusi bianchi. Nel 1883, un gruppo di presunti filantropi iniziò ad incontrarsi per discutere i problemi degli indiani. Al loro terzo incontro partecipò il senatore Henry Dawes del Massachusetts, considerato un «eminente esperto degli indiani», appena tornato da una visita nel territorio indiano. Come altri osservatori, il senatore era entusiasta di ciò che aveva visto: «Non esiste un solo povero in quella nazione, e la nazione non ha il minimo debito.
Ha eretto la propria capitale, da noi visitata, ed ha costruito scuole e ospedali». Nessuna famiglia era senza casa.
Detto ciò Dawes consigliò di spazzar via quella società, perché aveva un difetto di fondo, del quale gli arretrati indigeni non si erano resi conto: «Il difetto del sistema era ovvio: essi hanno raggiunto il loro limite, perché la loro terra è di proprietà comune. È il sistema di Henry George, ed in esso non vi è alcuna spinta ad avere una casa migliore di quella del vicino. Non vi è egoismo, che è l’essenza della civiltà. Finché questo popolo non rinuncerà alle sue terre e non le dividerà tra i cittadini in modo che ognuno sia proprietario della terra che coltiva, non potranno progredire oltre». In breve, anche se in apparenza civilizzato e avanzato, quel popolo era culturalmente arretrato, non avendo coscienza della «fondamentale tendenza umana a consumare» o ad avere la meglio sui vicini, e ignorando la «spregevole regola dei padroni». La proposta di Dawes di portare l’illuminismo ai selvaggi fu approvata dai filantropi della costa orientale, e presto applicata. Dawes fece varare una legge che vietava la proprietà collettiva della terra e presiedette i lavori della commissione che gestì la conseguente spoliazione degli indiani. Le loro terre e proprietà furono saccheggiate, e gli indiani furono dispersi nelle remote zone urbane dove soffrirono un’atroce povertà e miseria. Così vanno gli esperimenti; non sempre funzionano. Ma, a ben vedere, questo come gli altri test condotti nelle nostre «zone di sperimentazione» in genere si sono conclusi con il successo di coloro che li pensano e li realizzano: gli architetti della politica – secondo Adam Smith – uomini d’onore, sempre guidati dalle intenzioni più generose che, guarda caso, coincidono con i loro interessi.