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"La Vicìnia"
Setembar dal 2006
 

Il contributo dell’“Asuc” di Stenico alla festa di Malga Stabli
EREDI DI UNA TRADIZIONE ANTICA
L’intervento del presidente Gianfranco Pederzolli

Alla festa delle “Asuc” trentine, celebrata il 2 settembre a Malga Stabli in Val d’Algone, è intervenuto con uno stimolante contributo anche il presidente dell’Amministrazione ospitante, l’“Asuc” di Stenico. L’ingegner Gianfranco Pederzolli, che presiede anche il Consorzio dei Comuni del Bim Sarca-Mincio-Garda, ha ha proposto le seguenti riflessioni.

Porto il saluto della nostra Amministrazione “Asuc” di Stenico e un grande ringraziamento a tutti voi presidenti e amministratori “Asuc”, ai simpatizzanti della nostra Associazione, alle autorità provinciali che con la loro numerosa presenza onorano questa festa… e all’intera struttura del ervizio Enti locali della Provincia autonoma di Trento… Ma un forte e caloroso ringraziamento lo devo fare alla nostra coraggiosa, capace e dinamica presidente Nicoletta Aloisi che, con la sua caparbietà, la sua preparazione e la sua voglia di fare, rispettando la ferrea regola del volontairato, ha saputo rendere forte e ascoltata la nostra associazione. Grazie di cuor a nome della mia Amministrazione che per diversi anni ti ha vista preparata e puntuale segretaria e a nome di tutti noi per il grande lavoro che hai svolto a favore di questa Associazione e per il grande senso di unità che hai fatto nascere in tutti noi e fra tutti noi.
Ma io oggi non voglio limitarmi a rivolgere il saluto e ad esprimere la felicità di essere qua insieme a voi. Voglio andare oltre, per manifestare il mio orgoglio di erede di una tradizione antica.
Da presidente dell’“Asuc” di Stenico mi sento orgoglioso di ripercorrere la strada percorsa per secoli da generazioni di paesani che avevano il culto del loro territorio. Non sempre queste cose vengono capite nel Terzo Millennio, nell’epoca della globalizzazione, nel mondo della velocità sfrenata e della tecnologia che ci ha permesso di andare sulla luna e di esplorare il sistema solare. Tutte grandi scoperte, ma poi, nella quotidianità, noi dobbiamo gestire un territorio delicato. Certo parliamo di un territorio che è cambiato, come sono cambiate la vita, l’economia e la cultura dei nostri paesi. Un tempo c’era l’economia contadina, direi la povera economia contadina, che ruotava attorno all’allevamento del bestiame, alla gestione del bosco, al piccolo podere. C’erano le malghe, con le loro regole, can il capo-malga, con i ritmi della monticazione che si ripetevano anno dopo anno.
Ho citato le regole. Basta consultare gli antichi statuti delle nostre comunità per scoprire che villaggi composti esclusivamente da analfabeti già nel Quattrocento si davano delle regole, un autogoverno basato sul buonsenso, ma anche su principi precisi che tutti dovevno rispettare, perché il rispetto della convivenza civile era indispensabile perché il potente non pestasse sui piedi del più debole, perché il disonesto non approfittasse di chi era tollerante.
Proprio attraverso queste regole le nostre comunità hanno potuto sopravvivere per secoli, mantenendo intatto il loro patrimonio, anzi, arricchendolo nei limiti del possibile. L’uso civico, ossia l’amore per la proprietà della comunità, per l’interesse collettivo, devono insegnarci molto nella società dell’individualismo incipiente.
Oggi purtroppo (e devo sottolineare il purtroppo), i giovani tendono a disinteressarsi del patrimonio del proprio paese; chi conosce più i toponimi antichi? Chi è curioso di conoscere la storia delle malghe? Peggio, chi utilizza più le malghe e i pascoli custoditi gelosamente per secoli?
Non è il caso di abbandonarsi alle nostalgie, perché viviamo in una società in cui la rottura fra le generazioni è un fatto assodato. E’ raro che i figli svolgano il lavoro dei padri e ancor più raro che si cimentino nel mestiere dei nonni. Perciò non c’è più trasmissione di esperienze da parte dei vecchi. I nostri paesi stessi stanno cambiando rapidamente. Quando noi che abbiamo superato la metà della vita parliamo ai giovani delle fatiche di un tempo ci troviamo di fronte nella migliore delle ipotesi ad un sorriso di compassione. Per questo credo che sia giusto ripensare al ruolo dell’“Asuc”.
Attenzione e, niente svendite del patrimonio, niente cedimenti rispetto alla nostra identità. Sarebbe un torto troppo grave verso chi, con le proprie fatiche e con le proprie convinzioni, ci ha portato in dote un patrimonio che nel resto d’Italia ci invidiano.
Personalmente non credo che l’introduzione nella nuova legge provinciale del suffragio universale sia un danno irreparabile. I capi-fuoco sono stati indiscutibilmente i gelosi guardiani del territorio: si incontravano nelle Assemblee, magari la domenica dopo la Messa, con la consapevolezza di dover difendere un territorio, un’identità, una intera comunità. E quando per ragioni economiche erano costretti a vendere un malga o un bosco ne soffrivano come si soffre quando si perde una creatura cui si è affettivamente legati.
Oggi (lo dicevo prima) dobbiamo prendere atto che il mondo è cambiato, anche se è comprensibile che molti dirigenti “Asuc” siano combattuti fra la difesa di una tradizione e l’impatto la modernità. Io credo che sia nostro dovere di amministratori non fermarci alle nostalgie, ma salvaguardare una forte attività culturale, affinché fra tutti i componenti della comunità si diffonda la cultura del territorio, affinché si diffonda la conoscenza della storia delle nostre comunità e della loro capacità di autogoverno. Perché i re e gli imperatori, i conti e i principi vescovi comandavano gli eserciti e riscuotevano le tasse, ma i pascoli e i boschi erano gestiti dai capi-fuoco. Oggi ci sta che in una democrazia matura la partecipazione sia estesa all’intera comunità.
Una seconda innovazione merita un momento di attenzione. E’ bene o male che l’“Asuc” possa alienare il proprio patrimonio? Se n’è discusso molto. So di non fare felici tutti quando affermo che personalmente credo nella possibilità dell’Asuc di vendere una malga. Non possiamo, cari amici, nasconderci che i tempi sono cambiati. Senza voler andare troppo in là, rispetto a trent’anni fa molte malghe non sono più monticate. Che ne facciamo? Possiamo esercitarci nella nostalgia rispetto agli antichi valori, ma poi abbiamo il dovere di mantenere vivo questo patrimonio. Se le lasciamo inutilizzate cadranno a pezzi, e i nostri figli troveranno il bosco che avrà invaso tutto il pascolo.
Un’alternativa c’è. Trasformiamo le malghe non più monticate in strutture per il turismo sociale e scolastico. Facciamolo, pur mantenendo l’uso civico, sia chiaro, però facciamolo, perché è un modo per dare un ritorno alle nostre comunità
Per questo io credo che non si debba aver paura del futuro. Purché siamo umili a al punto da educare le nostre generazioni: ad insegnare loro che per secoli uomini la cui unica scuola era scuola di vita, che non avevano la laurea in tasca, hanno difesi il loro territorio, hanno curato il bosco, hanno gestito i pascoli, hanno pulito i torrenti e i loro argini. Impariamo dalla gente semplice, come hanno imparato i nostri padri. Credo che non ce ne pentiremo.

Gianfranco Pederzolli
Presidente “Asuc” Stenico