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"La Vicìnia"
Lui dal 2021
 
La malga cadorina di Doàna, ai confine con la Carnia; sullo sfondo le montagne di Auronzo

Lo studioso Giandomenico Zanderigo Rosolo, esperto e difensore dei Domini collettivi del Cadore (nel 2016, alla festa della Vicìnia di Tomba di Mereto)
Significativa sentenza del Tribunale amministrativo del Veneto
MALGHE, DOMINI COLLETTIVI E COMUNI
Non sono validi gli atti comunali senza il coinvolgimento procedimentale degli effettivi titolari dei Diritti collettivi

[Giandomenico Zanderigo Rosolo]
Una recente sentenza del TAR Veneto (Sez. I, 26 maggio 2021, n. 837) ha richiamato alcuni importanti princìpi riguardo ai beni collettivi ed in particolare le malghe che, cessati gli usi tradizionali, vengono spesso affittate e trasformate.
La pronuncia ha origine da una controversia tra l’affittuario gestore agrituristico della malga Misurina ed il concedente Comune di Auronzo, che amministra i beni di uso civico ovvero di proprietà regoliera, per i quali peraltro è in corso da anni la procedura di formale accertamento nonché la richiesta di consegna alle ricostituite Regole.


I giudici di prime cure – presidente Maddalena Filippi, estensore il prof. Filippo Dallari – hanno annullato gli atti del Comune di Auronzo che, nell’autunno 2020, aveva avviato una gara per l’affitto novennale «dell’immobile comunale denominata Malga Misurina e dei pascoli afferenti».

La sentenza ha argomentato e ribadito, in particolare:
- i Beni di uso civico non sono proprietà del Comune ma sono un patrimonio naturale, economico e culturale della collettività locale, una “comproprietà intergenerazionale” che, in mancanza di un ente esponenziale dei titolari dei diritti, il Comune deve amministrare nell’effettivo loro interesse;
- questa amministrazione dei Beni avviene in forma “duale”: all’ente esponenziale od al Comune spettano gli atti ordinari, mentre a fronte di iniziative di carattere straordinario – come è il caso di alienazioni o di mutamenti di destinazione – spetta alla Regione il necessario potere autorizzatorio;
- «per quanto tali beni siano soggettivamente privati, per costante giurisprudenza sono soggetti ad un regime giuridico sostanzialmente corrispondente a quello dei beni demaniali (Cass., Sez. III, 28 settembre 2011, n. 19792) e quindi sono di norma inalienabili, incommerciabili ed insuscettibili di usucapion», a norma dell’art. 3, comma 3, della Legge 20 novembre 2017, n. 168;
- «la sottoposizione di tali Beni ad un regime in parte riconducibile a quello dei Beni demaniali è correlata alla necessità di garantirne il godimento e l’uso collettivo e altresì la conservazione – l’intergenerazionalità – in quanto anche strumenti di tutela dell’ambiente e del paesaggio (Corte cost., 31 maggio 2018, n. 113; Corte cost., 11 maggio 2017, n. 103);
- l’autorizzazione, di competenza della Regione, a modificare la destinazione di un Bene civico destinato a bosco o pascolo, è «un procedimento che anche oggi ha carattere tipicamente eccezionale e non può né deve risolversi nella perdita dei benefici, anche solo di carattere ambientale per la generalità degli abitanti, unicamente a vantaggio dei privati» (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 25 settembre 2007, n. 4962; Cons. Stato, Sez. VI, 6 marzo 2003, n. 1247);
- «per costante giurisprudenza la possibilità di consentire in favore dei privati, con atto di concessione o con contratto di affitto, il godimento individuale di un terreno demaniale o di uso civico, temporaneamente non utilizzato dalla comunità, può avere solo carattere precario» (Cass., Sez. III, 12 giugno 2020, n. 11276)”;
- da questo carattere precario e temporaneo consegue che il rapporto resta sottratto alle norme speciali in materia agraria relative alla durata (la durata minima di 15 anni di cui alla Legge 3 maggio 1982, n. 203, non è applicabile ai contratti di affitto e di concessione dei Beni collettivi), «poiché altrimenti resterebbe preclusa alla P. A. la possibilità di condizionarne la continuazione e la rinnovazione alla compatibilità, in concreto, con la destinazione ad uso civico del terreno» (Cassazione, Sez. III, 10 ottobre 2017, n. 23648);
- anche l’attribuzione di un Bene gravato di uso civico in concessione in uso esclusivo ad un terzo per un consistente lasso di tempo comporta una sottrazione del Bene all’uso collettivo ed implica un mutamento di destinazione del Bene, che richiede perciò «lo svolgimento del procedimento eccezionale di deroga con il coinvolgimento della collettività dei residenti e l’autorizzazione regionale»;
- le procedure per l’autorizzazione al mutamento di destinazione dei Beni collettivi e per l’affidamento in concessione a terzi debbono anche rispettare le regole di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241, e s.m.i.: i princìpi di trasparenza, di imparzialità, di pubblicità, di informazione, del contraddittorio, «al fine di consentire la partecipazione e richieste di chiarimenti, l’emersione del dissenso, il vaglio di eventuali obiezioni dei soggetti appartenenti alla comunità che sono i reali titolari dei diritti civici»;
- nella gara di affidamento a terzi, la priorità riservata agli imprenditori agricoli residenti nel territorio comunale, in conformità alla legge regionale del Veneto in materia di usi civici, non contrasta con i principi comunitari e nazionali di parità di trattamento e di concorrenza.

Alcuni decenni fa, nel Comune di Auronzo, che sosteneva allora l’inesistenza ovvero l’esistenza soltanto nominale delle Regole, il Commissario agli usi civici aveva annullato gli atti di trasferimento tra privati, pur risalenti a lontani tempi e da ultimo a favore di una società immobiliare, di un complesso di terreni in prossimità dell’abitato e ne aveva disposto la reintegra al Demanio civico frazionale (Sentenza Fletzer, 1986).
È auspicabile che la nuova pronuncia giovi a far chiarezza ed a mettere ordine nella gestione dei beni collettivi in Cadore ed altrove.