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"La Vicìnia"
Mai dal 2021
 

Il ruolo delle Istituzioni e nuove forme di Associazionismo fondiario
DOMINI COLLETTIVI, ATTORI DI SVILUPPO LOCALE
Maurizio Daici presenta il suo contributo alla rivista “Journal of Alpine Research / Revue de géographie alpine”

[Maurizio Daici]
L’ultimo numero in linea della rivista scientifica trimestrale plurilingue “Journal of alpine research / Revue de géographie alpine” (109-1 / 2021) affronta il tema della gestione collettiva dei Beni in montagna, ricercandone influenze e interazioni.
La ricerca internazionale e multidisciplinare, diretta da Alessandro Crosetti dell’Università di Torino e Jean-François Joye dell’Università Savoie Mont Blanc, s’intitola “La montagne et la gestion collective des biens: quelles influences? quelles interactions? / Mountains and the Collective Management of the Commons: Influences and Interactions”.
Oltre al contributo introduttivo di Crosetti e di Joye, lo studio propone interventi sulla Valle d’Aosta (Roberto Louvin e Nicolò P. Alessi), sulla montagna friulana (Maurizio Daici), sui Patriziati del Canton Ticino (Luigi Lorenzetti e Roberto Leggero), sul Gran Consortile di Riclaretto e sulle proprietà collettive del Germanasca (Michele Francesco, Barale e Margherita Valcanover), sui “Commons rurali” in Trentino (Cristina Dalla Torre, Elisa Ravazzoli, Andrea Omizzolo, Alessandro Gretter e Andrea Membretti), sulla Slovacchia (Michel Lompech), sul Marocco (Charles Bonnin, Elouarti Ayoub, Bruno Romagny, Michel Vaillant, Geneviève Michon, Saïd Boujrouf e Mohammed Aderghal), sulla Corsica (Gilles Guerrini) e sulla concettualizzazione dei “paesaggi culturali in comune” in Svizzera (Nicole de Lalouvière).
Tutti gli articoli possono essere liberamente letti e approfonditi nel sito della rivista, all’indirizzo: https://doi.org/10.4000/rga.8071.
Maurizio Daici, autore del contributo intitolato “Proprietà collettive e sviluppo locale. Elementi di ricerca per il Friuli Venezia Giulia (Italia)”, ha inviato alla “Vicìnia” una presentazione del proprio intervento, che pubblichiamo insieme alla versione integrale del testo (realizzato con la collaborazione dell’Alleanza friulana Domini collettivi; alleanza@dominicollettivifvg.it).


Ho pubblicato nel “Journal of Alpine Research/Revue de géographie alpine”, 109-1, 2021, curato dall’“Association de géographie alpine” (Università “Joseph Fourrier” di Grenoble), un articolo – “Proprietà collettive e sviluppo locale. Elementi di ricerca per il Friuli Venezia Giulia (Italia)” (https://journals.openedition.org/rga/8221) – che, dopo un inquadramento storico-giuridico a partire dalla legge sugli usi civici del 1927, si occupa della relazione positiva che può intercorrere tra i Domini collettivi e lo sviluppo locale, alla luce di alcune esperienze in Carnia (Pesariis e Givigliana) e in Val Canale (Pontebba). Come indica il titolo dell’articolo, lo scopo è di proporre in maniera documentata elementi per una indagine “in fieri” in quanto, a parer mio, c’è ancora bisogno in Friuli Venezia Giulia di una indagine sistematica su un tema, quello del ruolo delle proprietà collettive nello sviluppo socio-economico locale – in particolare in montagna –, che presenta aspetti d’interesse multidisciplinare, dall’economia (agricoltura, silvicoltura e attività della filiera del legno, turismo) al governo del territorio (difesa idro-geologica, infrastrutture, pianificazione territoriale) e al “capitale sociale” (comunità interessate, amministrazioni locali e loro rapporti interistituzionali).
Tra i diversi aspetti affrontati, tengo ad evidenziare i seguenti sui quali mi sentirei di sollecitare la riflessione e il confronto di opinioni:

1. il ruolo della Regione. Nell’articolo rilevo l’assenza di un’iniziativa incisiva di valorizzazione delle proprietà collettive come attori dello sviluppo locale da parte della Regione, ferma alla legge regionale 3/1996 che dà attuazione alla legge 97/1994 (c. d. legge Carpenedo sulla montagna) e che si caratterizza sostanzialmente per le procedure di riconoscimento della personalità giuridica delle Comunioni familiari ed organizzazioni affini;

2. il ruolo dei Comuni nel favorire o meno una gestione della proprietà collettiva quale risorsa di sviluppo locale, e i rapporti tra i Comuni e i titolari dei diritti sulla proprietà, siano o no essi rappresentati da un Comitato per l’amministrazione dei Beni frazionali od organizzati come Comunione familiare (o entità affine);

3. la presenza dei Domini collettivi – intesi soggettivamente come enti od organizzazioni delle proprietà collettive – nelle partnership dei progetti di sviluppo locale, vale a dire tra gli attori sociali coinvolti nella definizione e attuazione di strategie territoriali secondo approcci caratterizzati, in maniera più o meno forte, da una componente “bottom-up” (ad esempio, l’approccio LEADER o il CLLD nell’ambito dei programmi cofinanziati dai fondi europei). Il riferimento non è tanto alla possibilità dei Domini collettivi di essere beneficiari delle provvidenze pubbliche (possibilità ammessa in via generale), quanto invece alla loro capacità di svolgere un ruolo propositivo in una visione complessiva di sviluppo territoriale.

Riguardo a questi tre aspetti presenti nell’articolo, la legge 168/2017 pone le basi per una nuova valutazione del rilievo sociale della proprietà collettiva, distinta sia dalla proprietà privata sia, nel caso degli usi civici, dal patrimonio pubblico, nel dichiararla «element[o] fondamentale per la vita e lo sviluppo delle collettività locali». È presto per avere consapevolezza degli effetti che la legge produce e produrrà in un quadro normativo che mantiene in vigore diverse disposizioni precedenti e che si articola tra competenza legislativa statale e competenza legislativa regionale (F. Martinelli e F. Politi, a cura di, “Domini collettivi ed usi civici. Riflessioni sulla legge n. 168 del 2017”, Pisa, Pacini Editore, 2019). Li si vedrà nel tempo e se si tratterà di effetti positivi o rilevanti dipenderà molto dalle comunità interessate e dalla loro capacità di valorizzare i beni, anche con innovazioni e visione di sviluppo locale, poiché la legge in sé non garantisce che i beni non siano gestiti male o non gestiti affatto, ovvero che producano utilità per la collettività.
Un tema attuale, molto discusso quando si parla o si scrive dello sviluppo locale in area montana, è quello del frazionamento fondiario che, da un lato, è causa di abbandono delle pratiche agro-silvo-pastorali e, dall’altro, è un impedimento al diffondersi di gestioni ottimali, dal punto di vista sia economico che ecologico, delle risorse naturali, in particolare di quelle forestali. Una risposta al problema è costituita dalle associazioni fondiarie (legge regionale 9/2007, come modificata dall’art. 49 della legge regionale 28/2017; decreto legislativo 34/2018). Il decreto legislativo 34/2018 richiama esplicitamente, nell’ambito dell’attività finalizzata a contrastare gli effetti del frazionamento, i domini collettivi (“le proprietà collettive e gli usi civici”) come realtà da valorizzare, assieme alle gestioni associate dei piccoli proprietari (oltre che ai demani). Ebbene, come non vedere che buone pratiche dei domini collettivi potrebbero essere di esempio per le associazioni fondiarie? Che esperienze positive di valorizzazione dei beni comuni potrebbero incentivare i piccoli proprietari a mettersi insieme e le istituzioni locali a promuovere l’associazionismo fondiario? Sono questioni che stanno nella stessa prospettiva in cui nel mio articolo ho posto il tema del ruolo dei domini collettivi nella realtà attuale della montagna, quali attori di sviluppo locale.