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"La Vicìnia"
Mai dal 2021
 

Alla ricerca di alternative all’attuale modello economico discriminatorio e insostenibile
“LA SFIDA DI UN DESTINO COMUNE”
“Slow Food Italia” esplora possibili convergenze con gli Assetti fondiari collettivi

[L. N.]
Al congresso di “Slow Food Italia”, l’associazione di promozione sociale che riunisce oltre 300 “Condotte” impegnate nella promozione di «Comunità del cibo buono, pulito, giusto e per tutti», si discuterà anche del ruolo della Proprietà collettiva per affrontare «La sfida di un destino comune», abbandonare il «progresso scorsoio», denunciato dal poeta Andrea Zanzotto, e «cambiare i paradigmi», tornando ad «un’economia di bisogni». L’assise, di cui è iniziata la preparazione, si svolgerà a Genova, il 3 e il 4 luglio.

Per preparare il proprio congresso nazionale, “Slow Food Italia” ha messo a punto il documento “La sfida di un destino comune. Verso il congresso di Slow Food Italia” (www.slowfood.it/wp-content/uploads/2021/03/IT_visione_congresso.pdf).
Diversi sono i passi nei quali emerge una particolare sensibilità su quanto la Proprietà collettiva e i Domini collettivi potrebbero contribuire al superamento dei “paradigmi” che hanno provocato la «crisi ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, sociale ed economica che si è condensata in una pandemia che ha stravolto le nostre esistenze, ha tolto il velo alle insostenibilità e con esse alle grandi diseguaglianze, a quella formidabile dismisura che segna il nostro pianeta».
«I nodi riconducibili al modello di sviluppo affermatosi in ogni angolo della Terra – sottolinea, nel primo paragrafo, il documento congressuale – sono arrivati al pettine, ponendoci di fronte all’evidenza che i vecchi paradigmi della modernità sono parte del problema e che nessuno si sarebbe potuto salvare da solo».
Il primo riferimento alla Proprietà collettiva appare nel paragrafo intitolato “Cambiare i paradigmi”.
Occorre cambiare, secondo “Slow Food Italia”, «tanto gli occhiali (gli strumenti interpretativi) quanto le visioni (i paradigmi).
E se la cornice di questo cambiamento si chiama “cultura della complessità”, dovremmo contestualmente indagare il rapporto fra uomo e natura (il desiderio umano di controllare e di disporre del mondo), il concetto di sviluppo e la cultura del limite, il superamento del paradigma dello stato-nazione (e del sovranismo) per adottare un approccio sovranazionale e territoriale, l’idea acritica che abbiamo del lavoro che – mercificato e parcellizzato – non rende affatto liberi, la questione del potere e quella di genere, la guerra che non è la levatrice della storia e il tema della nonviolenza, il rapporto fra modernità e tradizione anche attraverso il recupero delle antiche e più che mai attuali forme proprietarie collettive (regole, usi civici...) nella gestione dei beni comuni, la messa in discussione della descrizione del mondo diviso fra sviluppo e sottosviluppo».
Nel capitolo successivo, dedicato al “Next generation EU, un nuovo sguardo europeo”, si indica l’urgenza di riconsiderare anche gli «assetti proprietari».
«Con il Next Generation EU – afferma il documento – forse per la prima volta l’Europa politica ha avuto il coraggio di intraprendere un programma strategico fondato su alcune linee di lavoro che affrontano la crisi sanitaria, ambientale e produttiva.
Non c’è ancora un cambio di paradigma, ma il fatto stesso di immaginare una politica economica e finanziaria europea (con l’inedita e prima sempre avversata emissione di titoli di debito europei) attorno ai grandi temi del futuro, rappresenta comunque una svolta importante. Ma in una nuova visione europea, ogni Paese non dovrebbe replicare gli stessi investimenti e le stesse linee di sviluppo, bensì riconsiderare vocazioni territoriali e ambientali, prerogative e unicità culturali, assetti proprietari e fiscali, devoluzione di poteri verso l’Europa e forme diffuse di autogoverno».
Nel capitolo “La sfida davanti a noi”, che precisa fra l’altro ciò che “Slow Food Italia” intende per “Ecologia integrale”, s’invoca una transizione fatta di «atti di conservazione e rigenerazione dei beni comuni a tutto il vivente».
Si sottolinea, inoltre, il principio ed il valore della cura.
«La conoscenza viaggia parallela alla cura – sostiene il documento “La sfida di un destino comune” –. Curo ciò che conosco e nessuno meglio di chi vive sul territorio lo sa.
La sicurezza è prendersi cura. Così dovremmo avere una crescente attenzione alla mappatura dei nostri territori, dei terreni agricoli come delle aree boschive, dei pascoli come dei terrazzamenti, della risorsa idrica e più in generale dei beni collettivi».