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"La Vicìnia"
Lui dal 2020
 
L’architetto Moreno Baccichet. Dottore di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica, insegna Urbanistica come professore a contratto. Con “Laboratorio di Paesaggi Fvg”, interviene elaborando progetti di territorio e utilizzando pratiche partecipative

La dolina di Slivia, meta di una delle escursioni di “Scarpe & Cervello 2014”, dedicate da Moreno Baccichet a “Le proprietà collettive nel paesaggio del Fvg”
Moreno Baccichet analizza alcuni progetti per il recupero di territori marginali
DOMINI COLLETTIVI CHE PROMUOVONO L’ECONOMIA SOLIDALE
Sia tratta di «esperienze che affrontano il tema del carattere identitario dei luoghi, ancorandosi alla geografia del cibo e alla cura del territorio»

[Moreno Baccichet]
Anche la Proprietà collettiva ha giocato un ruolo significativo nella promozione e nella diffusione dell’Economia solidale e dell’Agricoltura sociale in Friuli. È quanto si desume dall’articolo di Moreno Baccichet “Progetti per il recupero di territori marginali attraverso le esperienze di valorizzazione e promozione dell’economia solidale in Friuli Venezia Giulia”, in via di pubblicazione a cura dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia.
La diffusione dello studio è iniziata grazie al sito “Friuli occidentale la storia le storie” (www.storiastoriepn.it/progetti-per-il-recupero-di-territori-marginali-attraverso-le-esperienze-di-valorizzazione-e-promozione-delleconomia-solidale-in-friuli-venezia-giulia/) e grazie a Gian Luigi Bettoli che, presentando il contributo, sottolinea come «i fenomeni del movimento di liberazione basagliano, della cooperazione sociale, dell’agricoltura sociale e dell’economia solidale sono ormai terreni non solo di sperimentazione concreta e di elaborazione legislativa, ma anche di riflessione accademica».
Moreno Baccichet, professore a contratto di Urbanistica presso le Università di Ferrara, del Friuli e IUAV Venezia, nell’articolo cita le esperienze di gestione dei Domini collettivi di San Marco di Mereto e di Muzzana del Turgnano e illustra i progetti del “Consorzio delle Valli e delle Dolomiti Friulane”, che si prefigge di «utilizzare un esteso patrimonio di proprietà collettive che i comuni alpini non riescono più a gestire».


Progetti per il recupero di territori marginali attraverso le esperienze di valorizzazione e promozione dell’economia solidale in Friuli Venezia Giulia

In alcuni territori della regione si stanno consolidando esperienze di progettazione legate a una diversa visione della socialità del cibo e della costruzione di filiere locali e sociali. Azioni che esaltano l’occasione della produzione come esperienza di conoscenza e reciprocità tra cittadini e territorio, tra produttori di beni e consumatori. Si tratta di esperienze che per lo più affrontano il tema del carattere identitario dei luoghi, ancorandosi alla geografia del cibo e alla cura del territorio [1]. Come vedremo, la specialità friulana prende il via da un sostrato di esperienze di agricoltura sociale che si erano palesate in regione all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso.

La socialità nei progetti di agricoltura di età postbasagliana

L’occupazione di persone malate all’interno delle cooperative di lavoro e agricole si concretizzò nell’esperienza di Franco Basaglia a Gorizia e a Trieste (Cooperativa Lavoratori Uniti, 1972), ma forse ancora di più nel Friuli Occidentale [2]. Qui, nel 1981 Vincenzo Sarli fece nascere la Coop Service Noncello e la Cooperativa Il Seme per l’inserimento lavorativo degli utenti dei servizi socio-sanitari di Pordenone [3]. La prima, destinata a diventare una delle più grandi cooperative italiane, si attiverà per promuovere l’occupazione sul fronte dei servizi, la seconda sarà la prima cooperativa a dedicarsi all’agricoltura con finalità terapeutiche, ma anche di produzione del reddito [4]. Queste due esperienze con il loro successo hanno indirizzato uno sviluppo importante dell’agricoltura sociale in Friuli [5]. Non a caso proprio a Pordenone nel 1996 è nato uno dei primi orti sociali d’Italia con finalità terapeutiche: “Il giardino educativo delle sorprese” [6].
Queste forme sperimentali di uso delle pratiche agricole e del giardinaggio per il recupero di individui in difficoltà, si sono progressivamente evolute definendo una politica più complessa, «a costi più sostenibili rispetto ai classici modelli di welfare e con forti contenuti inclusivi anche in aree territoriali più svantaggiate, come quelle marginali e montane a rischio di spopolamento» [7]. In sostanza, dopo essere nato come un processo urbano legato alle iniziative di riorganizzazione della sanità mentale nei principali capoluoghi regionali, l’attivazione di iniziative di agricoltura sociale, anche al di fuori delle cooperative, ha permesso di fornire servizi di qualità anche nelle periferie territoriali e lì dove i disagi erano più sentiti.
In Friuli, le prime esperienze di agricoltura sociale diffusa e alternativa alle cooperative di ispirazione basagliana sono nate prima della legge n. 381 del 1991, in cui si prevedeva che le cooperative sociali potessero svolgere anche l’attività agricola. Questa maturazione, gestita dai servizi assistenziali delle provincie e dalle rispettive ASL, ha avuto esiti diversi a seguito della L. R. n. 25/2007 [8] e l’ambito del Friuli Occidentale è diventato un caso nazionale, con lo sviluppo in pochi anni di una complessa rete di aziende di agricoltura sociale riunite nel 2007 in un Forum [9].

Dalle fattorie sociali ai Distretti Rurali di Economia Solidale

All’inizio degli anni 2000 nell’Ambito Socioassistenziale 6.3, che corrisponde al settore meridionale della Provincia di Pordenone, si tentò la costruzione di un primo esperimento di Distretto Rurale di Economia Solidale (DRES) [10]. L’intenzione era quella di definire la dimensione del distretto sulla base dell’ambito socioassistenziale tentando, in seconda battuta, la costruzione di altri due DRES, uno nell’area montana e uno nel settore Est della provincia e dell’allora ASS n. 6 Friuli Occidentale. Il progettista Alberto Grizzo, funzionario dell’ente, voleva dimostrare «che il reale benessere di una collettività non può esimersi dall’immaginare un percorso in cui la valorizzazione delle risorse ambientali, territoriali, produttive si sostenga e, parallelamente, alimenti un processo di rigenerazione dei legami comunitari» [11]. Questa prima esperienza lo portò a costituire (2007) il Forum delle fattorie sociali per dar vita a un nuovo modello di welfare locale, integrando le politiche di sviluppo rurale con quelle socio-sanitarie e della ricerca [12]. Il compito di questa riconversione di aziende e cooperative agricole era ancora tutto nel solco della tradizione basagliana nel fornire prestazioni e servizi che affiancavano terapie mediche, psicologiche e riabilitative. Le fattorie sociali potevano essere costituite anche da cooperative sociali, come nel caso de “La volpe sotto i gelsi” di San Vito al Tagliamento, fondata dalle cooperative Il Piccolo Principe, Il Granello, Futura e Lilliput.
Il Forum che faceva capo alla Provincia di Pordenone si è di fatto disgregato con la cancellazione dell’ente e la costituzione di un Centro di documentazione e formazione sull’agricoltura sociale promosso dalla Azienda per l’Assistenza Sanitaria n. 5 di Pordenone, con sede proprio presso “La volpe sotto i gelsi” [13]. Per contro, è stato costituito un Forum regionale composto da cooperative, consorzi e aziende: 21 per l’udinese, 10 per il pordenonese, due per il goriziano e solo una per l’ambito triestino [14].
L’idea del progetto originario non è però morta ed è stata poi l’occasione per consolidare almeno uno dei Distretti di Economia Solidale del FVG, quello delle Dolomiti Friulane.

I distretti di Economia Solidale

Nel 2012, in pieno periodo di riscoperta delle proprietà collettive, la frazione di un piccolo comune della pianura udinese, San Marco di Mereto di Tomba, rivendicò l’uso comune e solidaristico di quanto rimaneva dell’originaria proprietà collettiva. Si trattava di cinque ettari di seminativo che fino a quel momento la parrocchia aveva affittato a contadini della zona. La comunità frazionale, invece, pensò di coltivarli in proprio con modalità biologiche. Con il primo prodotto la frazione organizzò una filiera corta del pane prevedendo di macinare il frumento in uno degli ultimi mulini in pietra della zona e la successiva panificazione presso un panificio locale che lavorava la farina ancora con modalità tradizionali [15].
Due anni dopo, lo sviluppo di questo progetto ha fatto sì che l’esperienza di San Marco uscisse dall’ambito delle iniziative legate alle proprietà collettive per esprimere una dimensione più complessa all’interno di un progetto multiattoriale e di filiera che, tra il 2014 e il 2015, ha coinvolto ben quattro comuni in “Pan e farine dal Friûl di mieç”: Mereto di Tomba, Flaibano, Sedegliano e Basiliano.
Queste amministrazioni hanno adottato un documento di intenti, il “Patto della farina”, un unico regolamento di polizia rurale e hanno nominato un’unica commissione agricoltura comune. Nel 2016, con il coinvolgimento di una quindicina di aziende agricole, si è arrivati a produrre le prime quantità di grano e a costituire, nel dicembre dello stesso anno, una cooperativa di comunità chiamata Società Cooperativa Agricola “D.E.S. Friûl di Mieç” che gestisce l’intera filiera, garantendo i rapporti anche con una ventina di panificatori locali e una quarantina di punti di vendita [16]. Nel 2018, al progetto si è aggiunta anche la realizzazione di un moderno mulino a pietra naturale a Galleriano di Lestizza.
Il “patto della farina” di Dolegna del Collio (GO) o del Friuli Orientale si è sviluppato parallelamente a quello del Medio Friuli su proposta dello storico Mulino Tuzzi di Dolegna, attraverso un processo assistito dal Forum dei beni comuni e da alcuni docenti dell’Università di Udine. Si caratterizza per essere maturato senza la promozione o la garanzia delle amministrazioni locali e per essere un accordo solidaristico assolutamente buttom up, oggi sottoscritto e praticato da circa duecento famiglie. In questo caso, l’esperienza sembra derivare più dai Gruppi di acquisto solidale che dalle iniziative di agricoltura sociale. Qui il consumatore ha un ruolo centrale nel controllo della filiera e del costo del pane attraverso l’attivazione di una assemblea che unisce i diversi attori.
Per individuare una strada da intraprendere nel definire la costruzione di questi due distretti solidali, sono stati determinanti i contributi forniti da alcuni docenti dell’Università di Udine e dai settori di volontariato che facevano capo al Forum dei beni comuni e dell’economia solidale del Friuli Venezia Giulia costituitosi nel 2012. Quattro anni dopo il Forum, per promuovere le proprie idee nella progettazione delle filiere solidali, ha dato vita a un’associazione: ProDES-FVG (Promozione delle Comunità distrettuali di economia solidale del Friuli Venezia Giulia).
Il Distretto di Economia Solidale è inteso «come un territorio in cui alla specializzazione produttiva si sostituisce la sperimentazione di nuove relazioni tra gli abitanti e tra questi e le risorse locali. (…) Centrali nell’idea di Des sono le filiere, che si pongono quali elementi di connessione tra gli abitanti nei loro ruoli di produttori, trasformatori, distributori e consumatori» [17].
Le filiere ad oggi progettate, e riconosciute dal Forum beni comuni ed economia solidale del Friuli Venezia Giulia, sono quattro [18]. Tra queste, solo una esperienza, quella del Consorzio delle Valli e delle Dolomiti Friulane, si muove seguendo un programma di multifiliera e agisce su un territorio vasto, che può essere considerato una sorta di bioregione. Le altre tre esperienze hanno una dimensione più piccola e legata alla costruzione di una sola filiera, in due casi la produzione del pane e nell’altro della carne biologica.
Il Consorzio, fondato da Alberto Grizzo che lo dirige, raccoglie ventuno aziende distribuite su quasi tutto il territorio montuoso del Friuli Occidentale e promuove attività di allevamento, produzione casearia, di carne biologica, di agricoltura alpina e persino attività di selvicoltura produttiva. Tra le finalità del consorzio c’è quella di utilizzare un esteso patrimonio di proprietà collettive che i comuni alpini non riescono più a gestire, per questo si è costruito un gregge che, sfruttando anche i pascoli abbandonati di Malga Rest (Tramonti di Sopra) e Malga Fara (Andreis), ha inaugurato le prime filiere della carne e dei latticini.
Rientra in questo ambito, anche l’esperienza del distretto solidale del Parco Rurale Alture di Polazzo a Fogliano sul Carso (GO), che da circa due decenni lavora per la conservazione del paesaggio della landa carsica attraverso pratiche di allevamento brado di tipo tradizionale. L’azienda agrituristica della famiglia Samsa produce carne biologica, ha la certificazione Ecolabel ed è anche un Centro di educazione ambientale e fattoria sociale [19].
Nello specifico, l’azienda ha costruito un progetto di filiera corta proponendo un patto tra fattoria e cittadinanza che si chiama “stretta di mano tra Allevatore e Consumatore”. In alcuni casi, il rapporto è mediato dai GAS (Gruppi di acquisto solidale) della zona del goriziano, ma per lo più la famiglia ha sviluppato una rete di vendita diffusa e capillare nel territorio con cittadini che raggiungono lo spaccio aziendale e un servizio di consegne a domicilio.
La “stretta di mano” coinvolge il consumatore nell’attività e nel rischio d’impresa. Chi aderisce acquista in proprio l’animale che ha 6-7 mesi di vita, lo fa gestire a pensione presso l’azienda agricola per 14-17 mesi, e poi riceve in cambio la carne macellata con un presunto risparmio del 20% sull’acquisto di un simile quantitativo di carne. Questo patto, che libera l’allevatore dalle anticipazioni che vengono garantite dal consumatore, è stato attivato solo per i bovini e non per le pecore.

La legge regionale

Il Forum per i beni comuni e l’economia solidale del Friuli Venezia Giulia ha cercato di porre al centro del dibattito regionale la costruzione di Comunità di economia solidale che esprimessero patti di filiera, oggi riconosciuti nella L. R. n. 4/2017 che ha per titolo Norme per la valorizzazione e promozione dell’economia solidale [20]. Perché possa nascere una filiera è indispensabile che si costituisca una comunità: «la Regione Friuli Venezia Giulia riconosce e sostiene l’economia solidale, quale modello socio-economico e culturale imperniato su comunità locali e improntato a principi di solidarietà, reciprocità, sostenibilità ambientale, coesione sociale, cura dei beni comuni e quale strumento fondamentale per affrontare le situazioni di crisi economica, occupazionale e ambientale» (art. 1). Gli organismi comunitari e di rappresentanza sono riconosciuti dall’ente alle due diverse scale: quella locale, con le Comunità dell’economia solidale definite come un «insieme di persone fisiche residenti in un determinato territorio che, nella rete dei reciproci legami sociali e delle attività volte a soddisfare il ben vivere dei suoi membri, perseguono attivamente l’attuazione dei principi della solidarietà, della reciprocità, del dono, del rispetto dell’ambiente»; e quella di rappresentanza regionale attraverso il Forum dell’economia solidale del Friuli Venezia Giulia. Sono invece definite imprese di economia solidale quelle aziende che producono beni e/o servizi con manodopera e materie prime locali, con una speciale attenzione agli impatti «riguardo alla dignità umana, alla solidarietà, all’ecosostenibilità, all’equità sociale e alla democrazia» (art. 3).
Elemento determinante per riconoscere le comunità di economia solidale è la costruzione di una o più filiere di economia solidale centrate su un “patto” tra produttori e consumatori. Le maglie della legge, da questo punto di vista, sono abbastanza ampie, per consentire forme diverse di sperimentazione così come i campi di applicazione, compresi «beni e servizi funzionali alla sua realizzazione, come ad esempio l’energia, la ricerca, le attività di promozione, le attività di manutenzione, i servizi finanziari e assicurativi».
Le filiere si definiscono, quindi, attraverso pratiche di autoproduzione e consumo oppure di produzione e scambio di vicinato, basati sui principi del volontariato, della solidarietà, del dono. Più concretamente promuovono «attività di produzione, trasformazione, vendita e consumo di beni e servizi, dove tutti i soggetti della filiera si accordano tra di loro attraverso specifici patti».

Altre forme di gestione del territorio:
l’esperienza delle proprietà collettive

Nell’ultimo decennio, in Friuli Venezia Giulia un importante movimento per la riscoperta e la valorizzazione degli usi civici e dei demani collettivi [21] ha più volte intercettato i temi del recupero produttivo dei territori marginali con finalità solidaristiche. Le esperienze di gestione del patrimonio pastorale e boschivo in Val Canale, oppure in Val Pesarina, nelle complesse aggregazioni di comunità della Carnia e del Carso, ha in molti casi condotto a esempi significativi che, per la brevità del saggio, non abbiamo la possibilità di raccontare [22]. A volte, le esperienze si incrociano, lo abbiamo visto a San Marco, ma anche nel caso del Consorzio delle valli e delle Dolomiti Friulane. Ci soffermeremo invece su un caso perilagunare, dove una comunità non solo ha rivendicato il patrimonio, ma ha anche avuto il coraggio di costruire una proposta di nuova economia di carattere solidaristico coerente con la legge regionale.
A Muzzana del Turgnano, nella bassa udinese, la volontà di riorganizzare il vasto patrimonio di terre frazionali ha portato l’amministrazione comunale a costituire un progetto simile a quello di San Marco (Pan e Farine di Muçane), ma su superfici ben superiori. Qui, gli usi civici hanno messo a disposizione 27 ettari di seminativo per produrre farina di frumento e farina di farro con modalità biologiche. La coltivazione e la produzione della farina è stata affidata a un consorzio di cooperative sociali (Il Mosaico), che nella coltivazione impiega personale che ha bisogno di un accompagnamento nel reinserimento sociale. Il progetto, elaborato tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, a differenza da quello di Dolegna proveniva dall’amministrazione e non dalla filiera di produzione e consumo. Va però notato come in questo caso proprietà collettive e spirito dell’agricoltura sociale di matrice basagliana finiscono per incontrarsi di nuovo.

Conclusioni

Come abbiamo cercato di dimostrare, gli spazi di invenzione di nuove attenzioni alla rigenerazione territoriale dei patrimoni comunitari sono stati recentemente attraversati da produttori, consumatori, ma anche da enti amministrativi di diversa natura. In Friuli Venezia Giulia, il particolare carattere solidaristico delle esperienze dei distretti solidali è cresciuto nel terreno fertile delle esperienze postbasagliane, ma questa linea rossa da sola non è una garanzia di successo.
Negli ultimi due anni, problemi di varia natura hanno rallentato il processo di sperimentazione tanto che non sono emerse nuove esperienze successive alla legge regionale. Per la stessa, i patti di filiera sono promossi dalle assemblee delle Comunità dell’economia solidale che hanno la scala del territorio interessato al processo di progettazione, cioè a quello delle Unioni Territoriali Intercomunali (UTI) recentemente soppresse (L. R. n. 21/2019). Questo, oggi comporta il fatto che non sa chi debba indire queste assemblee pubbliche, tant’è che dalla emanazione della legge ad oggi non ci risulta siano mai state convocate. La legge prevede anche la costituzione del Forum dell’economia solidale del Friuli Venezia Giulia, come rappresentanza delle diverse Comunità, che parteciperà con sei rappresentanti al Tavolo regionale permanente per l’economia solidale. Il “Portale web dell’economia solidale” dovrebbe divulgare il procedere del processo, ma né il Tavolo né il sito sono mai stati realizzati e il processo legislativo sembra paralizzato, da quando in regione è cambiata la maggioranza. Questa situazione di silente inapplicabilità della legge sembra aver inibito quella capacità creativa e di sperimentazione che per un lustro comunità e cittadini avevano acceso in regione.
Per recuperare quello spirito bisogna scendere nuovamente nella trincea della sperimentazione informale tentando la costruzione di nuove filiere solidali attivando comunità di progetto locale. Piattaforme non strutturate di dialogo e mutuo supporto al tema della trasformazione dei territori marginali. Piazze dove incontrarsi e prefigurare la costruzione di nuove comunità di economia solidale.


Moreno Baccichet, architetto, è dottore di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Come professore a contratto insegna Urbanistica presso le Università di Ferrara, Udine e IUAV Venezia. Le sue ricerche sono tese a definire l’evoluzione degli insediamenti storici in Veneto e Friuli e a proporre nuovi percorsi di pianificazione territoriale. Con Laboratorio di Paesaggi FVG interviene elaborando progetti di territorio e utilizzando pratiche partecipative.

(l’articolo è in corso di pubblicazione in un volume dello IUAV)


NOTE

[1] Vedi una ricerca estesa a una porzione significativa del territorio regionale in M. Baccichet (a cura di), Il cibo produce e trasforma i paesaggi. Letture del paesaggio agrario del Friuli Occidentale, Olmis, Osoppo, 2016.
[2] Sulla difficoltà di descrivere con precisione l’uso dell’agricoltura nelle pratiche di lavoro adottate da Basaglia vedi F. Di Iacovo, L’agricoltura sociale in Italia, in Agricoltura sociale: quando le campagne coltivano valori. Un manuale per conoscere e progettare, a cura di F. Di Iacovo, Franco Angeli, Milano, 2008, pp. 19, 105. Oggi però esistono alcune ipotesi di ricerca storica su quei fatti indagati con acribia da Gian Luigi Bettoli e contestualizzabili grazie al volume di Stoppa. G. L. Bettoli, Quando diventare lavoratore dipendente può essere rivoluzionario. La cooperazione sociale “basagliana” a Nordest, in “Nuova Rassegna di Studi Psichiatrici”, v.15, 10 novembre 2017, http://www.nuovarassegnastudipsichiatrici.it/index.php/numeri-precedenti/volume-15/lavoratore-dipendente-rivoluzionario-cooperazione-sociale-basagliana-nordest; Id., Basagliane. Prime ipotesi di ricerca su un approccio storico alla cooperazione sociale, in “Nuova Rassegna di Studi Psichiatrici”, v.17, 3 settembre 2018, http://www.nuovarassegnastudipsichiatrici.it/index.php/numeri-precedenti/volume-17/basagliane-prime-ipotesi-ricerca-approccio-storico-cooperazione-sociale; F. Stoppa (a cura di), La rivoluzione dentro. Per i quarant’anni della legge 180, Libreria al Segno Editrice, Pordenone, 2018.
[4] Anche la Noncello da alcuni anni sta gestendo una serra di floricoltura al dettaglio e un orto sociale a Cordenons.
[5] M. Baccichet, Agricoltura urbana e giardini condivisi in riva al Noncello, Olmis, Osoppo, 2017.
[6] A. Grizzo, Il Giardino Educativo delle Sorprese a Pordenone, in Paesaggi terapeutici: come conservare la diversità per il “Ben Essere” dell’uomo, a cura di Ghersi A., Alinea, Firenze, 2007.
[7] M. Caggiano, Welfare community e sviluppo rigenerativo nelle aree rurali: l’esperienza dei Distretti Rurali di Economia Solidale di Pordenone, in Agricoltura sociale e civica, a cura di F. Giarè, INEA, Roma, 2014, pp. 25-46.
[8] Il riconoscimento delle fattorie sociali integrava la legge che istituiva le fattorie didattiche: L. R. n. 18/2004.
[9] M. Baccichet, Agricoltura urbana…, cit.
[10] La sperimentazione della Provincia si inquadrava nel Piano Triennale della disabilità L. R. (n. 41/96).
[11] A. Grizzo, Distretto rurale di economia solidale come nuova prospettiva di welfare locale, in L’agricoltura sociale come opportunità di sviluppo rurale sostenibile: prospettive di applicazione nel campo della salute mentale, a cura di Cirulli F., Berry A., Borgi M., Francia N., Alleva E., Istituto Superiore di Sanità, Roma, 2011, pp. 31-33.
[12] I risultati di questo progetto sono stati studiati intervistando tra il 2013-14 trenta aziende e cooperative aderenti al Forum. Vedi I. Bassi, F. Nassivera, L. Piani, Social farming: a proposal to explore the effects of structural and relational variables on social farm results, in “Agricultural and Food Economics”, V. 4, N. 13, 2016, pp. 1-13; Id., Market opportunities for social farms, in “Rivista di Economia Agraria”, A. LXXI, n. 2, 2016, pp. 97-110. Un altro saggio ha rilevato il carattere dell’utenza: Id., Consumer attitudes towards social farm foods, in “Rivista di Economia Agraria”, a. LXXI, n. 1, 2016, pp. 338-346.
[13] Il Piano Locale per l’agricoltura sociale elaborato dalla Direzione dei Servizi Sociosanitari dell’Azienda per l’Assistenza Sanitaria n. 5 Friuli Occidentale prevedeva quattro zone di interesse con diverse finalità e progetti.
[14] Il Forum del pordenonese nel 2008 era costituito da otto cooperative sociali di tipo A e B e da undici aziende agricole. Nel maggio del 2012 comprendeva ben trentasette soci: M. Caggiano, Welfare community…, cit.
[15] M. Carzedda, L’innovazione sociale e la seconda rivoluzione verde, in Modelli ed esperienze di innovazione sociale in Italia. Secondo rapporto sull’innovazione sociale, a cura di Caroli M. G., Franco Angeli, Milano, 2015, pp. 224-228.
[16] M. Moretuzzo, D.E.S. FRIÛL DI MIEÇ. società cooperativa agricola di comunità, in Storie dal territorio, a cura di Di Simine D. e Zamprogno L., Legambiente Lombardia Onlus, Milano, 2018, pp. 30-31.
[17] L. Piani, N. Carestiato, Peressini D., Dalla farina alla comunità. Una filiera di economia solidale nel Medio Friuli, Forum, Udine, 2019.
[18] Una critica al percorso partecipativo del Forum è presente in https://participedia.net/case/5204.
[19] L’ambiente delle praterie è l’elemento di interesse collettivo per una esperienza di agricoltura che si concentra tutta all’interno del SIC del Carso e che dichiara di essere molto più redditiva di una esperienza di agricoltura normale nonostante i vincoli ambientali. G. Parente, S. Bovolenta, The role of grassland in rural tourism and recreation in Europe, Grassland – a European Resource?, a cura di Goliński P., Warda M., Stypiński P., Oficyna Wydawnicza Garmond, Poznań, 2012, pp. 733-743.
[20] Costituitosi a seguito del movimento che aveva espresso il suo impegno rispetto al referendum sull’acqua, il Forum si era proposto fin dall’inizio l’intento di giungere anche in FVG all’approvazione di una legge di carattere simile alla L. P. n.13/2010 del Trentino.
[21] Un impulso importante a questo processo è stato garantito dal riconoscimento delle comunioni famigliari come persone giuridiche garantito dalla L. n. 97 del 1994 e dalla L. R. n. 3 del 1996. L’importanza di questo patrimonio in Friuli è stata segnalata da Mocarelli. L. Mocarelli L., Usi civici e spazi collettivi in Italia settentrionale dall’età moderna a oggi, “Glocale”, n. 9-10, 2015, pp. 55-79.
[22] È molto interessante il fatto che negli ultimi anni stanno nascendo studi specifici di tipo storico, che in molti casi supportano le richieste delle comunità locali: M. Pitteri, I beni comunali promiscui del basso Friuli a metà del Settecento, in “Acta Histriae”, a. 22, n.4, 2014, pp. 875-886; S. Barbacetto, “Tanto del ricco quanto del povero”. Proprietà collettive ed usi civici in Carnia tra Antico Regime ed età contemporanea, Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, Cercivento, 2000; Id., Le terre collettive in comune di Paluzza tra passato e presente, in “Tischlbongara Piachlan quaderni di cultura timavese”, n. 4, 2000, pp. 16-42.


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