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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2005
 
Inaccettabile la nuova legge regionale
MARANO DIFENDERà I SUOI DIRITTI
La posizione della Comunità di Marano

La Comunità di Marano è la comunione familiare di diritto privato senza fini di lucro tra i discendenti ed eredi degli antichi titolari della Laguna omonima.

I suoi beni sono pervenuti in base ad atto del Doge di Venezia Tommaso Mocenigo del 18 luglio 1420, che ha confermato i diritti risalenti al tempo del Patriarcato di Aquileia; detto atto è stato riconosciuto valido ed efficace dalla sentenza del Magistrato delle Rason Vecchie del 14 ottobre 1452; i medesimi diritti sono stati riconfermati nella Ordinanza 6 aprile 1811 N.2178 del Direttore generale dell’Amministrazione dei Comuni sotto il primo Regno d’Italia e nella decisione della I.R. Camera Aulica di Vienna del 13 dicembre 1830, giusta nota di data Vienna, 24 luglio 1831, e la loro titolarità è stata fatta salva con le norme del Trattato di Pace tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Austria, sottoscritto a Vienna il 3 ottobre 1866, ratificato con R. D. N. 3253 del 14 ottobre 1866 in G. U. del Regno del 15 ottobre 1866, come definito nell'art. 1 dell'Atto di confinazione sottoscritto a Venezia il 22 dicembre 1867 e ratificato con R. D. N. 4444 del 24 maggio 1868 in G. U. del Regno. I beni oggetto della comunione privata sono stati censiti nell'impianto del catasto di Marano (c. d. “Catasto Napoleonico” 11 maggio – 16 maggio e 30 novembre 1811) -Sommarione n° 1867 al nome della Comunità di Marano, superfici totali pertiche censuarie 87.085,85, pari ad ettari 8.708,85. Inoltre i nostri diritti sono stati riconfermati con: Ducale 10 luglio 1549; Ducali 9 giugno 1561 e 29 aprile 1562; Ducale 15 ottobre 1627; sentenze 10 maggio 1666 e 9 luglio 1687 del consiglio dei quaranta ai criminali; Proclami 24 giugno 1711 e 23 giugno 1721,1726 e 22 aprile 1775; Ducali 27 marzo 1739 e 18 settembre 1745; Investitura 7 maggio 1642 colla quale fu concessa alla Comunità di Marano la pesca nel fiume Stella, ed un’altra di rinnovazione 11 febbraio 1775; Ducale 27 settembre 1721; Contratto di Affrancazione 3 maggio 1867; ed altri. E’ questo il nostro “diritto positivo” che sottoponiamo a confronto con quello, per noi inesistente, tanto vantato dalla maggioranza regionale, in quanto non documentato, visto che nella stessa legge da loro approvata è citato: “nelle more della consegna da parte dello Stato dei beni”… Una legge proposta il 18 novembre ed approvata il 28 novembre, validata in soli 10 giorni, per motivazioni d’urgenza, per noi inconsistenti, poiché probabilmente efficace solo dalla prossima primavera, per l’assenza del trasferimento dei beni e del regolamento ancora da approvare. Una legge proposta da 5 consiglieri regionali che non ci risulta essere mai venuti a Marano a prendere conoscenza del territorio e delle sue problematiche, che hanno ritenuto non opportuno approfondire con i diretti interessati la questione, procedendo con semplificazioni e scorciatoie. Una legge approvata da una maggioranza consiliare che ha ritenuto non opportuno rinviare la votazione, come da noi richiesto, per approfondire ulteriormente la materia ed evitare uno scontro spiacevole. Abbiamo assistito a quanto sui nostri Consorti pescatori in questi giorni è stato detto e scritto, oltre che deciso, su come dobbiamo essere, su cosa dobbiamo fare o non fare. Ci hanno fatto sentire ospiti a casa nostra, in un’ottica di interesse pubblico distorta. Il nostro comportamento è sempre stato, sinora, orientato dalla ricerca del dialogo, ancorché acceso, e del buon senso, per evitare il più possibile conflitti su una materia così delicata e complessa, in un’ottica del rispetto dei diritti e della democrazia. Gli ultimi eventi ci costringono a perseguire un’ altra strada: quella legale. Sui nostri pescatori è stata presa una decisione che consideriamo grave. Grave nel merito e grave nel metodo. La nostra Laguna è da sempre la fonte di sostentamento di questa gente che ha scelto la professione di pescatore, tramandata da padre a figlio in un territorio caparbiamente tenuto stretto e salvaguardato anche nei periodi di miseria dalle usurpazioni e dalle intentate bonifiche, consegnandolo così com’è a noi oggi. Siamo consapevoli di essere nelle mire dei potentati politici ed economici, e dei loro interessi. Quello che ci è stato riconosciuto dai Patriarchi di Aquileia, dalla Repubblica di Venezia, dal 1° Regno d’Italia, dall’Impero Austro-Ungarico, dal Regno d’Italia, ora non viene più riconosciuto dalla Regione Friuli-Venezia Giulia. Ribadiamo ancora una volta che non comprendiamo queste decisioni che mancano di una approfondita analisi circa le ripercussioni economiche e sociali che la legge può provocare, adottate nel disinteresse dei pescatori e della gente di Marano che erano contrari al provvedimento, calate dall’alto senza alcun rispetto per chi lavora e per i loro legittimi diritti. Siamo consapevoli che la strada del dialogo e della politica oramai ci è stata preclusa. Ora non ci resta che quella legale del diritto nazionale ed internazionale, ai quali ci appelleremo, confidando che il nostro sia ancora uno Stato di diritto. Per quel che attiene alla politica, ce ne preoccuperemo nelle prossime tornate elettorali.