Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Març dal 2019
 

Aldevis Tibaldi del “Comitato per la Vita del Friuli Rurale”
La denuncia del “Comitato per la Vita del Friuli Rurale”
COMPLOTTO IN LAGUNA
«Una fogna dove confluiscono i più sordidi interessi e i progetti più inquietanti»

[Aldevis Tibaldi]
Nel Comunicato 706 del 10 marzo, Aldevis Tibaldi del “Comitato per la Vita del Friuli Rurale” alza il velo sugli scandali che da decenni stanno sconvolgendo la vita sociale, economica e politica di Marano Lagunare.
La laguna di Marano – scrive Tibaldi – «da alcuni decenni è diventata una fogna dove confluiscono i più sordidi interessi, i progetti più inquietanti, ma anche la manifesta inettitudine».


Mali corvi, malum ovum

Se costruite una casa e scoprite che il progetto è sbagliato e che i costi salgono alle stelle, non vi resta altro da fare che cacciare il responsabile e citarlo per danni. Ebbene, nella Regione dei balocchi succede di peggio, ma nessuno se ne cura... e io pago...
Fra le tante storie poco edificanti di questa povera Regione ce n’è una che tradisce l’esistenza di un vero e proprio complotto dove imperizia e malafede si traducono in un colossale danno per il diritto, l’ambiente e il pubblico erario. La laguna di Marano, che l’ipocrisia degli ambientalisti di regime e dei “tengo famiglia” usa per i loro cerimoniali ingannevoli, da alcuni decenni è diventata una fogna dove confluiscono i più sordidi interessi, i progetti più inquietanti, ma anche la manifesta inettitudine. Come abbiamo illustrato più e più volte, quella che nei millenni è stata la principale fonte di vita di una Comunità marinara e insieme la palestra della solidarietà e delle virtù civiche dei Maranesi, da alcuni anni, è preda di veri e propri malfattori che fondano i loro traffici sul tracollo ambientale.
Il primo e violento attentato alla Laguna è arrivato dalle industrie dell’entroterra che hanno cominciato a veicolare i loro veleni attraverso i corsi d’acqua superficiali nel complice silenzio di chi avrebbe dovuto controllare. Emblematico quello della Caffaro, che ha disperso tonnellate di mercurio, con la conseguenza di una mite condanna del vertice aziendale e di una contaminazione che nessuno ha voluto rimuovere.
Non meno seria e incontrollata è stata la contaminazione dovuta alle industrie dell’Aussa Corno che, sotto la regia di un consorzio imbelle e capace di dilapidare le risorse pubbliche, ha saputo usare il porto canale del fiume Corno alla stregua di una fogna a celo aperto capace di sversare nella laguna ogni sorta di veleni. Di pari passo all’interno della laguna erano proseguiti i dragaggi e le usurpazioni dei diritti civici, tant’è che, incuranti della presenza dei fanghi contaminati, il danno si propagava a dismisura nella più sconcertante mancanza di remore e controlli. Per contro, le misure repressive furono destinate ai pescatori maranesi intenti nelle tradizionali pratiche di pesca.
A nulla erano valse le prescrizioni e le profetiche considerazioni emesse dal Ministero dell’ambiente nell’aprile del 1996 in occasione della presentazione del Piano regolatore di Porto Nogaro. Anziché mitigare l’inquinamento, la percezione della aggressione ambientale finì per essere gonfiata ad arte al solo scopo di estendere oltre misura i confini delle aree considerate inquinate e quindi di lucrare su di esse tramite una accorta strategia, collaudate complicità locali e ministeriali, ma anche grazie alla italica tradizione di farla franca con la decorrenza dei termini o con le facili amnesie. Senza l’avvallo di un’indagine di natura tecnica basata su specifiche indagini il 25 ottobre 1999 con un decreto ministeriale fu dunque istituito il Sito Nazionale Inquinato (SIN). Per avere le mani libere fu designato un commissario straordinario e intanto il SIN, perimetrato a priori, ricomprese 3.000 ettari in terraferma e 1.600 ettari di laguna. Il tutto con il pretesto dell’avvenuto sversamento di metilmercurio dallo stabilimento industriale della Caffaro. Mentre i Maranesi nella loro qualità di proprietari della laguna furono esclusi da ogni decisione, la creazione del SIN determinò scelte e spese aberranti, nonché la corsa ai dragaggi e la creazione di una enorme e mostruosa cassa di colmata, realizzata in faccia alla città di Marano e riempita di fanghi velenosi.
Ci inzupparono il biscotto in molti e fra questi gli amministratori locali assurti a funzioni assolutamente incongrue rispetto alle loro misere competenze: servi sciocchi di una regia malavitosa che puntava sulla moltiplicazione delle spese.
Travolto dallo scandalo e dalle spese, il commissariamento del SIN lagunare ebbe i giorni contati, tant’è che il 21 giugno 2012 con la stessa disinvoltura e mancanza di dati oggettivi con i quali era stato partorito, il SIN finirà cancellato e ridotto a poca cosa.
Troppi erano e rimangono gli interessi che si erano appuntati sulla laguna di Marano e sui diritti dei Maranesi che l’hanno posseduta da epoca immemorabile: erano in gioco le concessioni, le lucrose marine, i relativi incessanti dragaggi e tutto il traffico clientelare che ne derivava. Per fare bottino della laguna la Regione aveva finito per compiere un atto delittuoso con la evidente collaborazione dell’Agenzia del Demanio e la altrettanto evidente desistenza del sindaco di Marano che si guardò bene dal mettere in atto tutte le necessarie autotutele. Il primo febbraio del 2007 il direttore dell’Agenzia del Demanio aveva consegnato alla Regione Fvg la proprietà dell’intera laguna con il presupposto che appartenesse al Demanio Statale, quando era del tutto evidente che si trattava di un demanio collettivo, quindi inalienabile, indivisibile e inusucapibile. Per averne contezza sarebbe stato sufficiente consultare il Sistema Informatizzato Demaniale ma si guardarono bene dal farlo. Inutile dire, la magistratura locale tacque e il Commissario agli Usi Civici che aveva il dovere di impulso lasciò fare... E mentre le spoglie del Consorzio Industriale dell’Aussa Corno imputridivano grazie ad una sequela di Consigli di Amministrazione formati da Amministratori pubblici inetti e a spese inusitate, nel 2012, le sponde della laguna ospitarono una enorme discarica dei materiali di scavo provenienti da Trieste, tanto da rimanervi sino ai giorni nostri, grazie alla complice inerzia di tutte le funzioni preposte al controllo del territorio e nonostante le nostre denunce.
Ma a segnare una data storica per il Porto Canale del Corno ci volle il primo aprile 2015 quando in una trionfale cerimonia inaugurale la Serracchiani potè annunciare «Dopo 19 anni dall’ultimo intervento di dragaggio, restituiamo una prospettiva di sviluppo a Porto Nogaro e all’intero sistema della portualità regionale». Con il faraonico buffet, si era coperto di gloria il nuovo direttore regionale delle infrastrutture, già distintosi per aver favorito le cementificazioni di Grado 3 tanto care a Zamparini. Impresa memorabile la sua, per lo zelo dimostrato nell’illecito
avvio di quei lavori che il parere avverso della Soprintendenza aveva negato e sottoposto al preventivo arbitrato del Consiglio dei Ministri. Quando Magda Uliana, forte della sua esperienza nell’ingegneria civile maturata in una laurea in giurisprudenza e in una serie di commissioni sanitarie, annunciò che i lavori del Porto Canale sarebbero stati ultimati entro e non oltre il 27 marzo 2016, poco mancò che il sindaco di San Giorgio non si mettesse a piangere dalla commozione. D’altro canto era bastato il subentro di una impresa amica per portare l’importo dei lavori alla bellezza di 13,550 milioni di euro. Un gioco da ragazzi, perché a far lievitare i costi bastò introdurre la costruzione di paratie laterali formate dai tronchi di cinquanta mila alberi destinati a putrefarsi nel tempo. Una foresta intera sacrificata in nome dell’ecologia e con il pretesto di riversare i fanghi di dragaggio ai bordi del canale, in mezzo alla laguna o in mare aperto: una furbata che non teneva conto dei fanghi velenosi movimentati dalle draghe e senza il benché minimo modello idraulico necessario a stimare le ripercussioni sul contesto lagunare e sull’ingresso del cuneo salino nella terraferma. Il progetto di quella bischerata era stato a dato al direttore del Consorzio di Bonifica, perché da che mondo è mondo a progettare i porti ci vogliono gli esperti in agricoltura e a dirigerli basta un laureato in giurisprudenza alle prime armi, ma con le spalle ben coperte. Fu così che con buona pace dell’Arpa, dalle carte sparirono i fanghi contaminati e con essi ogni remora.
A completare il quadro arrivò l’inevitabile fallimento del Consorzio dell’Aussa Corno, ma nonostante il danno erariale accumulato in decenni di “mala gestio” i colpevoli la faranno franca grazie alla solita decorrenza dei termini. Anzi, non paghi dello scampato pericolo, affideranno le loro doglianze alla “tengo famiglia” che li ha tenuti a balia in tutti quei nefasti anni. Intanto gli abusi in laguna si sprecano: nonostante la tutela ambientale imposta dalla Comunità Europea, le praterie a fanerogame che presidiano la sopravvivenza della fauna ittica e stabilizzano i fondali vengono volutamente ignorate dalla Regione per essere offerte alle concessioni dei vongolari e quindi distrutte nel più plateale dei reati ambientali. I titolari delle concessioni fanno il bello e il cattivo tempo sotto la copertura della Regione e di chissà chi altri: si draga a più non posso nell’interesse del partito delle marine, senza che il Comune di Marano possa fare alcunché per impedire lo scempio ambientale e che la merda dei villeggianti di Lignano venga sparsa in laguna per insaporire le vongole “veraci” con la deliziosa salmonella. Il Commissario agli Usi Civici, il NOE, la Forestale, l’ANAC di Cantoni e l’Arpa sembrano evaporati. Le denunce scivolano via che è un piacere, i “tengo famiglia” reggono il sacco ai reati e tutto fa supporre che anche i “fracabotoni” della politica siano al servizio di una cupola ben consapevole del suo predominio.
E il nostro Porto Canale? Sono trascorsi tre anni dalla data della consegna dei lavori e a riprova di un progetto fallimentare, se non costruito ad arte per esserlo, siamo arrivati alla sesta perizia di variante e ad un nuovo progetto per i lavori complementari. Eppure siamo punto a capo: i fondali si riempiono, le navi si incagliano, la Capitaneria di Porto giustamente si incazza, cosicché la Magda Uliana, novella Sisifo, può varare l’ennesima perizia di variante senza che nessuno paghi il fio dei danni ambientali ed erariali. Poco male perché a darle una mano è arrivato l’ex sindaco di Marano, assurto ad assessore regionale senza essere stato eletto e con la competenza e le responsabilità pregresse che si possono solo immaginare.

www.facebook.com/comitato.friulirurale