Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Novembar dal 2018
 

La “Riunione scientifica” del 2017
Studiosi, ricercatori accademici e amministratori degli enti di gestione dei Domini collettivi a Trento
ASSETTI FONDIARI COLLETTIVI: UNA PANORAMICA EUROPEA
Il 15 e 16 novembre, si celebra la XXIV “Riunione scientifica” promossa dal Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive

“La nuova stagione degli Assetti fondiari collettivi nella condizione neo-moderna. Una panoramica europea su «Un altro modo di possedere»”: sarà questo il tema della XXIV “Riunione scientifica”, promossa dal Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento.
Si svolgerà giovedì 15 e venerdì 16 novembre, nella sala conferenze del Dipartimento di Economia e Management, in via Rosmini 44, nel capoluogo trentino (www.usicivici.unitn.it/convegni/24rs/home.html).
I lavori saranno incentrati su 7 relazioni, che affronteranno le seguenti questioni: “Les biens communs: faire ensemble plutôt que posséder seul”; “Beni comuni e diritti d’uso nelle terre ticinesi: traiettorie storiche, tra conflitti e pratiche di regolazione”; “Pluralismo legale e sostenibilità. Il caso dei beni comuni della Gran Bretagna”; “Montagne contese, montagne condivise nella montagna basca: tra comunales e Monti di utilità pubblica”; “Agrargemeinschaften in Kärnten / Associazioni agrarie in Carinzia - Dalle difficoltà dopo la prima guerra mondiale alla legislazione vigente”; “Understanding Norwegian Commons”; e “I beni collettivi e gli usi civici nella montagna italiana di fronte alle trasformazioni economiche e sociali del ‘900: una risorsa o un relitto del passato?”.
Il tema generale della “Riunione scientifica” è così presentato dal sito del Centro studi trentino presieduto dal professor Pietro Nervi.


Con continuità, il Centro studi ha fatto riferimento all’esperienza degli enti di proprietà collettiva e di essi sempre ha messo nella dovuta evidenza la “costante resistenziale” a fronte dei ripetuti tentativi orientati alla loro estinzione. Sarebbe, infatti, troppo lungo ricordare le lotte che le organizzazioni famigliari montane del Nord Italia hanno condotto sul piano giudiziario e politico per difendersi dalle legge 1766 del 1927 e per porsi fuori dalla sua applicazione.
A questo proposito ricordiamo che, sul piano giudiziario, è impossibile citare gli innumerevoli ricorsi sia a tutela del patrimonio collettivo sia a tutela della soggettività dell’ente; sul piano politico, invece, pare sufficiente citare le date ed i provvedimenti in cui tali sforzi hanno raggiunto il successo: 1948, con il d.lgs 1104 sulle Regole del Cadore (detto anche Decreto Segni); 1952, con la legge 991 sulla montagna; 1957, con la legge 278; 1994, con la legge 97.
Si deve quindi riconoscere che, forti del pregiudizio ideologico contro la proprietà collettiva e dell’opinione secondo cui la proprietà collettiva è fonte di inefficienza, i fautori delle tesi liquidatorie che trovavano fondamento sulla concezione di uguaglianza/uniformità/centralità non sono stati capaci di conoscere e di comprendere le diversità contenute nel sintagma “usi civici” posto nel titolo della legge 1766/1927, né di cogliere appieno il potenziale delle “utilità” che i demani collettivi sono in grado di erogare. Parimenti, non sono stati capaci di intercettare i mutamenti culturali, gli squilibri sociali, territoriali ed economici che hanno coinvolto gli assetti fondiari collettivi, sia con riguardo alle collettività insediate in un determinato territorio sia con riguardo ai rispettivi demani collettivi.
Eppure, già nel 1929, A. Serpieri nella sua “Guida a ricerche di Economia agraria” presenta le comunità montane come «un ordinamento assai frequente nella montagna italiana, specialmente nelle Alpi e nell’Appennino settentrionale e centrale». È del 1977 la pubblicazione del noto contributo di Paolo Grossi “Un altro modo di possedere”, dal quale si evince la caratteristica degli assetti fondiari collettivi quali artefici nel lungo periodo ambientale di una ecologia integrale e di una economia antropologica. Ed è del 1985 la promulgazione della Legge 431 (c. d. Legge Galasso) che ha fatto emergere sul piano operativo il sistema storico dei beni di uso civico e che tutela questi beni come beni di interesse paesaggistico ed ambientale, da cui discende l’interesse della comunità generale alla conservazione degli usi civici nella misura in cui questa contribuisce alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio.
Fedele al suo statuto, il Centro studi, già con l’organizzazione della X Riunione scientifica (2004) ha voluto richiamare l’attenzione degli amministratori e degli studiosi sulla situazione dei domini collettivi nelle diverse realtà del nostro Paese, quale risultante di necessità e di opportunismo, di legalità e di abusivismo, di rassegnazione e di arroganza, di dinamiche di lunga o di breve durata, di protezionismo nostalgico e di sfruttamento predatorio delle risorse e come forma distintiva dell’innovazione che investe lo spazio rurale e che ha un impatto, diretto o indiretto, sulle terre di collettivo godimento, talvolta di non immediata percezione e di non facile valutazione. Ed alla trattazione scientifica dell’incontro aveva posto un titolo provocatorio – “Decolonizzare la proprietà collettiva” – al fine di sollecitare interventi su alcuni concetti – autonomia locale, pianificazione centrale, sviluppo sostenibile e durevole, sussidiarietà – essenziali ad individuare ruoli nuovi per i domini collettivi, facendosi carico ad un tempo di una sfida e di una speranza.
Dobbiamo ora riconoscere che la legge n. 168 del 20 novembre 2017, approvata con votazione unanime sia dall’assemblea del Senato della Repubblica, sia da quella della Camera dei deputati, colloca definitivamente i domini collettivi in una situazione politico-giuridica diversa da quella del 1927. Li colloca, infatti, nella condizione della «nuova modernità» (R. Mordacci, 2017), dal momento in cui, a parere di molti osservatori, il legislatore ha accolto, in materia, la nuova concezione di uguaglianza/autonomia, che essenzialmente significa autonomia nelle scelte e nella presa delle decisioni. Il che impone di ripensare i principi per una strategia sostenibile, ambientale ed economica, in un sistema economia/ambiente in continua evoluzione, e che, peraltro, rimanda alla diversità dei contesti ecologici e culturali.
Infatti, perché sia sostenibile ed anche durevole in un territorio ad uso estensivo, di cui il demanio collettivo interessa una quota ragguardevole, il processo di sviluppo deve essere radicato nell’economia delle collettività insediate nel territorio. Per questo, «i livelli di governo elettivo devono esercitare la loro azione per ispirare, dare potere, guidare, facilitare, incoraggiare, assistere, appoggiare; (ma) essi non dovrebbero dirigere, comandare, amministrare o realizzare progetti, se non al fine di appoggiare lo sforzo generale, e perciò al di là della capacità locale» (J. Friedmann, 1979).
Con il riconoscimento dei domini collettivi, la legge 168/2017 favorisce, quindi, la ricerca che mira a rintracciare nelle collettività titolari del possesso fondiario collettivo il centro di iniziativa e di attività che fonda l’esperienza plurisecolare in termini sia di conoscenza della collettività stessa e del patrimonio collettivo, che di azione per la regolazione dell’utilizzazione della capacità produttiva del demanio collettivo, per un verso, a supporto delle famiglie ed imprese della stessa collettività e, per un altro verso, al duplice fine di minimizzare l’eccesso di domanda di risorse naturali ed ambientali e di conservare al meglio la perennazione del potenziale di produzione presente nel demanio collettivo.
Nel rispetto di quanto detto in precedenza, il Centro studi auspica che la trattazione del tema generale possa essere supportata con apposite ricerche su aspetti particolari che investono la specificità della gestione degli assetti fondiari collettivi condotte da ricercatori, amministratori, cultori della materia operanti nelle sedi accademiche o presso gli enti collettivi e con interventi programmati su argomenti di rilevante interesse culturale ed operativo.
Dalle esperienze di gestione patrimoniale messe in atto sia da parte delle amministrazioni elette dalla collettività si deve convenire che la gestione degli assetti fondiari collettivi è molto complessa in ragione dei molteplici profili che coinvolge sia nelle attività di tutela e di organizzazione che in quelle di valorizzazione delle utilità messe a disposizione della collettività locale e dell’intera società.
La riunione vuole essere, quindi, un’ulteriore occasione di dibattito per riflettere su alcuni profili degli assetti fondiari collettivi che attualmente rivestono maggiore importanza per la stessa sopravvivenza delle istituzioni rappresentative della proprietà collettiva nel nostro Paese.
Durante i lavori della XXIV Riunione è previsto un periodo di tempo per l’esposizione di contributi individuali, ammessi alla discussione dal Comitato scientifico. Con questa iniziativa, il Centro intende dare modo a tutti gli studiosi, e in particolare ai giovani studiosi, interessati al tema generale di presentare e discutere proprie ricerche sul tema proposto alla discussione nella XXIV Riunione scientifica.