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"La Vicìnia"
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La fotografa e attivista Claudia Andujar con lo sciamano yanomami Davi Kopenawa, noto come il “Dalai Lama della foresta” (2010 © Fiona Watson/Survival)

La mappa del “Parco Yanomami” in Brasile. Ancor oggi è l’area di foresta pluviale sotto controllo indigeno più grande al mondo (© ISA Instituto Socioambiental)
“Survival International” annuncia l’importante riconoscimento
IL “PREMIO GOETHE” IN DIFESA DEGLI YANOMAMI
Lo ha ricevuto Claudia Andujar, sfuggita da bambina alla persecuzione nazista

[Survival International]
La fotografa Claudia Andujar, sfuggita da bambina alla persecuzione nazista e divenuta poi promotrice della campagna per salvare una tribù amazzonica, il 28 agosto, ha ricevuto il “Premio Goethe”, la massima onorificenza culturale in Germania.
Grazie alla sua opera, è stata istituita, in Brasile, la più grande area di foresta tropicale al mondo sotto controllo indigeno.


Claudia Andujar ha ricevuto il prestigioso premio nel corso di una cerimonia a Weimar, il 28 agosto. Tra i precedenti vincitori: il musicista Daniel Barenboim, lo scrittore John le Carré, e l’architetto Daniel Libeskind.
È è stata premiata per il suo straordinario lavoro con gli Yanomami, che ha contribuito alla creazione della più grande area di foresta tropicale al mondo sotto controllo indigeno. La campagna è stata portata all’attenzione internazionale da “Survival International”. Secondo i ricercatori, gli Yanomami non sarebbero sopravvissuti senza l’attivismo di Andujar.
Stephen Corry, direttore generale del movimento mondiale per i popoli indigeni “Survival International” (www.survival.it/notizie), ha presentato la fotografa alla cerimonia di consegna del premio, riconoscendole un ruolo essenziale nella sopravvivenza del popolo yanomami. Alla cerimonia ha partecipato anche l’illustre sciamano yanomami Davi Kopenawa, noto come il “Dalai Lama della foresta”. Davi è atteso in Italia la prima settimana di settembre per presentare l’edizione italiana del suo libro “La caduta del cielo”.
Claudia Andujar si è recata per la prima volta nel territorio yanomami negli anni ’70 come fotografa, ritornandovi molte volte per visitare la tribù e vivere con lei. Ha visto i bulldozer radere al suolo i villaggi yanomani, per costruire l’autostrada transcontinentale, e ondate di malattie importate prima dagli operai e poi dai cercatori d’oro illegali decimare la popolazione della tribù.
«Nei campi di concentramento i prigionieri erano marchiati con numeri tatuati sulle braccia. Per me erano segni di una condanna a morte – ha raccontato Andujar al “Goethe Institute –. Quello che ho cercato di fare in seguito con gli Yanomami è lasciare un segno nella loro vita, per la loro sopravvivenza».
Claudia Andujar è nata a Neuchâtel, in Svizzera, ed è cresciuta a Nagyvárad (attuale Oradea), al confine tra Romania e Ungheria, negli anni ’30. La sua città fu occupata dai nazisti e il padre ebreo morì in un campo di concentramento. Claudia e sua madre fuggirono dapprima in Austria, poi in Svizzera e infine negli Usa, dove iniziò gli studi umanistici all’Hunter College di New York. Trasferitasi in Brasile, nel 1956, vi iniziò la sua carriera di fotografa. Nel 1971 fotografò il popolo yanomami per un articolo sulla rivista “Realidade”.
Nel 1978 fu tra i fondatori (e per molti anni direttrice) della Commissione Pro Yanomami (“Ccpy”), organizzazione per la difesa dei diritti degli Yanomami.
Le sue straordinarie immagini in bianco e nero della tribù sono conosciute in tutto il mondo e sono state essenziali nella campagna che ha portato alla creazione del “Parco Yanomami”, in cui Andujar ha avuto un ruolo fondamentale.
Nella riserva yanomami del Brasile settentrionale vivono oltre 22 mila indigeni. La popolazione totale yanomami, compresi coloro che vivono in Venezuela, è di circa 35 mila persone. Vivono in grandi case comunitarie chiamate “yano” o “shabono”, credono fortemente nell’uguaglianza tra le persone e non riconoscono “capi”. Lo stile di vita degli Yanomami è comunitario. Nessun cacciatore mangia mai la carne dell’animale che ha ucciso, ma la cede ad amici e familiari. In cambio, riceverà la carne da un altro cacciatore. Gli Yanomami hanno una sofisticata relazione con l’ambiente e una vastissima conoscenza botanica. Nella vita quotidiana utilizzano circa 500 piante per nutrirsi, curarsi, costruire case e altri manufatti. Almeno tre gruppi di Yanomami restano incontattati, evitando intenzionalmente l’interazione con la società dominante.
La riserva yanomami è monitorata da una sola squadra sul campo del “Funai” (Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni) che avrebbe urgentemente bisogno del sostegno del governo per proteggere la tribù, ma sta subendo gravi tagli al suo budget. I cercatori d’oro illegali continuano a invadere l’area portando violenze e malattie, oltre ad esporre la tribù al pericoloso inquinamento da mercurio.