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"La Vicìnia"
Jugn dal 2018
 
Una manifestazione promossa dalla Comunanza delle Regole dell’Alpago

Stefano Lorenzi, segretario della Consulta veneta della Proprietà collettiva e delle Regole d’Ampezzo
“Dialoghi sulla Proprietà collettiva: a proposito della Legge 168/2017”
DOMINI COLLETTIVI DEL VENETO E NUOVA LEGGE
L’intervento del segretario della Consulta regionale, Stefano Lorenzi al convegno di Longarone

[Stefano Lorenzi, segretario della Consulta veneta della Proprietà collettiva]
In occasione del convegno di Longarone “Dialoghi sulla proprietà collettiva: a proposito della Legge 168/2017”, promosso il 13 aprile dall’Ordine degli avvocati di Belluno e dalla Consulta veneta della Proprietà collettiva, il punto di vista degli Assetti fondiari collettivi del Veneto sulla nuova legge statale “Norme in materia di domini collettivi”, è stato portato dal segretario delle Regole di Ampezzo, Stefano Lorenzi.
Il segretario della Consulta Veneta ha proposto la relazione che proponiamo integralmente.


Come di consueto, l’ultimo a intervenire ha una certa responsabilità verso il pubblico, sia perché l’attenzione inizia a venire meno, sia perché la maggior parte degli elementi significativi di questo incontro sono già emersi nei contributi degli altri relatori.
La mia presenza su questo tavolo è senz’altro di minore rilievo scientifico, non potendo vantare titoli o esperienze approfondite di studio della materia a livello accademico, ma può risultare forse utile per quanto riguarda la gestione diretta dei domini collettivi, trovandomi da molti anni a lavorare nell’amministrazione di una importante proprietà collettiva e a relazionarmi quotidianamente con le diverse realtà collettive nel Veneto e in altri luoghi d’Italia.
Il taglio di questo contributo è quindi più pratico e operativo, e apre agli approfondimenti che seguiranno questa prima parte della nostra giornata. Anche il lessico che userò può non avere la correttezza formale di un giurista, ma confido che comunque ci capiremo sui concetti che vado a proporre.
Nella Regione Veneto esistono 571 comuni, e nel 53% di questi (301) sono documentate e accertate terre di uso civico o in proprietà collettiva, mentre in 270 di essi (quindi nel 47% del totale) non è stata accertata la presenza di terre civiche.
L’osservazione di come le terre civiche sono distribuite sul territorio regionale porta a una prima considerazione generale, e cioè che i domini collettivi interessano soprattutto le zone di montagna e di collina, mentre risultano molto sporadiche in territori di pianura. Nelle varie parti del mondo, e quindi anche sul nostro territorio nazionale, la proprietà collettiva ha la caratteristica di essersi sviluppata in zone dove l’uso del territorio agricolo aveva caratteristiche di marginalità, cioè dove la coltivazione della terra e la sua produttività erano minori, oppure in zone boscate di più difficile accessibilità, sui pascoli di media e alta quota, in genere su territori più distanti dai agglomerati urbani.
Il potere economico legato all’uso della terra, sia come bene produttivo di ceti sociali più agiati, sia quale bene di scambio e favori a livello politico, ha portato nei secoli alla scomparsa delle usanze collettive nelle comunità di villaggio: queste, molto diffuse nell’antichità, rappresentavano una modalità di rapporto uomo-territorio assai presente nell’Italia medievale. Lo sviluppo della civiltà urbana e la necessità sempre maggiore di un uso agricolo estensivo a servizio della città, governato dalla proprietà terriera connessa all’urbe, hanno gradualmente marginalizzato la proprietà collettiva, attraverso la privatizzazione dei fondi e la costituzione di norme censorie verso i beni della comunità. Questo ha sempre più marginalizzato le terre collettive e le antiche usanze, soprattutto con l’avvento della modernità (19° e 20° secolo), dove le comunità hanno modificato in modo a volte radicale il loro rapporto con il territorio. L’alternarsi delle generazioni e l’oblio in cui sono scivolate le antiche consuetudini hanno segnato quasi ovunque la fine della proprietà collettiva.
L’uso collettivo della terra è oggi argomento di interesse molto di nicchia, ed è quasi sconosciuto al cittadino ordinario, che apprende sempre con una certa sorpresa l’esistenza – anzi, la persistenza – di questo tipo di comunità sul territorio italiano. È quindi, oggi, elemento che interessa territori e comunità poco numerose, dislocate soprattutto nella montagna e nell’alta collina veneta, pur con esempi di rilievo anche altrove.
Sull’importanza del mantenimento di questi rapporti uomo-territorio si è già discusso molto, in questa e in altre sedi, e l’esistenza di una Consulta della Proprietà Collettiva anche nel Veneto testimonia la volontà di queste comunità residue di sopravvivere e di poter ancora oggi dare la loro testimonianza all’interno della società civile.
Il messaggio antico che portano le Regole e le proprietà collettive è più che mai attuale: è un messaggio positivo e di speranza che attesta come sia ancora possibile e virtuoso coltivare un rapporto uomo-natura basato sul rispetto reciproco, sull’uso prudente delle risorse, sulla solidarietà interna alla comunità e inter-generazionale, dove il bene collettivo è veramente un prestito che gli antenati ci fanno, da consegnare alle nuove generazioni. Anche in contesti in cui l’economia spinge verso l’interesse individuale, in cui la pressione speculativa di pochi preme su beni della comunità, esistono e resistono oggi esempi virtuosi che valgono come testimonianza per altri.
Le Regole e le proprietà collettive lottano quindi non solo contro un oblio cui sembravano destinate già un secolo fa, ma anche contro una mentalità dominante di profitto, irrispettosa verso il territorio e verso l’ambiente, una modalità cieca e suicida in cui quotidianamente siamo immersi e di cui – chi più e chi meno – siamo protagonisti.
A volte gli strumenti in mano alle collettività sono efficaci, a volte inadeguati, a volte infine volutamente eliminati quando l’interesse privato a livelli più alti spinge sulla politica per togliere alle collettività le tutele che sarebbero loro dovute per coltivare un interesse generale: parlo, in quest’ultimo caso, delle recenti vicende nel settore idroelettrico, dove è concesso a qualsiasi società privata di occupare – anzi, di espropriare – i beni collettivi per utilizzarli nell’esercizio di centrali idroelettriche, i cui proventi vanno quasi interamente all’investitore che, dietro il paravento di un interesse ambientale nazionale e prioritario, opera una vera e propria rapina delle risorse delle comunità a suo unico vantaggio.
L’esistenza di una Consulta della Proprietà Collettiva anche nella nostra regione, cioè di un’associazione che mette in rete le proprietà collettive grandi e piccole e lavora per tutelarne gli interessi in sede regionale, è un elemento di forza per queste piccole istituzioni locali. Nata nel 2007, la Consulta Veneta ha lavorato per la tutela delle collettività, sia attraverso intese con il Legislatore regionale volte a migliorare la funzionalità delle norme in materia, sia anche in contrasto con esso quando minacciava l’autonomia e la capacità di tutela territoriale che la proprietà collettiva esercita.
Con tutte le difficoltà del caso, la proprietà collettiva deve mantenersi oggi viva e propositiva, presente all’interno del proprio paese come punto di riferimento nella gestione del territorio naturale, cosciente delle proprie forze e dei propri ruoli ma aperta allo scambio con l’esterno.
A mio modo di vedere, la proprietà collettiva deve relazionarsi in modo efficace con i vari soggetti che operano sul territorio, soggetti economici ma anche politici, amministrazioni locali e regionali, essere cioè capace di vivere nella realtà attuale portando i propri valori ma evitando di arroccarsi su posizioni di eccessiva chiusura ormai non più difendibili.
La Consulta, ribadisco ancora, esercita questo ruolo di mediatore a livello regionale e, attraverso il lavoro dei rappresentanti dei diversi coordinamenti regionali, anche a livello nazionale: la nascita della Legge 168/2017 che è il tema di questo incontro non ci sarebbe mai stata senza l’iniziativa e la spinta della Consulta, per quanto poi siano stati altri a voler rivendicare la paternità della norma.

Per tornare al contenuto di questa riunione, vedrei molto favorevolmente uno sviluppo delle modalità “regoliere” anche nella gestione delle terre incolte che sempre più frequentemente segnano il paesaggio della montagna e della collina veneta: le proprietà collettive esistenti possono valutare le opportunità di acquisire la gestione di prati, pascoli e terre agricole oggi abbandonate, non di loro proprietà ma di proprietari privati che non se ne curano.
In tal senso, andrebbe approfondita e favorita l’interazione della proprietà collettiva nell’ambito della Legge regionale 8.8.2014, n. 26 “Istituzione della banca della terra veneta”, che già oggi prevede l’assegnazione di terre incolte a soggetti che ne vogliano riprendere l’utilizzo.
Questo tipo di iniziative, che già sono elemento di un progetto a lungo termine delle Regole dell’Alpago, possono contribuire a un migliore utilizzo delle terre verdi, con conseguente abbellimento e recupero di equilibrio sul territorio, legato a una presenza virtuosa della proprietà collettiva proprio in seno alla comunità di riferimento.
Il secondo spunto di questo intervento riguarda il miglioramento tecnico e organizzativo delle proprietà collettive, laddove queste siano di piccola entità o in difficoltà economica. La legge regionale 19.8.1996, n. 26 prevede le modalità di ricostituzione delle antiche Regole e muove in tal senso dalle origini storiche delle stesse, che vanno documentate per poter avere il riconoscimento giuridico dalla Regione. In molti casi, però, la dimensione storica delle varie Regole non ha più giustificazione nell’attuale assetto territoriale e amministrativo, tanto che in un singolo territorio comunale possono essere riconosciute diverse piccole Regole: esse, pur emergendo da una logica storica, oggi non sono in grado di avere dimensioni sufficienti per un funzionamento adeguato, dimensioni sia di popolazione, sia di territorio, sia di risorse economiche.
Si pensi, in tal senso, alle Regole di Colle Santa Lucia o a quelle di Selva di Cadore, che portano una testimonianza storica oggi difficile da gestire, sia per mancanza di risorse umane, sia economiche: un’aggregazione fra queste Regole è indispensabile se le si vuole veder sopravvivere ai prossimi decenni.
Dall’altra parte c’è invece il caso della Magnifica Regola di Vigo, Laggio con Pinié e Pelos di Cadore, ricostituita attraverso l’unificazione di diverse piccole Regole storicamente separate.
La legge regionale prevede la possibilità di fusione fra più Regole o di formazione di “Comunanze” fra di esse, ma queste modalità sono state poco esplorate e non sono per ora significative.
Una proposta, in caso di intervento sul testo della Legge 26/1996, potrebbe essere quella di prevedere un’aggregazione formale di più Regole già in fase costitutiva, al fine di permettere ai soggetti così ricostituiti di lavorare con buona efficienza fin da subito, rappresentando di fatto un’unica comunità stanziata su un unico territorio.
Avere una serie di proprietà collettive funzionanti e al lavoro dovrebbe essere visto, a mio parere, come elemento di pregio del territorio anche da parte della Regione, che in qualche misura si trova ad essere sgravata da impegni economici e necessità di manutenzione dell’ambiente che già viene esercitata da altri: penso, in tal senso, a quanto il lavoro capillare di alcune Regole riduce le necessità di intervento da parte dei Servizi Forestali Regionali in alcune vallate.
Oggi sono presenti nel Veneto circa 40 realtà regoliere, e ci sono almeno un’altra decina di comitati al lavoro o di prossima attivazione per la ricostituzione di altrettante Regole, non solo nel Bellunese ma anche sull’Altopiano di Asiago e in altre località: la Consulta Veneta della Proprietà Collettiva conta oggi 47 associati, fra Regole, Comitati, Amministrazioni separate di uso civico, ed è al momento l’unico soggetto che lavora per favorire il passaggio di informazioni fra di esse, permettendo un sostegno agli associati più in difficoltà.
Il lavoro della Consulta ha carattere poco più che volontaristico, ma è certamente da valutare un suo consolidamento anche economico, che possa nel tempo formare una struttura organizzativa permanente cui possano fare riferimento in modo concreto tutti gli associati, proprio come un ufficio di segreteria e ufficio tecnico che permetta anche ai soci con minore capacità economica di progettare e realizzare interventi sul loro territorio, accedendo a contributi regionali ed europei.
Se è vero che una maggiore presenza della proprietà collettiva sul territorio sgrava la Regione da alcuni lavori e da alcune spese, un incentivo al coordinamento e ad un’economia di scala fra proprietà collettive potrebbe essere uno spunto su cui la Regione potrebbe essere coinvolta, proprio attraverso il sostegno economico di questo “ufficio unico” della proprietà collettiva regionale.
Nel vicino Friuli-V. G., ad esempio, la Regione assicura al Coordinamento regionale della Proprietà Collettiva l’importo annuo di 10-20 mila euro, che viene impiegato in modalità simili a quelle che qui si stanno proponendo. Anche la Provincia autonoma di Trento sostiene il proprio Coordinamento con un budget annuale, su importi che al momento non mi sono noti ma che alcuni anni fa superavano anche i 100 mila euro annui.
Tale possibilità si configura peraltro possibile nell’ambito della Legge regionale n. 26/1996 che, all’art. 14 comma 1, prevede che «la Regione, i Comuni e le Comunità montane possano affidare in concessione alle Regole la realizzazione di interventi attinenti o connessi alle loro specifiche funzioni garantendo le risorse necessarie».
Ultimo spunto di questo intervento riguarda alcuni aspetti dei mutamenti di destinazione d’uso del cosiddetto “patrimonio antico” regoliero, così come disciplinato all’art. 7 della Legge regionale n. 26/1996. In particolare, esso può mutare la destinazione per essere utilizzato in opere pubbliche, con la consueta assicurazione di superfici compensative a garanzia del mantenimento della primitiva consistenza agro-silvo-pastorale del cosiddetto “patrimonio antico”.
Se nei rapporti concessori con soggetti privati per usi turistici e artigianali risulta facile ottenere l’indicazione dei terreni compensativi – pena la non autorizzazione da parte della Regola – laddove le richieste d’uso diverso provengano da enti pubblici la procedura risulta più complessa e critica, soprattutto laddove l’ente pubblico richieda superfici consistenti di “patrimonio antico” per gli usi del caso.
Posto che il patrimonio indisponibile di una Regola non è purtroppo inespropriabile – come peraltro ribadito dalla sentenza della Corte di Cassazione 6.10.2015, n. 7021 – la Regola si trova quasi obbligata a concedere il mutamento d’uso dei propri beni, avendo quale controparte un soggetto che porta un interesse pubblico superiore a quello della Regola, soprattutto nei casi in cui l’occupazione avviene per strade pubbliche, elettrodotti o altre necessità di ordine più generale.
Salvo in alcuni casi in cui l’ente in questione sia il Comune e i rapporti con la Regola siano buoni, è molto difficile che l’ente pubblico richiedente metta a disposizione della Regola i terreni compensativi: laddove si voglia trovare una conciliazione, tali terreni li può mettere la Regola stessa, attingendo al suo patrimonio disponibile (se ne ha), oppure chiedendo i terreni a soggetti privati terzi. In caso contrario si rischia di pervenire a una situazione di stallo, e questo accade soprattutto quando la consistenza dei beni sottratti all’uso tradizionale siano molto estesi.
L’alternativa in capo all’ente pubblico è quella dell’esproprio, a detrimento però del patrimonio regoliero che così viene comunque ridotto, mentre la Regola non ha di fatto altri strumenti a tutela del proprio bene.
In una ipotesi di aggiornamento della normativa regionale può essere valutata anche questa casistica, limitata agli usi pubblici, o attraverso l’obbligo di fornire i terreni compensativi a cura dell’ente proponente, o con una deroga alla compensazione simile a quanto oggi previsto dall’art. 9 bis della citata legge.