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"La Vicìnia"
Mai dal 2018
 
Malga Valbertat Alta (http://www.malghefvg.it/it/malghe/val-chiarso/valbertat-alta). Erroneamente il sito dell’Ersa sostiene che sia «proprietà» del Comune di Arta Terme e non della Comunità degli abitanti di Valle e Rivalpo, come pure le Malghe Cason di Lanza e Val Dolce

Malga Cordin Grande (http://www.malghefvg.it/it/malghe/val-chiarso/cordin-grande). Erroneamente il sito dell’Ersa sostiene che sia «proprietà» del Comune di Arta Terme e non della Comunità degli abitanti di Valle e Rivalpo
Ogni Comunità deve poter gestire il proprio patrimonio
MALGHE COLLETTIVE
Confronto promosso dalla Comunità di Valle e Rivalpo

[Luca Nazzi, portavoce del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.]
Su impulso della Comunità di Valle e Rivalpo, proprietaria di 4 malghe – Cason di Lanza, Cordin, Val Dolce e Valbertad –, il 13 maggio si è svolto a Paularo e Arta Terme il convegno «Gestione e valorizzazione delle malghe in proprietà collettiva», promosso dalla “Società Filologica friulana”.
In mattinata, è intervenuto il portavoce del Coordinamento regionale della proprietà collettiva, Luca Nazzi, che ha proposto la relazione “Malghe collettive: la Comunità gestisce il suo storico patrimonio”.


Malghe collettive
La Comunità gestisce il suo storico patrimonio

L’altro giorno, la Newsletter del “Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive” dell’Università di Trento ha diffuso la seguente notizia: «Il Marigo della Regola Alta di Lareto – siamo nel comune di Cortina di Ampezzo ove operano 11 Regole riunite in Comunanza, ndr. – invita tutti i Consorti Regolieri, gli allevatori, gli amici e tutte le persone volenterose, alla pulizia del pascolo di Valbona che si terrà il giorno sabato 5 maggio 2018 con ritrovo alle ore 8 alla Casera Vecia de Valbona. Si prega di venire attrezzati con guanti e rastrello metallico. Terminati i lavori, verso le ore 13, la Regola offrirà una grigliata per tutti i collaboratori».
Il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva in Friuli-V. G. riceve spesso comunicazioni di questo genere: dall’Ampezzano, dal Cadore, dal Trentino… Ma solo rarissimamente dalla Carnia e dalla Montagna friulana. L’ultima iniziativa del genere l’hanno felicemente organizzata, ad aprile, gli amici dell’Associazione culturale “Clavajas”, che sono impegnati pure nella ricostituzione dell’Amministrazione frazionale.
Il perché è presto spiegato. In Trentino, le Amministrazioni separate dei Beni di uso civico (“Asbuc”) sono 110.
In Cadore, ci sono oltre 50 Regole più le 11 dell’Ampezzano.
Qua da noi, invece, fatta eccezione per la Val Canale, che conta 19 Consorzi vicinali (Comunioni familiari riconosciute dalla Legge regionale 3/1996) e 12 Comunità di Aventi diritto di Servitù (e dove, in effetti, si registrano talvolta attività come quella organizzata dalla Regola Alta di Lareto), tutto tace.
In Carnia, infatti, ci sono soltanto 5 Amministrazioni separate di Beni di uso civico (Priola e Noiariis; Givigliana e Tors, Pesariis, Ovasta, Tualiis e Noiaretto) e 3 Comunioni familiari (Collina; Liariis; Tualiis e Noiaretto).
In provincia di Pordenone, poi, di Amministrazioni separate di Beni di uso civico ce n’è una sola, ma in pianura (Le Prese di San Giovanni di Polcenigo).
Il resto delle Proprietà collettive di montagna, principalmente Boschi e Malghe, sono abbandonate o male amministrate o amministrate con modalità e con finalità che poco o nulla hanno a che fare con le loro effettive funzioni: la funzione economica, la funzione sociale e la funzione ecologico-ambientale.
Qua da noi, in 13 Comuni della Carnia, si attende ancora, da oltre 90 anni, il riconoscimento formale dei Beni delle Comunità (con la conclusione degli Accertamenti e l’emanazione dei Bandi del Commissario regionale agli Usi civici).
E poi, dobbiamo continuare ad indignarci e a scandalizzarci insieme alle 6 Comunità – Baselia, Tredolo e Vico, Collina, Liariis e Clavais – alle quali l’ostruzionismo dei Comuni di Forni di Sotto, di Forni Avoltri e di Ovaro impedisce di costituire proprie Amministrazioni separate dei Beni di uso civico.
Gli effetti di questa situazione sono sotto gli occhi di tutti e Giorgio Ferigo, riferendosi in particolare agli Alpeggi, nel contributo “Mucche, uomini, erba” predisposto per il volume di Ulderica Da Pozzo “Malghe e malgari”, li ha descritti, da par suo, senza giri di parole: «I dati dell’allevamento nelle montagne della Carnia disegnano, in senso proprio, una catastrofe economica e culturale, nonché la fine di un modo tradizionale di vivere, di abitare, di utilizzare la montagna».
Noi del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva crediamo che, se si vuole discutere seriamente su questi temi, dobbiamo partire da qui: c’è stata una catastrofe e se non ci sarà una reazione comunitaria straordinaria, esattamente come all’indomani del 6 maggio e del 15 settembre 1976, non ci potrà essere né una ricostruzione né tantomeno una rinascita.

Ma prima occorre che ci chiariamo su alcuni punti nodali.

Punto numero 1. Oggi, il più delle volte, sembra che si voglia ridurre Malghe e Monticazione a fenomeno turistico-enogastronomico, attraverso operazioni puramente mediatiche e pubblicitarie.
Non sono agricoltore e nemmeno agronomo, ma sono scandalizzato per il fatto che, troppo spesso o quasi sempre, si parli di Malghe come se non fossero Agricoltura e che, quasi sempre quando si affrontano questi temi, gli Agricoltori e gli Allevatori siano costretti al silenzio e le loro organizzazioni tacciano.
Perdonatemi la grossolanità e la schiettezza, ma almeno noi, oggi qui, siamo davvero tutti d’accordo sul fatto che in Montagna non ci sia Agricoltura senza Allevamento e che non ci sia Allevamento senza Alpeggio?
Siamo poi d’accordo che in Montagna non ci possa essere Agricoltura – che, ovviamente, dev’essere un’Agricoltura estensiva – senza una stretta integrazione con la Silvicoltura (che è e che deve restare parte integrante del Settore primario)?
Siamo d’accordo che «solo un’attività agricola efficiente può garantire un equilibrio fra l’uomo e la natura»; che «solo le Comunità umane stabilmente insediate per scopi agricoli difendono l’ambiente dalle alluvioni, dalle frane, dagli smottamenti»; e che «solo se si salva e si cura l’Ambiente nel suo complesso» è possibile il Turismo (cfr. Fausto Schiavi, L’agricoltura di montagna, Edizioni del Movimento Friuli, 1971)?

Punto numero 2. Ogni volta che si affronta il tema dell’Agricoltura in Carnia ci si “straccia le vesti” per il problema del Frazionamento fondiario. Chi agita questo spauracchio? E perché? Proviamo a guardare le cose da un altro punto di vista e vi invito a lasciarci guidare dall’analisi proposta, nel 1971, dal presidente del “Movimento Friuli”, Fausto Schiavi, montanaro di Pontebba e consigliere regionale, nel saggio “L’agricoltura di montagna” (a cura di Gianfranco Ellero, che tirerà le conclusioni di questo nostro convegno, ad Arta).
Nel breve paragrafo dedicato a “La polverizzazione della proprietà”, Schiavi riconosce che la crisi della nostra Agricoltura montana deriva «direttamente dalla quasi totale mancata realizzazione di Aziende agricole efficienti», ma addebita l’origine «di questo sviluppo completamente irrazionale» a una causa «preminente, nonché abbastanza recente»: «l’applicazione indiscriminata alla Montagna del principio della Proprietà individuale».
Schiavi prosegue: «L’ambiente naturale della Montagna è duro e ostile e come tutti gli ambienti aventi queste caratteristiche... richiede invece, necessariamente, la solidarietà di gruppo ovvero strutture associative anche fondiarie. Il passaggio indiscriminato alla competizione individuale ha quindi rotto un equilibrio necessario».
In altri luoghi, – ci ricorda – questo non è avvenuto «per maggior saggezza dei governanti», i quali non hanno contrastato «consuetudini» più razionali e più efficienti, in primis la Proprietà collettiva e la sua gestione comunitaria.
Ancor oggi, gli stessi che agitano lo spauracchio del Frazionamento fondiario (e magari propongono faraonici Riordini fondiari, tanto costosi quanto inefficaci) impediscono o intralciano le gestioni collettive di consistenti patrimoni agro-silvo-pastorali indivisi. E trascurano strumenti, tanto efficaci quanto semplici ed economici, come l’Associazione fondiaria, sperimentata con successo nelle Alpi francesi e nelle Alpi italiane occidentali.

Punto numero 3. Fausto Schiavi, però, non si concentrava tanto sul tema della «Polverizzazione della proprietà», ma attirava l’attenzione, con più enfasi, su un «secondo grandissimo impedimento» per l’agricoltura di montagna, quello che lui definisce la «Indisponibilità dei terreni».
«Esiste una regola tanto antica quanto intuitiva, ma da noi del tutto trascurata – scriveva l’esponente politico autonomista – la quale dice che non può esistere un’Azienda agricola in Montagna se ad ogni unità di fondo valle non corrisponde una proporzionata quantità di prato di alta montagna e soprattutto di bosco; ora è un dato di fatto facilmente constatabile che, nelle montagne del Friuli, la proprietà dei prati di alta quota e dei boschi è in larga parte in mano a enti che con l’Agricoltura e con il Contadino non hanno niente a che fare..., i quali utilizzano per scopi non agrari una ricchezza che è indispensabile all’Agricoltura».
«Terreno in mano ad Enti pubblici è terreno sottratto al Contadino»: questa è la vera maledizione della nostra Agricoltura e questo è il motivo per cui il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva chiede alle nostre Amministrazioni pubbliche – dai Comuni, alle Uti, alla Regione – di riconoscere di essere, sia pure involontariamente, sia pure in «buona fede» e sia pure con mille buone intenzioni, fra le principali cause della «catastrofe» del nostro sistema agro-silvo-pastorale.

Punto numero 4. Sarebbe troppo facile e troppo lungo, raccontarvi tutte le situazioni nelle quali le nostre Comunità hanno dovuto fare i conti con Amministrazioni pubbliche nemiche dell’Agricoltura, nemiche dell’Ambiente, nemiche della Proprietà collettiva.
Lasciamo in disparte i problemi dei Frazionisti e degli Agricoltori del Piancavallo e dello Zoncolan, di Aviano, Budoia, Forni di Sotto, Liariis, Moggio, Paularo, Priola e Noiariis, Ravascletto, eccetera eccetera, ma voltiamo una volta per tutte pagina.
I Comuni riconoscano le proprie Comunità e applichino, insieme con noi, non più contro di noi, lealmente, i principi della nuova Legge statale 168 del 2017 “Norme in materia di Domini collettivi”, che sancisce un riconoscimento pieno, dicendo che siamo parte della Costituzione materiale del Paese; siamo una grande risorsa economica, sociale e ambientale per superare la crisi; siamo un Bene comune di pubblico e generale interesse.
Che stabilisce chiaramente che tutte le Comunità hanno il diritto e il dovere di governare i propri Beni e di autonormarsi, attraverso Enti esponenziali propri e autonomi e che, dunque, ogni altra forma di gestione può essere ammessa soltanto in subordine e in via suppletiva e soltanto laddove le Comunità non sono in grado di badare autonomamente ai propri Domini collettivi.
Che, infine, ricorda e precisa a tutti che i nostri Beni restano inalienabili, indivisibili, inusucapibili e che restano in perpetua destinazione agro-silvo-pastorale. Il necessario e opportuno vincolo paesaggistico, ribadito dalla Legge 168, riconosce e tutela la gestione collettiva dei nostri Beni, la quale gestione collettiva è il fondamento del loro pregio ambientale.

Punto numero 5. Le Comunità di cui questa mattina, qui, mi faccio interprete non rivendicano diritti, ma responsabilità. Sono determinate a prendersi impegni concreti, per dare risposte concrete a bisogni concreti, anche perseguendo nuovi modelli di Economia e di sviluppo territoriale.
Giorgio Ferigo, nel saggio già citato su “Mucche, uomini, erba” del 2004, ricordava le persecuzioni subite dalle nostre Comunità e dalla nostra Agricoltura da parte «delle Capitali e del Capitale», nonché da quella «dissennata e malsubita Politica Agricola… cha ha messo sul Mercato quello che per sua natura era fuori Mercato, e che perciò sarebbe (ed è) stato inevitabilmente eliminato dal Mercato».
La gestione comunitaria dei Beni collettivi, proprio perché si fonda su un modo diverso di possedere, propone un modo diverso di fare Economia, che oggi ottiene un riconoscimento e un impulso nuovi anche dalla riforma statale del Terzo settore e dell’Impresa sociale e dalla Legge regionale 4 del 2017 “Norme per la valorizzazione e la promozione dell’Economia solidale”.
Non vogliamo accontentarci che le nostre popolazioni continuino a ricavare dai propri Beni collettivi soltanto le utilità tradizionali, denominate «Usi civici» (legna da ardere e da costruzione, piccoli frutti, erbe spontanee, funghi, prodotti ittici…), ma vogliamo gestire i «Valori patrimoniali collettivi» come elementi propulsivi di un’Economia autosostenibile e come basi materiali per una produzione economica finalizzata alla crescita delle Comunità e della loro capacità di autogoverno. Soltanto mettendo a frutto i «Valori patrimoniali» – ovvero le nostre risorse collettive, a partire dai nostri Boschi e dai nostri Pascoli – saremo in grado di restituire ai territori stili di vita propri e originali, rilocalizzando l’Economia e riducendo l’impronta ecologica, chiudendo, a livello locale, i cicli dell’alimentazione, dell’acqua, dell’energia, dei servizi di prossimità e dei rifiuti.

Punto numero 6. Siamo convinti e vogliamo sperare che, in Carnia, nessuno si opporrà più all’applicazione delle norme che abbiamo citato ed in particolare alla Legge statale 168 sui Domini collettivi.
Ma intanto chiediamo che, nella fase transitoria di passaggio dalla gestione comunale alla gestione comunitaria, i Comuni adottino immediatamente i seguenti 3 principi, che proponiamo fin dal 2014, quando era in corso di elaborazione, tramite l’Ersa, un modello regionale di “Regolamento per l’utilizzo delle Malghe”.
A. In tutte le pratiche gestionali, svolte in assenza di Amministrazioni separate dei Beni civici, sia sempre specificato quando gli Alpeggi sono gestiti dai Comuni “in nome e per conto” della Comunità.
B. Sia sempre indicato esplicitamente che l’assegnazione in affitto delle Malghe «non pregiudica la salvaguardia e l’esercizio degli Usi civici della Comunità proprietaria» e che «il rispetto degli Usi civici» rientra fra gli “Oneri generali a carico dell’affittuario”.
C. Fin quando ci saranno Malghe in Proprietà collettiva gestite da Comuni, “in nome e per conto” delle Comunità titolari, dovrà essere assicurata sempre la massima informazione alla Comunità proprietaria, sia sui criteri sia sui risultati di gestione, fermo restando che i proventi degli affitti vanno ricompresi nella apposita contabilità “separata”, prevista dalla normativa a tutela della Comunità titolare della proprietà.

Paularo-Arta Terme, 13 maggio 2018