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"La Vicìnia"
Mai dal 2018
 
Lo storico Gianfranco Ellero

Il convegno su “Gestione e valorizzazione delle malghe in proprietà collettiva” è stato promosso dalla “Società Filologica friulana”,
Confronto sulla gestione di un patrimonio inestimabile
GLI USI CIVICI COME FATTORE IDENTITARIO
L’intervento di Gianfranco Ellero sulle malghe in proprietà collettiva

[Gianfranco Ellero]
Il convegno «Gestione e valorizzazione delle malghe in proprietà collettiva», promosso il 13 maggio a Paularo ed Arta Terme dalla “Società Filologica friulana”, si è concluso con un intervento dello storico Gianfranco Ellero, che riproduciamo integralmente.
Durante i lavori, svoltisi nell’ambito della “Setemane de Culture furlane 2018”, sono intervenuti Stefano Bovolenta (“Zootecnia di montagna e alpeggio: un rapporto imprescindibile?”), Luca Nazzi (“Malghe collettive: la Comunità gestisce il suo storico patrimonio”), Claudio Lorenzini (“Las monts in Cjargne: un caso storiografico”), Daniele D’Andrea (“La Magnifica Comunità di Cadore: una forma condivisa di gestione territoriale”) e Roberto Micheli (“Montagne, pastori e animali: evidenze archeologiche e dati etnostorici a confronto”).


Gli usi civici come fattore identitario

Concedendomi “l’ultima parola” gli organizzatori di questo Convegno, mi hanno fatto un grande onore, ma mi hanno posto a mezza strada fra croce e delizia: mi hanno dato la possibilità di trarre conclusioni e di lanciare moniti, ma anche il rischio di parlare troppo a un uditorio naturalmente stanco ancorché non annoiato.
Non dirò tuttavia «sarò breve onorevoli colleghi» (frase minacciosa quando risuona nelle assemblee…): prometto solo di essere il più possibile conciso e immediato.
Inizierò col dire che sono sempre stato attratto dalla pastorizia, come fenomeno economico e sociale di lughissima durata, un “fil rouge” della microstoria, e affascinato dalle parole di Fernand Braudel nella “Mediterranée”: «Les Alpes sont les Alpes, c’est a dire une montagne exceptionnelle»! Una montagna che anziché separare, dividere o respingere gli uomini e certi animali, li attrae e li contiene: un sistema montuoso talmente importante che ha influenzato anche il lessico, non soltanto in Italia: alpinismo, alpeggio, Alpenkultur…

Una montagna alpina, non è soltanto un un monumento geologico e vegetale: è anche un monumento culturale, così definibile perché può essere messo a profitto soltanto da persone che possiedono una cultura multidisciplinare ed ecologica. Basti ricordare, come è stato detto stamattina a Paularo, che le razze bovine delle Alpi erano un tempo molto più numerose delle attuali. Era come se, non dico ogni montagna, ma ogni catena del vasto sistema alpino creasse i suoi animali da pascolo, simili sì, ma non uguali! Non stiamo, dunque, parlando genericamente di pastorizia, un’attività praticata in tutto il mondo da tempi molto lontani, bensì di un particolare tipo di pastorizia, praticata su una catena montuosa unica nel suo genere.
Nessuno pensi, tuttavia, che il degrado attuale succeda a un’età dell’oro.
Ecco un paio di episodi rivelatori.
Un giorno un amico carnico mi disse che gli era capitata una disgrazia. Mi venne subito in mente qualche parola di condoglianza, ma non si trattava di un lutto. Era accaduto, mi spiegò, che il materasso nevoso di un pascolo in altura era scivolato verso valle andando a distruggere quasi la metà di un bosco di sua proprietà.
«Visto – mi disse – che cosa succede se non si fa brucare l’erba dagli animali o non la si sfalcia? Diventa alta e fatalmente piegata verso valle sotto il peso della neve».
«E perché – domandai – il pascolo non viene più sfruttato?».
«Perché – rispose – non ci sono più pastori in alpe, almeno dalle mie parti. E poi – aggiunse – in Carnia non ci sono neanche più boscaioli. Per asportare il legname abbattuto e fracassato dalla valanga ho dovuto rivolgermi a qualcuno in Alto Adige».
Il secondo episodio che mi appare degno di nota riguarda il modo di
condurre una malga.
Quarant’anni fa, partendo da Sappada, salii a malga Tuglia in compagnia di un gruppo di amici. Io entrai per primo, e quando il “malgher” vide che c’erano donne al seguito, mi ingiunse di uscire e di far entrare soltanto i maschi.
«Perché non possono entrare le donne?», domandai.
«Se sono mestruanti il latte non caglia», rispose.
Mi sono ricordato dell’episodio, poco fa, quando Claudio Lorenzini ha detto che oggi lavorano nelle malghe superstiti anche giovani donne, e subito collegai il mio ricordo alle parole di Giovanni Marinelli, scritte centocinquant’anni fa su “In alto”, la rivista della Società Alpina Friulana:
«Le condizioni di tali casere sono per lo più infelicissime. Le deiezioni solide o liquide delle vacche si ammassano disordinatamente, producendo un puzzo ammorbante e disperdendo inutilmente parte delle preziose loro qualità; gli ambienti per la preparazione dei latticini e per la dimora degli uomini, sudici e mal riparati, servono malamente all’uno e all’altro ufficio.
Tutto ciò, s’intende, salvo rare eccezioni…
Siccome poi tali proprietari son pochi e la generalità prosegue nella coltura delle malghe con sistemi preadamitici, rimettendosi a casari ignoranti o superstiziosi, che curano le vacche malate con gli esorcismi, e contro le folgori e le streghe elevano all'ingresso delle malghe alcune stanghe con i relativi amuleti, e dei quali, ben s’intende, non avendo mai visto un termometro, i più intelligenti provano col dito la temperatura del latte; così risulta che i nostri burri e formaggi sono pochissimo noti e meno pagati».
Che cosa dimostrano questi episodi?
Dimostrano che non basta tenere la gente in montagna se manca la cultura della montagna.
Se io sono proprietario di terreni in valle, a mezza costa e in altura, e voglio metterli a profitto, devo essere agricoltore in basso, silvicoltore sul declivio e alpicultore o monticatore in alto.
Ma oggi esiste ancora questa cultura multipla fra la gente che abita fra le Alpi, versante italiano?
Se abito a Tolmezzo e faccio l’insegnante, l’operaio o l’impiegato, ho ancora tempo e voglia per acquisire una cultura alpina? Se faccio l’albergatore o il maestro di sci a Forni di Sopra sono ancora un uomo di montagna o sono soltanto un uomo sulla montagna?
Se vogliamo davvero guardare al futuro senza illusioni, dobbiamo capire che la marginalità economica dell’agricoltura in generale, dell’agricoltura di montagna in particolare, significa anche marginalità culturale e psicologica, che si somma ad altri addendi negativi.
Riascoltiamo, dopo mezzo secolo, le parole di Fausto Schiavi, citate da Luca Nazzi stamattina a Paularo:
«... nelle montagne del Friuli, la proprietà dei prati di alta quota e dei boschi è in larga parte in mano a enti che con l’Agricoltura e con il Contadino non hanno niente a che fare».
È, dunque, urgente che le comunità titolari di domìni collettivi riprendano a esercitare i loro imprescrittibili, inusucapibili e inalienabili diritti anche sulle malghe, ma siamo sicuri che poi possiedano ancora la cultura necessaria, o meglio indispensabile, per una saggia ed ecologica gestione di tali beni?
La legge 168/2017, illuminata e illuminante, basterà per mettere in moto un processo secolare, se gli stessi amministratori dei Comuni non applicano l’articolo 2, senza che l’opinione pubblica sia più che tanto interessata alla cosa?
Se parlo del campionato di calcio, dell’Udinese che oggi, vincendo a Verona per 1 a 0, eviterà forse la serie B; della prossima tournée di un gruppo rock e di altri simili distrazioni di massa ottengo molto ascolto.
Ottengo meno ascolto se parlo di sviluppo della montagna; ma per sviluppo, sia al livello della gente comune che dei pubblici amministratori, si intende turismo di massa, e tutti pensano a piste di sci, impianti di risalita, “cannoni” per la neve artificiale, espansione edilizia, e soltanto un’esigua minoranza si preoccuperà della tutela del paesaggio, anche attraverso la gestione delle proprietà collettive (come prescrive la legge 168), della cura e salvaguardia dell’habitat: e basterebbe vedere la Val Visdende, soggetta alla Regola di Casada, per capire che cosa potrebbe essere la montangna altrimenti gestita.
Anche in Val Visdende, tuttavia, la “strada delle malghe” rimane al presente un’attrazione per pochi turisti, non più per pastori, a dimostrazione che non basta l’uso corretto di una proprietà collettiva per riprendere la pratica del pascolo in alpe.
Stamane un oratore ha detto che dove ancora si pratica l’alpeggio, si osserva che il “malgher” è nella migliore delle ipotesi un casaro. Non sa, quindi, che se gli animali sono pochi, come già osservava il Marinelli, mangiano l’erba migliore e rendono invasiva la peggiore; e se sono troppi mangiano tutta l’erba scoprendo la cotica, che si rompe e genera il ruscellamento. E se disperde le eiezioni degli animali verso valle, evita di solito il trasporto e la distribuzione delle stesse verso monte, pratiche troppo faticose, ma indispensabili.
Senza una cultura specifica l’uomo può morire in montagna, ma senza quella cultura con l’uomo si ammala e alla lunga muore anche la montagna!
Se propongo questo ragionamento a un ministro o a un assessore regionale, mi diranno che parlo di situazioni marginali, e saranno rapidi e orgogliosi nel presentarmi le statistiche dello sviluppo turistico, delle giornate-presenza sulle Alpi, rivelando in tal modo la loro miopia, perché il degrado ecologico avrà conseguenze a medio e lungo termine.
Credo di poter concludere esprimendo tutta la mia incondizionata adesione alla relazione e alla proposta di Luca Nazzi, ma non c’è da aspettarsi un rapido e agevole ripristino di “un diverso modo di vivere” perché sono davvero troppi i condizionamenti negativi: se cerco su Internet la voce “Usi civici”, trovo sentenze contro gli usurpi dei Comuni a danno delle proprietà collettive, da loro amministrate per conto delle Comunità titolari come se fossero beni del Comune; e nella nostra quotidianità, come ha denunciato Nazzi nella sua relazione a Palazzo Calice, possiamo osservare Sindaci del Friuli attivi nell’ostacolare l’applicazione della legge 168 che loro stessi dovrebbero rispettare! D’altra parte non possiamo ignorare che i pubblici amministratori provengono da una società che ha marginalizzato l’agricoltura in generale e quella di montagna in particolare.
L’augurio per una diversa gestione delle proprietà collettive, ora felicemente disciplinate dalla legge 168, è d’obbligo; ma chi chiude questo Convegno crede di dover lanciare un monito: non aspettiamoci miracoli a breve termine, e impegniamoci tutti nella diffusione delle idee così bene espresse dagli illustri relatori di questo incontro.

Intervento di Gianfranco Ellero
al Convegno su “Gestione e valorizzazione delle malghe in proprietà collettiva”
Arta Terme, 13 maggio 2018