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La prima pagina del Notiziario delle Regole di Ampezzo, “Ciasa de ra Regoles”, dedicato alla legge statale “Norme in materia di domini collettivi” (www.regole.it)

Stefano Lorenzi, segretario delle Regole Ampezzane, in un recente incontro con le Proprietà collettive della Carnia, a Tolmezzo
Le Regole Ampezzane commentano la nuova normativa statale
UN RISULTATO STRAORDINARIO
«Si è stati capaci di far capire ai legislatori l’importanza delle realtà collettive anche nell’epoca attuale»

[“Ciasa de ra Regoles”]
Anche il Notiziario delle Regole di Ampezzo, “Ciasa de ra Regoles”, nel numero di novembre, ha salutato con grande entusiasmo l’approvazione della legge statale 20 novembre 2017, n. 168 “Norme in materia di domini collettivi”, entrata in vigore il 13 dicembre.
Oltre a presentare il testo integrale dello storico provvedimento, ne scrivono l’editoriale “Proprietà collettive / Nuova legge nazionale” e un articolo a firma del segretario Stefano Lorenzi, che propone un “Primo commento sulla nuova legge”.


Proprietà collettive: nuova legge nazionale

Il 26 ottobre 2017 la Camera dei Deputati del Parlamento italiano ha approvato all’unanimità il testo della nuova legge quadro nazionale sulle proprietà collettive “Norme in materia di domini collettivi”. Analoga approvazione era avvenuta lo scorso 31 maggio al Senato della Repubblica, ed il testo approvato dalle due Camere diverrà quindi legge dello Stato una volta promulgata dal Presidente della Repubblica, che ha tempo 30 giorni per tale atto, con la successiva pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale (la norma entrerà in vigore 15 giorni dopo la pubblicazione).
La necessità di assicurare una tutela e un riconoscimento giuridico a tutte le differenti forme di proprietà collettiva sparse sul territorio nazionale è un elemento condiviso e perseguito dalla Consulta nazionale della Proprietà Collettiva fin dalla sua costituzione nel 2006.
La Consulta è l’associazione delle diverse realtà collettive italiane, ognuna con le sue specificità e le sue tradizioni, tutte però legate dal fatto di essere espressione di comunità esistenti su determinati territori, che hanno come fondamento la tutela del rapporto uomo-terra nelle modalità della tutela di entrambi questi elementi attraverso la democrazia e l’uso prudente (sostenibile) delle risorse naturali.
Nel Veneto la proprietà collettiva è ben rappresentata dalle Istituzioni regoliere (più di 40 quelle censite), dalla Comunità degli antichi originari di Rovigo e dalle Vicinie dell’Altopiano di Asiago.
In altre Regioni si parla di Comunalie, Comunelle, Partecipanze, Università agrarie ed altro, un mosaico che rappresenta le varie culture locali e le molte declinazioni in cui le “Comunità di villaggio” hanno saputo nei secoli dare forma al loro rapporto con la natura in cui erano insediate.
Le Regole Ampezzane, anche in qualità di rappresentanti del Coordinamento Veneto della Consulta (costituitosi a Belluno nel 2007), hanno seguito da vicino gli 8 anni di lavoro che hanno portato prima a una stesura concordata del nuovo testo di legge fra le diverse realtà locali, poi alla sua correzione con la collaborazione di esperti e giuristi, infine alla presentazione del progetto di legge prima al Senato, poi alla Camera, con un testo finale che si discosta pochissimo dalla visione originaria della norma.
L’iter della legge è stato seguito dai vari Coordinamenti regionali attraverso colloqui e incontri con i parlamentari dei rispettivi territori, dei più diversi schieramenti, per sensibilizzare gli stessi e informarli sugli obiettivi che queste nuove norme intendono raggiungere. Con il cambio di legislatura si è dovuto riprendere il filo interrotto, coinvolgendo i nuovi legislatori, grazie a un lavoro di squadra svolto su tutto il territorio nazionale a cura dei diversi Coordinamenti della Consulta, Veneto compreso; il tutto coordinato dal lavoro paziente e capace del presidente della Consulta nazionale, Michele Filippini, e dei suoi più stretti collaboratori.
Ottenere l’approvazione delle due Camere del Parlamento – i Deputati con voto unanime e i Senatori con soli 3 astenuti e nessun contrario – è stato un risultato straordinario, segno che si è stati capaci di far capire ai legislatori l’importanza delle realtà collettive anche nell’epoca attuale: non più quindi relitti di civiltà scomparse, ma modelli cui anche l’attuale società democratica può guardare come possibili ed effettive forme di buon governo del territorio. Ricordiamo che le Regole e le Comunioni familiari montane sono riconosciute e tutelate dalla legge nazionale fin dal 1952 (la prima Legge sulla Montagna), con successive norme nel 1971 e nel 1994 (seconda e terza Legge sulla Montagna). Fino ad oggi, però, molte altre realtà non sono state riconosciute dallo Stato e la loro posizione è stata a volte incerta, in bilico fra pubblico e privato, a volte del tutto disconosciuta e osteggiata, soprattutto laddove interessi economici privati si contrapponevano all’uso collettivo dei beni, magari con il beneplacito dei Comuni. Dal punto di vista delle Istituzioni regoliere, quindi, la nuova legge va a rafforzare e integrare quanto già era stabilito in precedenza, ed è perciò un elemento di sostegno a ciò che in passato il legislatore – spinto dalle nostre comunità locali – aveva già riconosciuto.

Primo commento sulla nuova legge

La stesura di una norma di carattere generale che interessa centinaia di realtà locali, portatrici di tradizioni e usi molto diverse le une dalle altre, risulta difficile; la legge proposta dalla Consulta e approvata dal Parlamento deve necessariamente comprendere il più ampio insieme di proprietà collettive, da quelle più rigide nella selezione degli aventi diritto (le Regole), a quelle in cui la partecipazione della comunità al bene collettivo è più estesa, dagli ambienti di montagna a quelli di pianura, fino alle singolari realtà di laguna dove il bene collettivo è il mare.
Va da sé che anche il lessico, cioè la terminologia usata, può non essere puntuale ed esaustivo all’interno della legge; in certi casi, si può forse notare l’uso di termini apparentemente impropri o di difficile collocazione, aspetto che non mancherà di sollecitare il puntiglio di giuristi e studiosi della materia.
Un recente colloquio con l’avv. Andrea Trebeschi, legale delle Regole Ampezzane, ha subito puntato la nostra attenzione su alcuni elementi della nuova legge che possono avere un risvolto significativo sulla realtà ampezzana e sul suo Laudo. I commenti che seguono sono una libera interpretazione dello scrivente sugli spunti emersi.
Già l’art. 1 della norma riconosce nelle comunità originarie un «ordinamento giuridico primario», cioè una capacità di auto-regolamentarsi precedente allo Stato italiano; tuttavia, pone le proprietà collettive all’interno della Costituzione, disciplinandole secondo alcuni dei suoi principi fondamentali nell’ambito delle formazioni sociali e della tutela del patrimonio storico, culturale e del paesaggio. La stessa legge regionale del Veneto sulle Regole (n. 26 del 1996), all’art. 4 già introduceva il rispetto dei principi costituzionali nel parlare di Laudi e Statuti e il Parlamento ispira chiaramente la nuova legge sotto il “cappello” della Costituzione.
Le proprietà collettive sono chiamate quindi al rispetto della carta costituzionale, pur essendo loro riconosciuta nello stesso articolo l’autonomia statutaria. Su questo punto riemerge una criticità, già più volte sollevata nel corso di molti incontri fra i Regolieri ampezzani, sui margini di discrezionalità relativi alla figura femminile all’interno dei Laudi regolieri. Non è questa la sede per analizzare un tema così complesso, che la nuova legge permette però di riesaminare alla luce di nuovi elementi.
Sempre l’art. 1 della norma riconosce a tutte le proprietà collettive la personalità giuridica di diritto privato, aspetto già consolidato da decenni per le istituzioni regoliere, ma certamente nuovo per altre realtà della penisola, alcune delle quali dovranno reimpostare la loro funzionalità tenendo conto di questo nuovo assetto. Oltre a ribadire l’importanza degli assetti collettivi quali strumenti primari nell’assicurare la tutela ambientale, l’art. 2 introduce poi il concetto di fonti rinnovabili da valorizzare e utilizzare a beneficio delle collettività locali aventi diritto, un capitolo quindi nuovo e molto interessante su cui la proprietà collettiva ha titolo di intervenire. Si pensi, ad esempio, alle lunghe e difficili battaglie che le Regole stanno affrontando in questi anni per difendere i loro territori dall’aggressione di centrali idroelettriche proposte da soggetti privati. La norma, benché di carattere generale, riporta un po’ la tutela delle collettività in questo settore, dopo un’azione di indebolimento messa in atto questi ultimi anni dalla Regione e dalla magistratura.
Alla lett. f) del primo comma dell’art. 3 vengono riconosciuti fra i beni collettivi anche i corpi idrici, riconoscendo le già accennate comunità che utilizzano il mare come bene collettivo; l’estensione di diritti sulle acque, seppure citata in modo generale, può un domani aprire il fronte sull’uso delle acque che interessano i beni regolieri (ruscelli e torrenti), che un tempo erano peraltro oggetto di diritti da parte di alcune comunità. L’acqua, risorsa naturale fra le più importanti, può quindi trovare riconoscimento quale bene della collettività locale, e non solo quale bene nazionale da sfruttare secondo logiche che – soprattutto di recente – privilegiano gli interessi di alcuni privati rispetto a quelli della comunità.
Altro aspetto innovativo della legge, peraltro un po’ più tecnico, è quello citato al comma 6 dello stesso articolo, dove ricorda il vincolo paesaggistico già imposto dal Codice dei Beni culturali e del Paesaggio (D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 142) sui beni pubblici di uso civico e su molti dei territori naturali (parchi, zone di alta quota, laghi, ghiacciai, corsi d’acqua, zone umide, zone archeologiche ed altre).
Se, interpretando in modo estensivo la nuova norma, il vincolo viene riconosciuto a tutti i patrimoni collettivi, questi assumono sì un riconoscimento paesaggistico maggiore ma vengono subordinati a nuovi vincoli fino a prima magari non contemplati.
Le Regioni hanno quindi 12 mesi di tempo per adeguare la loro normativa ad alcune disposizioni di questa nuova legge. Nel caso del Veneto, una legge già consolidata da oltre 20 anni tutela le istituzioni regoliere (L. r. n° 26 del 1996), tutele poi estese alle realtà collettive dell’Altopiano di Asiago e di Rovigo. A parere dello scrivente, sul fronte regoliero non c’è molto da cambiare a livello regionale; anzi, la normativa esistente pare inserirsi in modo molto armonico con la nuova legge nazionale.
In ogni caso, il prossimo lavoro della Consulta sarà quello di interagire con il legislatore regionale per trovare soluzioni adatte alle realtà collettive della nostra regione che possano consolidare e, anzi, migliorare la situazione già esistente.
Qualora le diverse Regioni non intervengano, la nuova legge dà facoltà alle collettività di attivarsi con loro disposizioni, ciascuna per il proprio territorio di competenza. Tali provvedimenti vengono poi resi esecutivi dalla Giunta regionale. È questo un aspetto interessante che può riguardare molte situazioni italiane (forse non il Veneto), dove l’inerzia dell’ente territoriale può essere sopperita dalla comunità stessa, che diventa parte attiva di un processo di autotutela. Le modalità secondo cui questo potrà avvenire sono ancora tutte da verificare.

Stefano Lorenzi