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L’esito della votazione che ha sancito la definitiva approvazione della Legge statale “Norme in materia di Domini collettivi”

I rappresentanti della Consulta nazionale della Proprietà collettiva e del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento in audizione alla Commissione agricoltura della Camera, il 5 luglio
La Camera ha approvato in via definitiva la Legge “Norme in materia di Domini collettivi”
PIENA DIGNITà PER GLI ASSETTI FONDIARI COLLETTIVI
Il comunicato della Consulta nazionale della Proprietà collettiva

A novant’anni dalle leggi che ne imponevano la liquidazione il legislatore riconosce piena dignità e vita ad una storia vivente della nostra Italia.
I Domini Collettivi sono la testimonianza di una storia vivente, di una storia vissuta in tempi lunghissimi, con itinerari che possono tranquillamente farsi risalire a momenti assai precedenti alla modernità e che si perdono spesso in età assai remote.
Non è un legislatore che li ha creati, né ci sono leggi degli Stati all’origine della loro costituzione. È vero esattamente il contrario: legislatori e leggi si sono mossi unicamente per sopprimerli, o, almeno, per soffocarli, per arginarli, per alterarne la struttura in corrispondenza dei nuovi modelli ufficiali della società borghese.


La Camera dei Deputati (relatore on. Giuseppe Romanini) il 26 ottobre ha trasformato in legge il Dl 4522 già approvato al Senato il 31 maggio scorso (primo firmatario sen. Giorgio Pagliari).
Proprio come al Senato la votazione è stata unanime per riaffermare l’importanza di questi soggetti giuridici nell’ordinamento italiano a tutela e difesa dei più pregiati patrimoni ambientali italiani.
Non si dovrebbe mai dimenticare che questi Domini Collettivi costituiscono la voce genuina di popolazioni, che grazie ad essi hanno sopravvissuto e che in essi hanno trasfuso il proprio segno tipico, il proprio costume, identificandosi addirittura in essi. Essi sono la voce di quegli strati profondi della società, che non hanno scritto la storia moderna, che non hanno fatto la rivoluzione francese, di cui non c’è traccia nei Codici Civili moderni, di cui c’è traccia soltanto nelle leggi che ne hanno tentato una sbrigativa ed indistinta liquidazione.
Nel 2010 l’Istat, con la collaborazione della Consulta Nazionale della Proprietà Collettiva, ha censito nell’ambito del Censimento dell’Agricoltura le proprietà collettive su tutto il territorio nazionale, indicando come dei quasi 17 milioni di ettari di terreno agricolo in Italia, ben 1,668 milioni di ettari (il 9,77%) risulta appartenere a «Comunanze, Università Agrarie, Regole o Comune che gestisce le Proprietà Collettive».
Di queste, sempre secondo i dati Istat, l’82% sono ubicate in montagna, il 16% in collina e il 2% in pianura. Nella Provincia Autonoma di Trento l’estensione dei domini collettivi raggiunge il 42% della superficie dell’intero territorio provinciale, mentre in Abruzzo giunge al 49%.
I domini collettivi sono distribuiti su tutto l’ambito nazionale, per quanto sull’arco alpino trovino la loro massima estensione e presenza.
La fonte di queste realtà giuridiche è l’uso, ossia una fonte che viene dal basso e che esprime le esigenze, gli interessi, i valori circolanti in basso all’interno di comunità locali. Il ripetersi costante di comportamenti osservati da piccoli gruppi locali riflette questa adesione particolaristica ai luoghi, alle cose, esprime genuinamente l’attività quotidiana che si svolge in zone delimitate, restando impressionato dalle qualità geologiche, agronomiche, climatiche di luoghi particolari, da costumi particolari, da storie particolari di etnie particolari. È per questo motivo che la legge non utilizza il termine generico ’usi civici’, perché è un vocabolo indeterminato utilizzato in maniera eccessiva ed assolutamente incapace di restituire la multiforme ricchezza di un’infinità di usi locali differenziatissimi.
Il compito dei domini collettivi è quello di tutelare i propri beni in modo efficace e duraturo, attraverso strumenti giuridici che si caratterizzano nell’ordinamento italiano per una serie di vincoli alla utilizzabilità del proprio patrimonio, il cui riconoscimento da parte della legge è stato storicamente prece- duto da una lungimirante limitazione sorta nella maggior parte dei casi dalla libera scelta, autoimpo- sta, dei titolari aventi diritto al godimento di tali beni.
Questo ordinamento dalle origini antiche, stabilisce diritti collettivi di godere e di gestire il territorio. Un ritorno al passato che diventa un’importante azione per il futuro, perché il bosco, le risorse, le fonti ed il pascolo sono ricchezze fondamentali per il territorio.
È un patrimonio naturale, culturale ed economico a disposizione della popolazione ed in compro- prietà, da conservare e tramandare di generazione in generazione, di padre in figlio.
Lo stesso territorio appartenente alle proprietà collettive viene, specie in alcune regioni, continua- mente violentato da interessi locali con una frenetica e continua aggressione al paesaggio e diventa fonte di arricchimento per privati a danno della qualità della vita e della salute della cittadinanza, determinando un nuovo oblio delle identità e del patrimonio territoriale.
Il conferimento di una personalità giuridica a tutte le varie ipotesi di proprietà collettiva oggi esistenti nel nostro Paese è uno dei più importanti risultati della legge sui domini collettivi oggi approvata. La Consulta nazionale della Proprietà Collettiva, che rappresenta da oltre dieci anni le istanze dei domini collettivi, intende aprire da oggi un serio ed approfondito confronto con le Regioni per predi- sporre la normativa applicativa della legge oggi approvata.
Peraltro, vista per la natura dei beni tutelati attraverso la proprietà collettiva, attraverso di essa si esaltano le libertà economiche, pur con le connaturate limitazioni al trasferimento dei beni immobili a destinazione agrosilvopastorale ed alla loro tutela ambientale.
Possono essere portati molteplici esempi di proprietà collettive che hanno garantito lo sviluppo e la prosecuzione di attività economiche con ricadute dirette e ampie su intere comunità e non distruggendo ma anzi esaltando i preziosi ed unici beni ambientali che amministrano: uno dei
casi più evidenti ed eclatanti di questa realtà è quello delle Regole ampezzane, proprietarie dei quattro quinti del territorio del Comune di Cortina d’Ampezzo e gestori del parco nazionale delle alpi bellunesi, ma non possiamo dimenticare le Asuc Trentine, le Comunalie parmensi, le Magnifiche comunità di Spinale e Manez e di Fiemme, la Partecipanza di Trino Vercellese, le Università agrarie del Lazio, le Partecipanze Agrarie Emiliane, le Comunanze agrarie umbre, le Vicinie e le Jus friulane, dal Carso Triestino alla Val Canale.