Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Otubar dal 2017
 
Giorgio Zanin interviene alla Camera sulla Proposta di legge “Norme in materia di Domini collettivi”, accanto a lui il relatore, Giuseppe Romanini

Il convegno di San Marco di Mereto, organizzato per la presentazione della nuova norma statale (7 ottobre), con gli interventi di Vittorino Boem, Michele Filippini, Massimo Moretuzzo, Luca Nazzi e il promotore, Giorgio Zanin
L’intervento, nell’aula della Camera, del deputato Giorgio Zanin
UN SEME DI FUTURO
Le Comunità riconosciute come «soggetto neo-istituzionale»

[Giorgio Zanin, deputato di San Vito al Tagliamento]
Nel giorno in cui, alla Camera, è iniziata la discussione generale sulla sulle linee generali della Proposta di legge “Norme in materia di domini collettivi” (A. C. 4522), il 16 ottobre, il deputato friulano Giorgio Zanin (www.giorgiozanin.com/intervento-in-aula-sulla-proposta-di-legge-in-materia-di-domini-collettivi/) è intervenuto, presentando il seguente contributo.

La legge che oggi discutiamo, già approvata dal Senato, si occupa di normare la delicata materia dei domini collettivi. Al Senato ha avuto una coerente e approfondita lavorazione tra la Commissione Giustizia e la Commissione Ambiente, e anche un buon contributo della Commissione Bilancio per sbloccare una certa resistenza. Qui alla Camera la discussione è stata affrontata anzitutto in Commissione agricoltura, con la cura attenta del collega relatore Romanini, e già questa molteplicità di soggetti parlamentari coinvolti lascia intuire quale matassa la legge provi a tessere in modo nuovo.
Ci ricorda il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi che «Se noi non cominciamo ad ammettere l’elementare verità che non esiste soltanto una cultura ufficiale e che non esiste, a livello di utilizzazione e gestione dei beni, soltanto il modello della proprietà individuale di indistruttibile stampo romanistico, ma che possono ben coesistere altre culture giuridiche portatrici di modi alternativi nella concezione della appartenenza, ci precludiamo ogni possibilità di capire il problema della proprietà collettive».
Il riconoscimento formale dei domini collettivi, obiettivo strategico della legge, non è dunque cosa di poco conto. Come dice la proposta di Legge, il pianeta delle proprietà collettive costituisce una realtà a sé stante, che unisce fattispecie diverse quali la proprietà, la gestione e l’uso civico delle terre, dei boschi, delle lagune. Una specie di origine pre-moderna, che vive quasi una vita separata dagli altri domini privati o pubblici, a partire dallo specifico ruolo esercitato dalla collettività locale, un ruolo non solo di utilità ma soprattutto di gestione civica. Si tratta perciò di un riconoscimento non secondario, che di fatto rende giustizia ad una storia che per modificazioni socio-economiche e volontà di superamento politico rischiava di far perdere molti “treni” al nostro contesto nazionale.
Bisogna anzitutto sforzarsi di scendere in profondità dentro la radice storica della formazione dei domini collettivi e ricordare come la solidarietà intracomunitaria abbia costituito un modello indispensabile per la sopravvivenza delle famiglie di numerosissime comunità. A prescindere dall’atto formale di nascita del dominio, possedere ed usare insieme era la chiave di gestione che permetteva di avere sempre qualcosa. Partecipazione, controllo, mutualità erano le regole per costruire passo passo un equilibrio di benessere. Un equilibrio che intrecciava i diritti del presente con la garanzia del futuro, sia in termini intergenerazionali che in termini ecologici: rovinare qualcosa significava danneggiare in modo percepibile gli altri e in primis la propria famiglia. Con conseguenze non banali in termini di auto e mutuo controllo nella gestione e con la formazione di un senso civico di cui si avverte francamente il bisogno oggi più che mai. Non si trattava infatti solo di comproprietà di beni particolari quali bosco e pascoli, goduti in un modo particolare, cioè collettivo, ma si trattava e si tratta di persone che esprimono, nell’articolazione fondiaria, una scelta squisitamente antropologica della vita: il primato della comunità sul singolo!
È giusto domandarsi perciò in quale misura questi valori, queste forme di gestione e questi interessi siano ancora attuali e necessari. Non va nascosto infatti che essi sono stati via via abbandonati in tanta parte del Paese sulla base in particolare della fase di sviluppo socio economico che si è determinato dopo la seconda guerra mondiale. In particolare con lo spopolamento nelle aree interne e nelle zone di montagna, ma anche con la mentalità non sempre in linea dei molti amministratori locali che invece di accompagnare la resistenza di queste istituzioni, hanno spesso costituito un polo di energia per il loro superamento definitivo.
Ma ora con questa legge siamo di fronte ad un atto di discontinuità rispetto a questo declino, delineato sin dalla legge 1766 del 1927 che indirizzava verso la “liquidazione” giuridica delle proprietà collettive. Ora, anche in queste Aule, vogliamo certo affermare con questa legge la salvaguardia di qualcosa di antico e nel contempo anche affermare qualcosa di nuovo. Un seme di futuro. Non è un caso del resto, a segnalare la nota sui tempi che riferisce del clima politico e dell’analisi socio-economica che accompagna questa discussione, che sono trascorsi appena venti giorni dall’approvazione parlamentare della legge per il sostegno ai piccoli comuni. Quasi a dire come la sensibilità del legislatore sia più spesso di quanto si creda “in trazione” con modelli e riflessioni dove l’identità viene coniugata non solo con la difesa di qualcosa ma anche con la volontà di declinare diversamente il futuro.
In che termini? In primo luogo proprio tramite il riconoscimento della centralità della comunità come “soggetto neo-istituzionale” del patrimonio civico. In una stagione di grande crisi dei corpi sociali intermedi, si tratta di una apertura di credito non secondaria, capace di riavviare il risveglio dei soggetti dormienti, per cogliere le opportunità che il modello collettivo offre. Non si tratta in questo senso di paradigmi ideologici, ma di vere esperienze che in numerose comunità locali stanno segnando la stagione di riconsiderazione di una serie di valori, connessi al dominio collettivo. Non ultima la valorizzazione delle comunità là dove i necessari processi di aggregazione istituzionale dei Comuni e pure anche delle realtà religiose tradizionali come le parrocchie, vanno accompagnati da forme di riequilibrio identitario. Certo la terra, certo la possibilità dell’iniziativa e della rendita economica, ma non solo questo. Anche la partecipazione e la cultura della condivisione e della solidarietà. Merce preziosa al tempo della globalizzazione. Senza dimenticare inoltre che gli «enti gestori delle terre di collettivo godimento, rientrano a pieno titolo nell’imprenditoria locale, cui competono le responsabilità di tutela e di valorizzazione dell’insieme di risorse naturali ed antropiche presenti nel demanio civico». Il che da un lato afferma in modo chiarissimo la centralità della comunità quale motore di sviluppo locale. Dall’altro si capisce la ragione per cui questa proposta di legge diventi fondamentale per il territorio e il paesaggio che comprende specificità agro-silvo-pastorali inalienabili. Non va dimenticato infatti che in Italia dei quasi 17 milioni di ettari di superficie agricola, ben 1,668 milioni di ettari (il 9,77%) risulta appartenere a «Comunanze, Università Agrarie, Regole o Comune che gestisce le Proprietà Collettive» (dati Istat 2010). Circa il 10% della superficie agricola utile del nostro Paese costituisce un valore enorme, per il passato e per il futuro, che da solo basta a rendere ragione dell’importanza della legge. Tanto più quando la legge individua anche un’impostazione non solo conservativa ma anche dinamica, volta a comprendere l’attuale «fase di sviluppo delle aree rurali, della montagna in particolare, le cui strategie fanno affidamento essenzialmente sul modello di sviluppo locale e su quello di sviluppo sostenibile»; una fase in cui ai domini collettivi viene «riconosciuta la capacità di rendere locali anche gli stimoli provenienti dall’esterno della comunità per la mobilitazione delle risorse interne, di trattenere in loco gli effetti moltiplicativi, di far nascere indotti nella manifattura familiare, artigianale, nella filiera dell’energia delle risorse rinnovabili e nel settore dei servizi». Insomma c’è in ballo una capacità delle aree interne, quelle che turismo a parte faticano a produrre Pil, di costruire un modello economico alternativo, orientato ad autosostenersi. Un modello in cui non sia centrale la capacità di appropriarsi delle risorse ma la loro gestione. È tempo anche in Italia di orientarsi diversamente, come suggerisce da qualche anno anche il nuovo indicatore “Bes” promosso dall’Istat. Si parla sempre delle cose che si possono acquistare, ma meno di quelle che si distruggono per poterle produrre. I costi della crescita senza limiti sono tanti, basti pensare ai danni all’ambiente, ma anche ad alcuni costi sociali che non vengono presi in considerazione quando si calcola il Pil. Nei paesi occidentali è vero che la gente guadagna di più, ma spende ancora di più per compensare ciò che distrugge. Questa legge va dunque in un’altra direzione e non è un caso che in tante Regioni le iniziative per la realizzazione dei distretti di economia solidale vedano tra i protagonisti le comunità che detengono i domini collettivi.
Dicevamo perciò che il dato più importante sul piano della dottrina è il «riconoscimento dei domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie, nonché il riconoscimento del diritto d’uso del dominio collettivo, in quanto diritto avente ad oggetto, normalmente e non eccezionalmente, le utilità del fondo, consistenti in uno sfruttamento del dominio riservato ai cittadini del comune». Un riconoscimento di grande valore per la conservazione dei caratteri identitari dei territori e per la valorizzazione degli ambienti naturali antropizzati. Bisogna anche ricordare che questo importante passaggio giuridico si sviluppa e si attua con un riconoscimento di autonormazione, «che mira a garantire che le leggi che le regioni intendano eventualmente emanare sugli assetti collettivi non possano disconoscere l’idea e i valori della proprietà collettiva». E qui i riferimenti sono decisamente rilevanti. Basti pensare al modo peculiare delle comunità di vivere il rapporto uomo-terra e al riferimento inevitabile alla disciplina dettata dalla consuetudine per cui le collettività agiscono con il fine di proteggere la natura salvaguardando l’ambiente. Del resto le quattro “I” delle proprietà collettive – Inalienabilità, Inusucapibilità, Inespropriabilità, Immutabilità della destinazione agrosilvopastorale – bastano da sole a descrivere un profilo che si incastra precisamente con la discussione purtroppo ancora non del tutto conclusa in sede legislativa a proposito dello “Stop al consumo di suolo”. Un tema questo certamente evocato anche dalla legge sui Domini Collettivi proposta dai senatori Pagliari, Astorre, Dirindin e Palermo, quando all’art. 3 la chiusura è assegnata ad un comma che recita «Con l’imposizione del vincolo paesaggistico sulle zone gravate da usi civici di cui all’articolo 142, comma 1, lettera h) del codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, l’ordinamento giuridico garantisce l’interesse della collettività generale alla conservazione degli usi civici per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Tale vincolo è mantenuto sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici». Un impegno tutt’altro che secondario, nel tempo in cui si cerca sempre di più e sempre meglio una progettazione urbanistica che cerca di mettere a sistema le specificità dei territori e la loro valorizzazione.
Questa sottolineatura per dire infine di una legge che, frutto del lavoro annoso di tanti, in primis della Consulta nazionale delle Proprietà collettive, ponendo al centro un nuovo rapporto tra le comunità e i loro territori, pare cogliere in pieno la sfida lanciata dalla “Laudato si’” di Papa Francesco là dove dice «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».
È una questione di modello di sviluppo insomma. E la legge che mi auguro venga approvata definitivamente nei prossimi giorni penso possa rappresentare una tessera del mosaico di questa consapevolezza attiva. Spetterà poi alle comunità locali cogliere l’occasione, rilanciare l’iniziativa, a questo punto senza più alibi. Tanto più se, come auspicato, le Regioni sapranno cogliere l’opportunità offerta per sviluppare un’attività normativa che oltre a favorire il riconoscimento in sé e per sé, uscendo da ambiguità e frammentazione, ricercando e costruendo occasioni di dialogo con le comunità, gli enti gestori e le associazioni che li rappresentano sul territorio, sappia offrire energia per rilanciare davvero i domini collettivi. Una fattispecie tra l’altro che avrebbe ragionevolmente da essere anche spinta con la creazione di nuovi domini. Ad esempio a superamento della frammentazione fondiaria nelle aree interne, piaga perniciosa che impedisce tanto spesso una gestione attiva delle risorse di bosco e pascolo in montagna.
Concludendo, la legge sui Domini Collettivi apre quindi una breccia importante nella rassicurante e lapidaria (in)certezza delle forme più diffuse ed affermate di gestione dei beni e semina una cultura che noi tutti dobbiamo con sempre più vigore continuare ad irrigare per farla crescere rigogliosa al servizio delle generazioni future.
L’auspicio è dunque che l’approvazione della legge diventi anche un’occasione preziosa per una discussione anche più ampia e progressiva a diversi livelli, dove tra l’altro almeno una volta si dovrà riconoscere che il legislatore parlamentare, dopo aver recepito la storia e gli sforzi promossi anche nelle passate legislature in primo luogo da chi rappresenta la memoria e la cultura attiva dei domini collettivi, tra i quali certamente merita una particolare citazione il Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive dell’Università di Trento, guidato dai professori Pietro Nervi e Paolo Grossi, ha saputo collaborare e orientare la direzione, nell’interesse delle comunità e dell’Italia tutta.