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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2016
 

Dalla rubrica “Coltivare e custodire” di Sandro Lagomarsini
TUTELA DEL PAESAGGIO E RUOLO DELLE COMUNITà RURALI
Le persone e le Comunità vengono prima di Parchi e Aree protette: espropriarle della loro capacità di gestione diretta significa far morire il territorio

[Sandro Lagomarsini (“Avvenire”, 29 novembre 2016)]
È considerato un vanto italiano l’aver inserito la tutela del paesaggio nell’articolo 9 della Costituzione. Con ogni probabilità, i padri costituenti pensavano agli scorci di città e campagne presenti nella grande tradizione pittorica dal Quattrocento fino all’epoca preindustriale. Seppure un po’ ammaccati dalla guerra, quegli scorci erano ancora visibili negli anni 1946-47.

Se mi è permesso dirlo, i Costituenti hanno dimenticato di chiarire che la «tutela» riguardava anche le attività che curano e gestiscono il territorio, senza le quali si deforma e sparisce quell’immagine che chiamiamo “paesaggio”. Questa mancanza di chiarezza ha fatto credere che, con la riduzione delle attività agro-silvo- pastorali, bastasse istituire i “parchi” e le “aree protette” per salvare gli “ambienti naturali” e la “biodiversità”.
Molto spesso, le misure di “tutela e salvaguardia” sono state imposte alle popolazioni senza il loro consenso e il loro coinvolgimento. Qualche chiarimento è arrivato, nell’anno 2000, dalla “Convenzione europea sul paesaggio”. A correzione di un accordo del 1979 (dove si parlava di «vita selvatica e ambiente naturale»), l’ultimo documento dice che il paesaggio «rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale dell’Europa». Dunque il paesaggio ha a che fare con la cultura. Si riconosce che il carattere del paesaggio «deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni» e si ammette che il paesaggio, cioè «una determinata parte del territorio così come è percepita dalle popolazioni», sta negli occhi di chi guarda. Siamo di nuovo in alto mare, perché nel linguaggio delle campagne non è mai esistito il termine “paesaggio”. Ma nel testo a cui ci riferiamo c’è una parola che fa la sua felice comparsa; oltre che di spazi naturali, urbani e periurbani, si parla anche di spazi “rurali”. Con un supplemento di informazione, abbiamo appurato che studiosi di tutta Europa si sono messi d’accordo sulla esistenza di un «patrimonio rurale» (rural heritage). Così, nel 2003, abbiamo chiesto ai funzionari pubblici che hanno operato per molti anni sul nostro territorio (qui li lasciamo anonimi), di farci capire il patrimonio rurale nostro. La prima sorpresa ci è venuta dall’ispettore delle “Belle Arti”. Ribaltando un giudizio che parlava di arte importata dalla città, egli ha riconosciuto il ruolo fondamentale delle comunità rurali: nel passato come committenti delle opere che abbelliscono le nostre chiese, negli ultimi trent’anni come protagoniste nel recupero e nella valorizzazione. Sulla stessa linea i responsabili della prima programmazione regionale: avevano indicato le potenzialità produttive della montagna, prima che prevalessero astratte visioni dì “conservazione”. Gravi invece gli errori della politica agro-forestale: cancellazione delle razze bovine locali, svalutazione della terre collettive, immissione di specie vegetali estranee (contro il parere delle popolazioni).
Amici studiosi ci hanno aiutato a formulare qualche sintetica conclusione. Del patrimonio rurale fanno parte non solo i manufatti, ma anche le produzioni, i suoli, i terreni, le pratiche colturali collaudate. Studi e professionalità sono sempre utili alle campagne. Prima ancora però ci sono le persone e le comunità: espropriarle della loro capacità di gestione diretta significa far morire il territorio. Non sembra che queste avvertenze siano arrivate a livello europeo; la Misura 323 del 2005-2006 sul “Patrimonio rurale” parla di «paesaggio» e di «popolazioni rurali da sensibilizzare sulle tematiche ambientali». Ancora una volta dobbiamo dichiararci insoddisfatti.

Avvenire, 29 novembre 2016
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