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"La Vicìnia"
Novembar dal 2016
 

Pietro Nervi, presidente del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento (www.usicivici.unitn.it - usicivici@unitn.it)
Le nuove risorse dello sviluppo locale e le strategie degli assetti fondiari collettivi
PATRIMONI COLLETTIVI E SPAZI IDENTITARI
Il 17 e il 18 novembre è in programma a Trento la XXII Riunione Scientifica del Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive

[www.usicivici.unitn.it/home.html]
«In contrasto col sentire comune, che identifica la proprietà collettiva con un settore tradizionale e quindi poco innovativo», il Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive di Trento organizza la XXII Riunione Scientifica per approfondire i temi più attuali degli assetti fondiari collettivi con studiosi, ricercatori accademici, amministratori degli enti di gestione e testimoni ad alto livello.
Il sito del Centro studi – www.usicivici.unitn.it/home.html – così annuncia l’annuale appuntamento.


Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive
XXII Riunione Scientifica

Patrimoni collettivi e spazi identitari: le nuove risorse dello sviluppo locale.
Quali strategie degli assetti fondiari collettivi


Data e sede

La XXII Riunione scientifica si svolgerà in seduta plenaria nei giorni di giovedì 17 e venerdì 18 novembre 2016, a Trento, nella Sala Conferenze del Dipartimento di Economia e Management dell’Università, in via Rosmini 44.

Relatori e relazioni

Le impronte del passato: tutela e valorizzazione del patrimonio collettivo
Enrico Fontanari, professore di progettazione urbanistica e del paesaggio nell’Università Iuav di Venezia

Tutela e valorizzazione del patrimonio collettivo.
L’esperienza del Buen Vivir in Ecuador:
un nuovo paradigma di sviluppo o solo retorica politica?
Salvatore Monni, professore di Economia dello sviluppo nel Dipartimento di Economia dell’Università degli studi di Roma Tre

La costruzione storica del patrimonio collettivo locale: strategie di identificazione e pratiche di attivazione delle risorse
Vittorio Tigrino, professore di Storia moderna nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale di Vercelli

La conciliazione in materia di usi civici.
Competenze e procedure tra legislazione e giurisprudenza
Raffaele Volante, professore di Storia del diritto medievale e moderno presso l’Università degli Studi di Padova

Proprietà collettive e patrimonio nella tradizione giuridica occidentale
Christian Zendri, professore di Storia del diritto medievale e moderno nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Trento

Voci dagli assetti fondiari collettivi

La ricostituzione delle Regole nella zona dell’Alpago (Provincia di Belluno)
e l’Associazione di sette Regole neo-ricostituite in una Comunanza
Carlos Zanon, presidente della Regola del Monte Salatis, a Chies d’Alpago.

La costante resistenziale della Comunanza agraria dell’Appennino Gualdese per la tutela del proprio demanio civico
Nadia Monacelli, presidente della Comunanza agraria dell’Appennino Gualdese.

La Vicinia Granda di Ville del Monte nel comune di Tenno (Trentino):
la storia, il domani
Osvaldo Dongilli, caposoldo

Il tema generale

È unanimemente riconosciuta dagli studiosi della materia la specifica complessità degli assetti fondiari collettivi, come istituzioni fondamentalmente determinate dal possesso collettivo su una estensione di terreno.
All’origine di tutto sta il fatto di una comunità individuata in relazione all’uso collettivo di determinati beni; in altre parole, non è la comunità a individuare il territorio, ma è il territorio a individuare la comunità; e usando l’espressione territorio, si intende non soltanto il luogo al quale si riferisce il potere che l’ente esponenziale del gruppo – la collettività – esercita sui soggetti che ne fanno parte, ma il punto di riferimento necessario e sufficiente a individuare un insieme di soggetti legati dall’uso comune dei beni (G. Lombardi, 1999). E, alla luce dell’art. 3 della Costituzione la collettività locale va riconosciuta come soggetto neo-istituzionale per due motivi. Il primo, come titolare del patrimonio civico, quale «complesso di risorse (naturali, ambientali o industriali, artistiche, ecc.) che sono proprie (in quanto considerate come bene comune e permanentemente a disposizione) di una determinata comunità insediata in un territorio, la quale attraverso l’esperienza, la fruizione, l’incremento di esse, riconosce parte rilevante della propria identità storica, sociale, culturale e trae vantaggi e utilità notevoli». In definitiva, è il pool di elementi materiali ed immateriali che costituisce il cosiddetto patrimonio civico, dotato di autonomia rispetto ai patrimoni personali dei singoli membri della collettività. Il secondo, come titolare di beni di proprietà o di uso collettivo, con autonoma soggettività rispetto a quella dell’ente di appartenenza per legge (1776/1927; 278/1954; 97/1994) e per pronunce giurisdizionali (3233/1952 Cass.; 1248/1954 Cass.; 10748/1992 Cass.; 11127/ 1994 Cass.; 345/1986 Cons. Stato).
Nella generalità dei casi, l’assetto fondiario collettivo si presenta all’osservatore come un’unità oggettiva (il c. d. demanio civico), vale a dire la terra di collettivo godimento su cui si esercitano i c. d. usi civici, con a fianco una unità soggettiva (la collettività titolare del possesso). E, per una più precisa comprensione, giova affermare che, premessa la distinzione tra l’amministrazione (cui compete la gestione) e la collettività (cui compete la titolarità dei beni di uso civico), l’organo amministrativo si configura alla stregua di un “braccio operativo” della collettività, in quanto, sia in senso soggettivo che oggettivo, questo è preordinato allo scopo di attendere con continuità alla tutela, conservazione, miglioramento e valorizzazione del patrimonio civico.
Dalla definizione sopra citata possiamo trarre anche la conclusione che patrimonio è il complesso di risorse materiali ed immateriali che concorrono a mantenere l’identità e l’autonomia dell’assetto fondiario collettivo nel tempo e nello spazio mediante l’adattamento in ambiente evolutivo. Con tale affermazione, si rinvia ad un tempo, per un verso, agli elementi materiali (il patrimonio naturale compreso nel demanio civico) ed agli elementi immateriali (il patrimonio culturale della collettività) e, per un altro verso, trattandosi di un patrimonio intergenerazionale, all’eredità e alla trasmissione (il tempo), ma anche al territorio (lo spazio), nella misura in cui il demanio civico può essere considerato come uno spazio identitario, vale a dire uno spazio dotato di carattere distintivo nel grande tessuto di un più ampio territorio (M. Nieddu et al., 2009).
Richiamando ora l’attenzione sul demanio civico, questo è da intendersi sotto un triplice profilo: 1. come supporto fisico e base territoriale di risorse naturali trasmissibili, 2. come fattore di produzione di beni finiti o intermedi sia utilizzando l’energia biologica della terra sia come sede di attività industriali, 3. come fattore di produzione di servizi naturali finali, quali i servizi: a. di regolazione degli equilibri ecologici, b. di habitat delle specie biologiche, c. di consumo per il paesaggio e l’ambiente, negli spazi attrezzati per attività sportive e/o ricreative. Pertanto, il demanio civico viene a costituire una cellula identitaria nel più ampio territorio di una regione e, come ecosistema naturale, è fonte di utilità, anche monetarie, per la popolazione residente (in ragione del requisito di “riserva” per i componenti la collettività titolare), ma altresì si configura come area di compensazione e di integrazione per la popolazione non residente. È infatti dagli assetti fondiari collettivi che deriva una quota elevata del potenziale di offerta delle produzioni territoriali e di quella turistica. Tra le produzioni territoriali ricordiamo quelle derivanti dalle attività dei rami agricoltura, selvicoltura, allevamento; dalle attività collettrici (caccia, pesca, funghi e tartufi), dalle attività estrattive (materiali e acque minerali), dalle attività industriali delle energie rinnovabili (idroelettrica, eolica, solare). Relativamente all’offerta turistica vanno considerati i fattori che esercitano una forza di attrazione “originaria” sul turista, in particolare, i fattori naturali (posizione geografica, clima, topografia, paesaggio, flora e fauna); questi costituiscono il capitale del turismo, che si distingue per un aspetto essenziale dal capitale di impresa: in ogni altro settore il capitale può andare perduto ma anche essere sostituito, invece la materia fondamentale del turismo (paesaggio e ambiente) una volta perduta non si può più recuperare.
È ben vero che in passato, la finalità che il legislatore ha inteso perseguire era quella della liquidazione degli usi civici per una migliore utilizzazione agricola dei relativi terreni, ma ciò non ha impedito la loro sopravvivenza con un ruolo non marginale nell’economia agricola del Paese e con la consapevolezza da parte degli enti collettivi di manifestare nella loro lunghissima esistenza un sistema di valori di grande attualità. Infatti, i profondi mutamenti economici e sociali intervenuti nel secondo dopoguerra hanno inciso anche in questo settore, mettendo in ombra il profilo economico dell’istituto, inteso in maniera riduttiva come costituito dal valore commerciale della produzione territoriale agro-silvo-pastorale, ma ad un tempo evidenziandone la rilevanza quanto agli altri profili ed in particolare quanto a quelli ambientali, derivante dalla produttività della terra e dall’efficienza eco-sistemica. Quest’ultimo interesse ha trovato il suo riconoscimento, dapprima, con il decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312 (Disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 8 agosto 1985, n. 431, che ha sottoposto a vincolo paesaggistico «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici», e poi con l’art. 142 del d. lgs. n. 42 del 2004, andando così a delinearsi un forte collegamento funzionale con la tutela dell’ambiente.
Ai fini della tutela dell’ambiente giova rilevare come tale finalità non trova la fonte in un dato puramente geografico, oggetto di mera rilevazione nel piano paesistico, bensì in precedenti atti amministrativi di regolamentazione del diritto d’uso civico. Perché è in sede di formazione dell’orientamento strategico di fondo che gli assetti fondiari collettivi determinano la scelta ambientale. D’altra parte l’esperienza ci insegna come un vincolo non si riveli in grado di assicurare la tutela o la pura conservazione, dal momento che il mantenimento delle caratteristiche morfologiche ambientali richiede, non una disciplina meramente “passiva”, fondata su limiti e divieti, bensì un intervento “attivo”, vale a dire la cura assidua della conservazione “al meglio” dei caratteri che rendono il demanio civico di interesse ambientale. Tale cura affidata alla collettività titolare del possesso, invece che alle istituzioni, si concreta infatti in particolari modalità di uso e di godimento che garantiscono insieme la fruizione e la conservazione “al meglio” del bene collettivo in un sistema economia/ambiente in continua evoluzione.
Gli strumenti analitici a nostra disposizione ci consentono di conoscere e comprendere il passato e il presente degli assetti fondiari collettivi in ragione di numerosi studi condotti in diverse aree disciplinari e relativi alla storia, alla storicizzazione di ogni situazione, al collocamento di ogni ente collettivo nel tempo e nello spazio, all’interno di fatti geologici, climatici, politici, legislativi, economici e sociali. Tuttavia, il riconoscimento e la salvaguardia degli enti collettivi come imprenditori di un ambiente vivo e vitale è un campo ancora insufficientemente esplorato, stretto ancora tra stato e mercato ed anche non compreso perché non conosciuto.
Da queste considerazioni nasce la proposta del tema generale della XXII Riunione scientifica: “Patrimoni collettivi e spazi identitari: le nuove risorse dello sviluppo locale. Quali strategie degli assetti fondiari collettivi”, al fine di far convergere uno sforzo transdisciplinare collaborativo che mira a cosa fare per conoscere e comprendere gli assetti fondiari collettivi e per farli riconoscere come istituzioni il cui compito è di valorizzare il potenziale di produzione delle utilità e di conservare al meglio l’ecosistema presente nel demanio civico in un sistema economia-ambiente in continua evoluzione.
Giova qui precisare come nelle precedenti riunioni il Centro studi abbia stimolato la riflessione sulla descrizione dell’assetto fondiario, nella sua unitarietà e nei sottosistemi che lo compongono, e dell’ambiente in cui opera, alfine di offrire gli strumenti concettuali necessari per svolgere un’analisi dei singoli elementi. I contributi presentati alla XXI Riunione e le conclusioni tratte ci impongono ora di mettersi nell’ottica dell’unità soggettiva (l’amministrazione) che deve adottare scelte che avranno un impatto importante e sul lungo termine, sia economico che ambientale, dell’assetto fondiario collettivo e del suo ambiente di riferimento. È quindi il momento di far riferimento all’orientamento strategico di fondo, come «insieme di idee-guida, valori ed atteggiamenti che definiscono l’identità effettiva o ricercata» dell’assetto fondiario collettivo (V. Coda, 1994) e che riguardano che cosa fa o vuol fare, ma anche, perché, come, quando, per chi lo fa o lo vuol fare. Da cui discendono le strategie in cui l’orientamento strategico di fondo si concretizza.
Una rilettura più attenta dei progetti di sviluppo sostenibile ci consente di evidenziare quanto meno una duplice interpretazione della nozione di sviluppo locale. Da una parte, il modello di sviluppo produttivista, basato principalmente sul capitale finanza, risultato della teoria economica dominante o “economicismo”, nel quale, per un verso, le caratteristiche fisiche del territorio sono rilette unicamente come risorse apprezzate dal mercato e lo spazio è disegnato dal tessuto di relazioni e di scambi che i sistemi delle unità di produzione e di quelle di consumo intrattengono anche con realtà esterne al territorio di insediamento della collettività. Da un’altra parte, il modello di sviluppo patrimoniale – nel quale si fa riferimento al concetto di dominio spaziale, secondo il quale il patrimonio designa l’insieme di beni materiali e immateriali ereditati dagli ascendenti e suscettibili di essere trasmessi ai successori, privilegiando una linea o una destinazione. Entrambi i modelli possono convivere nello stesso territorio, ma la distinzione spinge ad approfondire l’analisi dell’orientamento strategico di fondo dell’ente di gestione per comprendere come il patrimonio non possa essere assimilato al capitale, in primo luogo, a ragione del suo riferimento alla durata (carattere intergenerazionale) e all’appartenenza (ad una collettività locale in continuo mutamento); in secondo luogo, per il fatto che comprende elementi non commerciali; in terzo luogo, perché non è riconducibile in un sistema contabile basato su di un sistema di valori (monetari e non). Emblematica, in proposito, l’affermazione: «non si gestisce un patrimonio esattamente alla stessa maniera con cui si gestisce un capitale: si gestisce un capitale per aumentarlo, si gestisce un patrimonio per trasmetterlo» (Y. Barel, 1984).