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Aldevis Tibaldi, portavoce del Comitato per la Vita del Friuli Rurale

Le critiche del Comitato per la Vita del Friuli Rurale al disegno di legge 135
IL PARTITO DELLE CAVE
La Regione Friuli-V. G. sta per varare una nuova legge sulle attività estrattive

[Aldevis Tibaldi, Comitato per la Vita del Friuli Rurale]
«Non sono state affatto considerate le modalità e le procedure cui attenersi nell’ottenimento delle concessioni previste all’interno dei beni indisponibili dei Comuni, nei demani collettivi o nei terreni gravati dagli usi civici»: fra le molte critiche avanzate dal Comitato per la Vita del Friuli Rurale alla nuova “Disciplina organica delle attività estrattive”, che sta per essere varata dal Consiglio regionale di Trieste, vi è anche un esplicito riferimento alla mancata tutela degli Assetti fondiari collettivi.
Pubblichiamo integralmente le osservazioni alla legge proposte il 12 giugno da Aldevis Tibaldi nel corso delle audizioni organizzate a Trieste, durante l’iter consiliare.


Nel Consiglio Regionale domina un partito trasversale tanto affezionato alle cave e ai poveri cavatori da varare una nuova legge che, nel silenzio degli ambientalisti di regime, darà il colpo di grazia al nostro territorio. Sebbene osteggiati, abbiamo preteso di rappresentare le nostre riserve che riportiamo nel seguito.

Comitato per la Vita del Friuli Rurale
Porpetto 12 giugno 2016
Osservazioni alla proposta di legge n.135 “Disciplina organica delle attività estrattive”

1. Documenti di riferimento

LR 35 18 agosto1986 “Disciplina delle attività estrattive”
Generalità n° 735-2016 (seduta di giunta del 28 aprile 2016)
Allegato alla Generalità 735-2016 D L “Disciplina organica delle attività estrattive”
Consiglio delle Autonomie Locali: Verbale della riunione n.2 del 9 maggio 2016
Consiglio delle Autonomie Locali: Verbale n.17/2016, riunione n.7 del 17 maggio 2016
Scheda istruttoria sul progetto di Legge N.146, Area giuridico legislativa 3 giugno 2016
nota di protesta del gruppo 5 Stelle per il rifiuto di audire il Comitato per la Vita del Friuli Rurale, espresso dal Presidente della IV Commissione (3 giugno 2016)
replica di Vittorino Boem attestante le motivazioni della negata convocazione del Comitato (7 giugno 2016, ore 18.02)

2. Note sul metodo

a) si contesta la temeraria decisione di escludere il presente Comitato dalla prevista audizione, nonostante la espressa richiesta formulata da un gruppo consiliare e a dispetto (o forse a causa) della sua assidua e competente partecipazione in sede regionale e statale in occasione di ogni piano e disegno di legge attinente gli aspetti ambientali e culturali, in particolare: decisione frustrata in extremis dalla pervicace insistenza dello scrivente e grazie agli offici di alcuni Consiglieri e del Vice Presidente dell’Assemblea Regionale.

b) si contesta altresì la regolarità della procedura adottata in seno al Consiglio delle Autonomie Locali, ovvero la pochezza del dibattito e dell’istruttoria, del tutto incongrue rispetto alle ricadute che la nuova legge comporterà nei confronti delle amministrazioni e comunità locali, sul piano istituzionale, ambientale ed economico. Dall’esame dei verbali è apparsa del tutto evidente la volontà dell’assessore competente di aggirare e comprimere i possibili dubbi e le inevitabili contestazioni richiamandosi a non meglio precisate, preventive consultazioni e collaborazioni con gli operatori del settore e non con un più esteso e variegato confronto con esperti neutrali e portatori di interessi; ma ancor più evidente è risultata la volontà di minimizzare la reale portata dei provvedimenti, se non addirittura il tentativo di accreditare l’idea che il disegno di legge sottoposto all’esame fosse ancora in fieri e quindi provvisorio, quando, in realtà, il Consiglio era stato sollecitato ad esprimere l’intesa e l’approvazione nei confronti medesimo con la massima sollecitudine (Assessore Vito... il documento che si illustra oggi non è esaustivo... pag. 2; Assessore Vito: concorda sul fatto che il documento richieda ulteriori approfondimenti... pag. 4) Rimane comunque il fatto che nemmeno le poche, incontestabili contrarietà manifestate nel corso del dibattito dal rappresentante del Comune di Roveredo in Piano, abbiano trovato riscontro nella successiva approvazione finale del disegno di legge in questione.

c) si contesta la regolarità della audizione, poiché a dispetto delle tanto decantate rappresentanze delle associazioni ambientaliste o di categoria che erano valse a ritenere superflua e inutile la nostra presenza, a presentarsi e a motivare le loro istanze sono stati soprattutto i rappresentanti degli operatori del settore: non meno incredibile è risultata la scena muta del rappresentante dei Comuni interessati, cioè dell’ANCI.

d) pur nell’auspicio che le dichiarazioni già rese dal presente Comitato nel corso dell’Audizione trovino esaustiva e veritiera verbalizzazione, si contesta la regolarità dell’audizione medesima a fronte di un articolato che, in ragione di quanto colà asserito in premessa dall’Assessore stesso, deve ritenersi a tutt’oggi provvisorio, cioè soggetto a non meglio specificate integrazioni e modifiche. A meno di non ritenere il Consiglio delle Autonomie e la stessa Audizione un mero simulacro, pare quindi imprescindibile disporre del testo definitivo e ripercorrere di conseguenza l’intera procedura sin qui avviata.

3, Note sul merito

3.1 Considerazioni di carattere generale

a) La nuova disciplina non può prescindere dal fatto che le attività estrattive hanno costituito da sempre motivo di grande preoccupazione sul fronte della legalità per le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata, quando (Il sole 24 ore, etc) non addirittura strumento per la corruzione delle forze politiche e degli organi preposti al controllo della attività estrattiva.

b) Quanto anzidetto trova ampia rappresentazione sul territorio regionale nella presenza di attività estrattive condotte spesso abusivamente, non in linea con le più elementari cautele ambientali e in istato di abbandono, prive del dovuto ripristino ambientale, quando non addirittura ricettacolo di discariche abusive e fonte di grave turbativa per la contaminazione delle falde idriche e quindi perla salute pubblica.

c) Le “Linee direttrici del disegno di legge” (pag. 2) tradiscono la volontà di dare vita ad una escalation delle attività estrattive, laddove si appellano alla necessità di dare vita ad “un così rilevante intervento di trasformazione del territorio...” quando è del tutto evidente l’imperativo di contenere il consumo di suolo, tale sancito da specifici indirizzi comunitari, statali e regionali..

d) La norma appare quindi priva di una visione di insieme e di un quadro cognitivo inappuntabile affinché l’attività predatoria non prosegua come in passato e ciò in forza dei principi di effettiva trasparenza, legalità e semplificazione, con l’obiettivo fondamentale di ridurre il consumo di suolo e le turbative ambientali irreversibili.

e) Così, come predisposta, la norma non assicura quindi la necessaria coerenza sotto il profilo della tutela del territorio, della salubrità e dell’ambiente, né tampoco appare atta a garantire pari opportunità per le imprese del settore, quando non addirittura in grado di favorire incertezza e concorrenza sleale a vantaggio di chi già possiede i titoli di proprietà e le concessioni che sebbene decadute, potranno essere reiterate a dispetto, anzi in virtù, dei mancati e mai sanzionati ripristini ambientali.

f) trattasi quindi di una legge che, coerentemente con quanto anticipato nella presentazione della medesima, appare ispirata da una evidente natura lobbystica che, oltretutto, si avvale di un vuoto pianificatorio e nel contempo di una sperequazione degli oneri rispetto alle regioni limitrofe, tanto esigui da favorire le esportazioni e un ulteriore aggravio ambientale ed economico dovuto ai trasporti su gomma, al traffico veicolare e all’usura delle infrastrutture stradali esistenti.

g) Se da una parte viene proposto un ragionamento impraticabile sull’asserito incondizionato fabbisogno, senza che vi sia un controllo delle effettive disponibilità e delle reali necessità, dall’altra non si avverte la necessità di incrementare gli oneri a carico delle imprese estrattive affinché siano subito parametrati e adeguati ai livelli europei e quindi destinati al ripristino ambientale e non siano, come avviene d’abitudine, volti a sanare i bilanci del Comuni; quindi, a condizionare la vigilanza e le norme urbanistiche, nonché a consolidare “ la cattura del decisore”, ovvero, a favorire una vera e propria dipendenza parassitaria degli Amministratori locali.

h) Preso atto della perdurante e incredibile indisponibilità del Prae (Piano Regionale delle Attività Estrattive quale è stato avviato dall’Aquater sin dagli anni ottanta e atteso inutilmente da ben 35 anni a questa parte!), la convinzione di disporre del predetto piano entro un anno appare velleitario e strumentale al varo di una norma che, così come strutturata, si annuncia alla stregua di una sanatoria, ovvero di una comoda scappatoia capace di legalizzare una fase transitoria utile a favorire le lobby già operanti sul territorio e, nel loro esclusivo vantaggio, destinata a rimettere in gioco le convenzioni ormai decadute e magari quelle morose o per altri versi inadempienti per non aver esperito il dovuto ripristino ambientale, anzi rinnovate, con il pretesto di dar luogo ai mancati ripristini.

i) Non meno incredibile rimane il fatto che la norma approvata dalla Giunta Regionale sotto forma di Generalità sia stata sottoposta “in via di urgenza”, senza che la stessa urgenza sia stata invocata per la redazione del Prae e con il presupposto che la norma possa essere varata in carenza di quegli strumenti del governo territoriale, quali il Piano Paesaggistico Regionale e il Piano di Tutela delle Acque, della cui vigenza nessuna attività estrattiva può minimamente prescindere senza incorrere in un consapevole abuso di atti di ufficio.

j) Uno dei punti fermi della norma -molto apprezzato dai cavatori- risiede nell’aver centralizzato le decisioni e le autorizzazioni in capo agli uffici regionali, cioè nelle mani di quegli stessi che negli ultimi decenni non sono mai stati in grado di licenziare il PRAE, bensì di assistere all’incessante degrado dei territori aggrediti dalle attività estrattive fuori dal controllo, quando invece sarebbero servite competenza ed autorevolezza. Per contro, i Comuni e le rispettive comunità vengono relegati a funzioni subordinate, poco più che ancillari, alla stipula delle fideiussioni, alla designazione del collaudatore, ovvero a districarsi nelle solite, dispendiose liti giudiziarie che d’abitudine seguono i mancati adempimenti delle imprese, o per converso, a rinunciarvi affatto per la mancanza di risorse finanziarie. Intuibile quindi l’inevitabile lesione dei diritti sanciti dalla Costituzione Repubblicana a causa della decadenza dei rapporti di fiducia delle Comunità nei confronti dei rispettivi amministratori, in quanto ritenuti ininfluenti, se non addirittura complici.

l) Appare in tutta evidenza la confusione e la disparità che si genera fra le attività estrattive relative alla coltivazione di inerti alluvionali e quelle disciplinate dalla Legge Regionale n° 11 del 29 aprile 2015 (Disciplina organica in materia di difesa del suolo e di utilizzazione delle acque), nonché della Legge Regionale n°221, art.53 del 18 dicembre 2015 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali), mercè le quali vere e proprie attività di cava sono state contrabbandate in guisa di azioni manutentorie degli alvei attraverso il cosiddetto sghiaiamento. Avendo già definito in altre sedi l’operazione di sghiaiamento un artifizio dannoso e persino pericoloso, in quanto finalizzato all’attività predatoria, compensato dalla medesima e governato da criteri di convenienza, di accessibilità e comodità dei luoghi di estrazione, anziché di effettiva utilità, questo Comitato rimane dell’opinione che simili asporti vengano sostituiti da attività esclusivamente manutentorie e, comunque, normati senza metterli in relazione alle attività estrattive vere e proprie. (art 2)

m) Diversamente da quanto ipotizzato dalla norma in oggetto, qualsivoglia concessione dovrà essere negata a priori all’interno dei parchi e nelle relative fasce di rispetto. Analogamente appare indispensabile proibire la coltivazione entro la fascia di almeno due chilometri posta a monte della linea delle risorgive, stante lo stato di degrado e le gravi e irreversibili turbative arrecate al regime idrico della Bassa ed alla qualità degli acquiferi da centinaia di cave più o meno abusive, condotte senza controlli di sorta e spesso riempite abusivamente con rifiuti di ogni genere. Inutile ribadire una gravità già diffusamente denunziata in relazione al Piano di Tutela delle Acque, gravità confermata dall’arretramento della linea delle risorgive di circa un chilometro e da fenomeni di contaminazione delle falde profonde che gli scavi spinti a profondità inusitate per (svariate decine di metri) favoriscono e alimentano. Orbene, a far cessare lo scempio ambientale e a sensibilizzare l’esecutivo regionale non sono valsi né il costoso studio commissionato dalla Provincia di Udine nel 2000 (Stradalta 2000), né l’evidenza delle contaminazioni rilevate immediatamente a valle della linea delle cave e quindi delle risorgive. Anzi, lo scempio è proseguito con mille pretesti (“le cave da golf” di Chiasellis...), per giunta ben al di sotto dei due metri dal massimo livello di falda, sotto gli occhi di quegli uffici regionali che avrebbero dovuto vigilare e che oggi elaborano la presente norma. Che dire, ad esempio, della estensione del periodo di proroga di ulteriori due anni graziosamente concessa con delibera n° 1523 del 30 agosto 2013 alla Società General Beton che alla cava ex Stefanel di Bicinicco che nel corso degli anni ha potuto trasformare in un profondo lago e fare scempio del luogo del martirio dei deportati sloveni nel Campo di Concentramento di Gris. Che dire delle analoghe recenti estensioni della concessione accordate a società estrattive che, senza aver provveduto a rispettare i termini della concessione e a dare corso al ripristino ambientale, hanno semplicemente lamentato minori introiti dovuti alla crisi economica, peraltro indimostrati.

n) Anziché rifarsi alle tradizionali forme di constatazione di fine lavori in auge nelle Regioni italiane più avvedute, la norma di cui trattasi ha introdotto la figura di un “collaudatore” designato dal Comune e posto a carico del concessionario. Soluzione questa assurda in quanto il professionista sarebbe chiamato in causa solo alla conclusione dei lavori o per meglio dire alla scadenza della concessione, sempre che il concessionario non ne abbia richiesto l’estensione o non contesti la designazione del professionista o apra contenziosi di sorta. Più che ad un collaudatore che per svolgere il suo mandato ha bisogno di strutture e collaborazioni non previste (topografi, etc) e che interviene saltuariamente al completamento di lotti la cui definizione è più teorica che sostanziale, sarebbe più consono ed efficace disporre di un direttore dei lavori, impegnato senza soluzione di continuità nei termini stabiliti dalle norme vigenti.

o) la durata delle concessioni, dei possibili rinnovi e più in generale i tempi assegnati per i reclami, per avviare l’inizio dei lavori, appaiono eccessivi e forieri di atteggiamenti dilatori e di un maggiore aggravio sotto il profilo ambientale: andrebbero quindi ridimensionati.

r) la norma non valorizza e premia le coltivazioni che danno luogo a ricadute socioeconomiche in una logica di filiera, ovvero alla lavorazione in loco dei materiali estratti e ai relativi vantaggi sul piano occupazionale

p) non sono state affatto considerate le modalità e le procedure cui attenersi nell’ottenimento delle concessioni previste all’interno dei beni indisponibili dei Comuni, nei demani collettivi o nei terreni gravati dagli usi civici. Fermo restando la necessità di ottenere la preventiva autorizzazione da parte delle rappresentanze delle comunità titolari e con le medesime siano pattuiti gli indennizzi; più in generale appare preferibile che la concessione venga rilasciata dal Comune previo esperimento di procedura di gara ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi comunitari di parità di trattamento, trasparenza e pubblicità, a tutela della concorrenza e della migliore redditività possibile del bene comune; né la concessione potrà essere ceduta o trasferita, avrà la durata massima di quindici anni e non potrà essere prorogata o rinnovata, tanto meno tacitamente, salvo la possibilità di un incremento della durata di due anni per le imprese registrate ai sensi del regolamento CE n° 1221/2009 del Parlamento Europeo.

3.1 Considerazioni di carattere particolare

Poiché nel corso dell’audizione di giovedì 9 u. s. l’Assessore Regionale ha premesso che l’articolato sottoposto all’esame è ancora in fieri, cioè sottoposto a non meglio precisate rielaborazioni, ogni valutazione relativa all’articolato medesimo appare prematura, ancorché irrispettosa l’audizione riferita ad un testo considerato provvisorio. Sempre che l’istituto dell’audizione non sia considerato alla stregua di un rituale inutile, strumentale a giustificare il rispetto delle procedure, anziché necessario a stimolare il dibattito sulle scelte in assoluto più proficue per la collettività, restiamo quindi in attesa del nuovo articolato per esprimere il nostro parere nei riguardi della norma nella sua versione aggiornata.
In conclusione, restiamo sconcertati per il fatto che anziché percorrere strade nuove non sperimentate, non si sia adottato un testo di legge già collaudato ed esemplare quale può ritenersi quello vigente dalla Regione Toscana.